Il DECIMO UOMO per contrastare il PENSIERO DI GRUPPO

Cos’è il “Decimo Uomo”
È una funzione interna al gruppo: qualcuno che, per metodo (non per ego), ha il compito di mettere alla prova l’idea dominante e costringere il gruppo a considerare alternative e controprove.

Perché serve
Perché il rischio più frequente non è l’errore del singolo, ma l’errore che nasce dal consenso automatico (il groupthink), quando il bisogno di armonia e appartenenza riduce il dissenso e la qualità delle decisioni
.

A cosa serve (in pratica)
A migliorare decisioni, strategie e scelte collettive: non creando conflitto, ma creando lucidità.


Esiste una tecnica pensata per contrastare gli errori del pensiero di gruppo, nota come “Teoria del Decimo Uomo”.

Qualche giorno fa ho rivisto World War Z, con un convulso Brad Pitt nei panni dell’eroe che si appresta a salvare l’umanità, e proprio in una scena chiave il capo del Mossad ne spiega il principio.

È un passaggio che si capisce subito: non è solo un espediente narrativo, ma rimanda a un’esigenza reale: quella di introdurre, dentro i processi decisionali, una funzione capace di mettere alla prova l’ipotesi dominante. Nel contesto israeliano, dopo la guerra dello Yom Kippur, le conclusioni della Commissione Agranat contribuirono a rafforzare l’attenzione verso procedure di valutazione critica delle informazioni, utili a evitare che il consenso interno diventi un punto cieco nelle scelte tattiche e strategiche.

Contesto storico

Il 5 ottobre 1973, ai vertici militari israeliani prevaleva un clima di fiducia. All’interno delle comunità di intelligence israeliane e statunitensi era diffusa la convinzione che l’Egitto non avrebbe attaccato nel breve periodo. Le analisi disponibili indicavano carenze di mezzi e di addestramento nelle forze armate egiziane; inoltre, il periodo del Ramadan rafforzava l’ipotesi di un’improbabile iniziativa militare immediata. A ciò si aggiungeva il precedente della Guerra dei Sei Giorni del 1967, conclusasi con una rapida vittoria israeliana.

Il 6 ottobre 1973, con l’inizio della guerra dello Yom Kippur, queste valutazioni si rivelarono errate. L’attacco coordinato di Egitto e Siria colse Israele impreparato e mise in luce gravi limiti nei processi di valutazione delle informazioni e di previsione strategica.

Le conseguenze furono profonde: una crisi politica e istituzionale, dimissioni di rilievo (tra cui quelle del primo ministro Golda Meir), la messa in discussione dei vertici dell’intelligence e l’istituzione della Commissione Agranat, incaricata di analizzare le responsabilità e le falle del sistema decisionale.

Nel dibattito che seguì, emerse la necessità di introdurre meccanismi capaci di contrastare il consenso automatico e il pensiero dominante nei processi decisionali. In questo contesto si affermò l’idea di un approccio volto a garantire la valutazione sistematica di ipotesi alternative, sintetizzato nella cosiddetta Regola del Decimo Uomo.

Nel film questa tecnica viene chiamata “Regola del Decimo Uomo”.
Nel mondo reale esistono pratiche e ruoli con una logica simile, spesso associate alla figura dell’“Avvocato del Diavolo”, che servono a mettere sotto stress l’ipotesi dominante e a ridurre i rischi del cosiddetto “pensiero di gruppo” (groupthink).
È un tema che ho già trattato nel post La miseria psicologica della massa, perché riguarda dinamiche che possono manifestarsi nei contesti decisionali collegiali: dalla strategia aziendale alla politica, fino alla gestione di crisi complesse.

Sintomi del pensiero di gruppo: per evitare il conflitto gli individui tendono ad accantonare le proprie convinzioni personali, ignorando le informazioni che si hanno a disposizione e le posizioni alternative. l’illusione di invulnerabilità (‘Siamo i migliori’) una forte convinzione della moralità del gruppo (‘Siamo nel giusto’)

Il groupthink (in italiano, pensiero di gruppo) è un fenomeno psicosociale che può emergere all’interno di un gruppo quando il desiderio di armonia e coesione porta le persone a conformarsi. In queste condizioni tende a formarsi un pensiero dominante e, di conseguenza, si riduce l’ascolto, o addirittura la possibilità stessa di esprimere, posizioni non conformi, cioè un dissenso. Il risultato, a discapito del gruppo, può essere un processo decisionale irrazionale, disfunzionale o inefficiente, perché alternative e segnali critici vengono scartati troppo in fretta.

Questo fenomeno si manifesta perché i membri del gruppo tendono a ridurre al minimo il conflitto e a raggiungere una decisione condivisa senza una reale valutazione critica dei punti di vista alternativi. In questo processo, il dissenso può essere soppresso attivamente e il gruppo finisce per isolarsi dalle influenze esterne.

Quando un gruppo è soggetto al groupthink, si crea spesso, in modo implicito e non sempre consapevole, una pressione affinché i suoi membri evitino di sollevare questioni controverse o proporre soluzioni alternative. Il risultato è una perdita evidente di creatività individuale, di unicità e della capacità di sviluppare un pensiero indipendente, a discapito della qualità delle decisioni collettive.

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Le dinamiche disfunzionali che possono svilupparsi nell’ingroup sotto l’effetto del groupthink producono spesso alcuni effetti ricorrenti.
Uno dei più tipici è l’illusione di invulnerabilità: la convinzione in parte illusoria che il gruppo stia necessariamente prendendo le decisioni giuste e che i rischi siano sotto controllo. In queste condizioni l’ingroup tende a sovrastimare le proprie capacità decisionali e, allo stesso tempo, a sottovalutare le capacità degli avversari o dei gruppi esterni (l’outgroup). Nei casi più estremi, questo meccanismo può anche favorire processi di deumanizzazione dell’outgroup, rendendo più facile giustificare scelte dure o aggressive.

Ingroup / Outgroup (Tajfel)

Nella psicologia sociale (in particolare nella Teoria dell’Identità Sociale resa nota da Henri Tajfel e colleghi), si definisce ingroup il gruppo sociale con cui una persona si identifica psicologicamente come membro. Al contrario, un outgroup è un gruppo esterno, con cui l’individuo non si identifica.

Questa distinzione può attivarsi su basi molto diverse (cultura, età, religione, genere, ecc.) e genera effetti ricorrenti, ad esempio:
Favoritismo per l’ingroup: preferenza per i “nostri” (anche nella distribuzione di risorse o nel giudizio).
Svalutazione o minaccia dell’outgroup: i “loro” possono essere percepiti come pericolosi o inferiori.
Influenza sociale: tendenza ad allinearsi alle norme e alle opinioni del proprio gruppo.
Polarizzazione: il gruppo può spingersi verso scelte più estreme rispetto alle posizioni iniziali dei singoli.
Effetto di omogeneità: i membri dell’outgroup vengono percepiti come “tutti uguali”, spesso con tratti negativi.

Un punto cruciale emerso dagli studi di Tajfel è che questi meccanismi possono attivarsi anche con categorizzazioni minime e arbitrarie: è il senso di appartenenza, non la “grandezza” del motivo, a innescare la dinamica (il cosiddetto Paradigma del Gruppo Minimo).

Il pensiero di gruppo tende a emergere in contesti di forte coesione, composti da persone che condividono valori simili, si stimano reciprocamente e attribuiscono grande importanza al mantenimento dell’equilibrio interno.
In questi gruppi qualsiasi iniziativa percepita come potenziale elemento di disturbo può essere respinta, non necessariamente per malafede, ma perché mette a rischio relazioni e appartenenze.
In altre parole: nessuno vuole “far affondare la barca”, se questo può compromettere i legami personali con gli altri membri.
Per questo non è raro osservare reazioni che scoraggiano il dissenso, anche attraverso ironia, ridicolizzazione o svalutazione; di conseguenza, posizioni critiche o consigli vengono espressi con poca incisività, oppure taciuti.

Sebbene il pensiero di gruppo sia un costrutto della psicologia sociale, il concetto ha ricadute importanti anche nelle scienze della comunicazione, nelle scienze politiche o negli studi su management e organizzazioni.

Inoltre, è rilevante per comprendere alcune forme di “deriva” nei comportamenti collettivi: ad esempio dinamiche osservabili in contesti settari, nell’attivismo politico radicalizzato o nelle tifoserie sportive, dove l’identità di gruppo può prevalere sulla valutazione critica.

Uno dei pionieri nello studio del groupthink è stato lo psicologo Irving Janis, che analizzò diversi processi decisionali nella politica statunitense (tra cui casi legati all’escalation in Vietnam).
Ricerche successive in psicologia sociale hanno approfondito e discusso le sue ipotesi, ma convergono su un punto: nei gruppi molto coesi le persone possono essere portate ad allinearsi alla posizione di maggioranza, trascurando alternative e segnali contrari, soprattutto quando il costo relazionale del dissenso è percepito come alto.

Contrastare il pensiero di gruppo, nell’interesse del gruppo stesso, richiede quello che Janis definiva un processo decisionale vigile: rendere legittimo il dissenso, portare “argomenti fuori dal coro”, esplorare alternative e considerare evidenze che smentiscono l’ipotesi dominante. Perché questo accada, però, serve una condizione concreta: qualcuno deve poter esercitare una funzione critica, senza essere percepito come un traditore del gruppo.

In un gruppo che vuole essere proattivo e prendere decisioni efficaci, è quindi utile che esista, sia esplicitamente che implicitamente, un ruolo che svolga questa funzione: ciò che qui chiamiamo “Decimo Uomo”.

La figura dell’“Avvocato del Diavolo” è uno strumento pratico per innescare questo processo e, in termini più generali, si collega a ciò che alcune teorie (come la teoria del ragionamento argomentativo) descrivono: la capacità del confronto critico di migliorare la qualità delle decisioni.

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35 pensieri riguardo “Il DECIMO UOMO per contrastare il PENSIERO DI GRUPPO

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  1. Non è un complimento, sì, forse lo è ma realmente io sono più di là che di qua con gli anni e sapere che esistono giovani capaci di pensare mi fa andare di là sempre più contento. Grazie a te Vittorio. Un abbraccione rock! 🙂

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  2. Accidenti, è quello che serve all’Italia !!! La nazione italiana; per strutture, risorse, mentalità, tradizioni e quant’altro non è in grado di affrontare crisi enormi affidandosi solo all’esercito, alla polizia, alla pubblica amministrazione, ai privati. Posto che oramai l’impossibile non esiste e lo vediamo dal tizio che ha dichiarato a verbale che si era mosso per consumare un atto sessuale e si è cuccato una multa da 533 euro; abbiamo bisogno di una o più commissioni di super-esperti nei loro settori che creino dei piani, dei prontuari per l’impossibile. Dei piani, appunto, da “decimo uomo”. Un attacco alieno a Bergamo, Sicilia e Sardegna che si sollevano contro il Continente, La popolazione di una intera città che si trasforma in zombie, la sala macchine nucleare di una nave ancorata che sta per esplodere (opps, quello è già successo). Piani e prontuari che possano integrarsi e complementarsi fra di loro con dei budget ottimizzati. Vi faccio un esempio: A Lenta in Piemonte c’è una caserma-deposito con i mezzi corazzati di ogni tipo tali da poter comodamente invadere mezza Europa. Ma chi li guiderebbe ?

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