L’EVOLUZIONE della TECNOLOGIA (di J. Diamond)


Oggi, 5 Giugno è la giornata mondiale dedicata all’ambiente. Sono in tanti che si occupano di temi che riguardano l’Ambiente e che ci parlano o ci scrivono per sollecitare la sensibilità delle Coscienze di coloro che sentendosi “generativamente sociali” hanno a cuore le future generazioni.

Il ricercatore, antropologo e filosofo sociale Jared Diamond è uno di questi. Egli nel suo saggio “COLLASSO” , formula QUATTRO ipotesi per le quali alcune Civiltà, nel corso della Storia dell’Umanità sono collassate e si chiede:

IN QUALE MOMENTO DELLA STORIA SI TROVA OGGI L’UMANITA’ SECONDO LA RIFLESSIONE QUI DI SEGUITO

1) non riesce a prevedere il sopraggiungere del problema;
2) non si accorge che il problema esiste;
3) se ne accorge, ma non prova a risolverlo;
4) cerca di risolverlo, ma non ci riesce.

Ipotesi:
Nel primo caso potrebbe essere perchè non ha mai fatto esperienza di eventi simili ( come nel caos creato in Australia dai coloni britannici che importarono volpi e conigli).
Nel secondo caso almeno tre sono le cause: i problemi sono davvero impercettibili ai loro esordi; un’altra ragione è la distanza geografica dal problema insorgente; il terzo, e più comune, è che il problema si manifesta gradualmente ed è celato da ampie fluttuazioni.
Nel terzo caso i comportamenti fallaci rientrano nella casistica della “Scelta Razionale” ben nota ad economisti e sociologi: “i miei interessi vengono prima degli altri” è la filosofia dietro questa causa di collasso di una società. Numerosi sono gli esempi nella Storia dell’Uomo che ci descrivono l’annientamento di una società consapevole di un problema perchè non riuscita a risolvere un problema di cui è consapevole perchè il mantenimento dello status quo conviene ad un certo gruppo.
Nel quarto caso, infine, anche dopo che una società ha previsto, avvertito o cercato di risolvere una crisi è ancora possibile incorrere in un fallimento in grado di collassare una Civiltà: la risoluzione del problema va al di la delle capacità attuali di risolverlo; o potrebbe richiedere una soluzione troppo costosa; oppure gli sforzi si rivelerebbero insufficienti o tardivi.

Oggi il nuovo Premier ha tenuto il suo primo discorso al Senato, ed ha parlato dei molti argomenti che il governo dovrà trattare nell’interesse ed a difesa del popolo italiano , tra cui l’Ambiente e il Lavoro, entrambi i temi influenzabili dalle nuove tecnologie. Come spunto di riflessione per l’apertura di un eventuale dibattito  voglio per questo riportare cosa ci scrive Jared Diamond sull’evoluzione delle tecnologie.


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Il 3 luglio 1908, gli archeologi che stavano scavando nell’antico palazzo minoico di Festo, a Creta, si imbatterono in uno degli oggetti più sorprendenti nella storia della tecnologia. A una prima occhiata non sembrava niente di speciale: un disco piatto e non dipinto di terracotta del diametro di una quindicina di centimetri. Ma a un esame più attento, si vide che su entrambi i lati erano impressi i segni di una scrittura, disposti lungo una linea a spirale che in cinque giri convergeva verso il centro. I segni erano 241, ed erano raggruppati in modo variabile da lineette verticali, che forse erano un modo di suddividere le parole. Il disco sembrava progettato ed eseguito con cura, in modo che la scritta iniziasse sul bordo e finisse esattamente al centro, sfruttando tutto lo spazio disponibile (fig. 13 .1). Dal giorno in cui fu dissotterrato, il disco di Festo non ha cessato di essere un mistero per gli storici. Il numero dei segni distinti individuati (45) fa propendere per l’ipotesi che si trattasse di un sillabario piuttosto che un alfabeto; il loro significato è però ancora oscuro, e la forma dei segni non assomiglia a quella di nessuna altra scrittura nota. Nessuna altra testimonianza di questo sillabario è mai stata scoperta nei novant’ anni seguenti, e ancora non sappiamo se si tratti di una scrittura locale cretese o di una qualche importazione. Per gli storici della tecnologia, il reperto pone problemi ancora più seri. Essendo stato datato attorno al 1700 a. C., rappresenta di gran lunga il primo esemplare di documento stampato al mondo; infatti i segni non sono incisi a mano, come in tutti gli altri esempi di lineare A e B ritrovati sull’isola, ma impressi nella creta morbida tramite degli stampi a rilievo.  Evidentemente, dovevano esistere almeno 45 di questi stampi, ognuno dei quali fu sicuramente costruito con grande cura, ed è ovvio che non furono usati solo per questo caso. La civiltà che se ne serviva produceva con tutta probabilità un bel po’ di documenti scritti. Il disco di Festo anticipa di millenni la stampa a caratteri mobili – anch’essa basata su un numero fisso di caratteri a rilievo, che venivano però impressi con l’inchiostro sulla carta. Bisognerà aspettare 2500 anni per i primi tentativi in Cina, e 3100 in Europa. Perché una tecnologia tanto in avanti sui tempi non fu usata diffusamente a Creta o in altre parti del Mediterraneo? Perché fu inventata nel 1700 a. C. proprio lì e non in qualche altro secolo in Mesopotamia, in Messico o in qualche altro antico centro di scrittura? Perché ci vollero migliaia di anni per arrivare all’idea di usare carta e inchiostro? Il nostro disco è una vera sfida storica: se le invenzioni sono imprevedibili come sembra dimostrare la sua esistenza, ogni sforzo di trovare linee generali nello sviluppo della tecnologia è destinato a fallire sul nascere. La tecnologia, in forma di armi e mezzi di trasporto, è il mezzo più immediato grazie al quale alcuni popoli hanno soggiogato altri e allargato i loro domini; è il fattore più importante nelle grandi dinamiche storiche. Bisogna quindi spiegare perché furono gli eurasiatici, e non gli americani o gli africani, a inventare le armi da fuoco, le navi transoceaniche e l’acciaio. E uno squilibrio che si riscontra in molti altri campi: mentre in Eurasia nascevano la stampa, il vetro e le macchine a vapore, in Nuova Guinea e in Australia, ancora nel 1800 si adoperavano utensili litici abbandonati da millenni in altre parti del mondo, e ciò nonostante queste terre fossero ricchissime di ferro e rame. Questi fatti e altri ancora sembrano dare ragione all’uomo della strada, che pensa che gli europei siano più intelligenti e creativi degli altri popoli. Se invece non esiste alcuna caratteristica neurobiologica umana che possa spiegare queste differenze di sviluppo, dobbiamo pensare a una teoria alternativa. Molti hanno in mente quella che potremmo chiamare «visione eroica dell’invenzione»: i progressi sono dovuti a un numero limitato di individui geniali, come Archimede, Johannes Gutenberg, James Watt, Thomas Edison e i fratelli Wright – tutti europei, o americani discendenti di immigrati europei. Questi grandi uomini avrebbero potuto nascere in Tasmania o in Namibia? E la storia della tecnologia dipende davvero solo dalla ventura che fa nascere in un certo luogo un certo individuo? Un’ipotesi alternativa non parla di creatività individuale, ma tira in ballo la diversa recettività dei popoli alle innovazioni. Alcune società sembrano essere irrimediabilmente conservatrici, ripiegate su se stesse e refrattarie al cambiamento. E questa l’impressione di molti occidentali quando tentano di aiutare i popoli del Terzo Mondo, che sembrano essere abitati da individui intelligenti e capaci, ma strutturati in società problematiche. Come si spiega altrimenti il fatto che gli aborigeni dell’Australia nordorientale non abbiano mai adottato arco e frecce, che vedevano usati dalle tribù dello Stretto di Torres con cui commerciavano? Forse tutte quante le società di un continente sono impermeabili alle novità, il che spiegherebbe il ritardo tecnologico della zona. In questo capitolo arriveremo a trattare uno dei nodi centrali del libro: il motivo per cui il progresso ha avuto ritmi così diversi nei vari continenti. Il punto di partenza della nostra discussione sarà un noto adagio: «La necessità è la madre dell’invenzione». In altre parole, le invenzioni nascono quando esiste un bisogno comune fortemente sentito, a cui la tecnologia esistente non dà risposta o risponde in modo parziale. Gli inventori potenziali, spinti dall’ attrattiva del denaro o della gloria, capiscono il bisogno e cercano di soddisfarlo; alla fine qualcuno riesce a escogitare una soluzione migliorativa, che la società fa sua sempre che sia compatibile dal punto di vista culturale e tecnico.  Non poche sono le storie che confermano questo punto di vista pieno di buon senso comune. Nel 1942, nel pieno della guerra, il governo statunitense varò il Progetto Manhattan allo scopo esplicito di costruire una bomba atomica prima che lo facessero i tedeschi. Il progetto raggiunse i suoi obiettivi in tre anni, al costo di due miliardi di dollari di allora (circa venti di adesso). Altri esempi sono la sgranatrice inventata nel 1794 da Eli Whitney per rimpiazzare la faticosa sgranatura a mano del cotone, e la macchina a vapore di Watt del 1769, nata per risolvere il problema di pompare l’acqua al di fuori delle miniere. Queste vicende molto note ci spingono a credere che gran parte delle invenzioni avvengano dietro sollecitazioni esplicite. Ma non è cosi: in realtà, molte idee sono state partorite grazie alla curiosità o alla voglia di giocherellare con le macchine, senza che ci fosse una richiesta specifica dall’esterno. Inventato un marchingegno, si trattava poi di trovare qualche applicazione: solo dopo averlo usato per parecchio tempo il pubblico si accorgeva di averne ormai bisogno. In più, alcuni apparecchi pensati per esigenze specifiche finirono poi per essere utilizzati in modi inaspettati. Può sorprendere sapere che tra queste invenzioni in cerca di utilità ci siano alcuni oggetti fondamentali per la storia moderna come l’aeroplano, l’automobile, il motore a scoppio, la lampadina, il fonografo e il transistor.   Spesso l’invenzione è la madre della necessità, e non viceversa.


Una storia istruttiva in questo senso è quella di Edison e del fonografo, che fu l’idea più originale del più grande inventore dei nostri tempi.

Dopo aver costruito il prototipo nel 1877, egli scrisse un articolo in cui proponeva dieci possibili usi per il nuovo oggetto: fissare per sempre le ultime parole dei moribondi, registrare libri da far ascoltare ai ciechi, annunciare l’ora esatta, insegnare a scrivere sotto dettato e altri ancora.

La riproduzione della musica sembrava non interessarlo particolarmente.
Dopo qualche anno Edison disse al suo assistente che il fonografo non aveva alcun valore commerciale. Ma dopo un po’ ci ripensò, e si mise a venderli … come dittafoni per ufficio. Quando altri imprenditori lanciarono sul mercato il juke-box, che permetteva di ascoltare le canzonette al prezzo di una moneta, Edison criticò questo svilimento della sua invenzione.

Solo dopo una ventina d’anni ammise, riluttante, che il suo fonografo serviva soprattutto a registrare ed ascoltare musica.
L’automobile ci sembra oggi rispondere a un bisogno del tutto ovvio, ma non fu inventata per soddisfare una particolare esigenza. Quando Niklaus Otto costruì il suo primo motore nel 1866, non si sentiva la necessità di un nuovo mezzo di trasporto: i cavalli servivano alla bisogna da 6000 anni (e non si vedevano segni di crisi dell’offerta) e le ferrovie a vapore funzionavano bene da qualche decennio.

Il modello di Otto era poco potente, pesante e ingombrante, e non sembrava preferibile ai cavalli. Solo nel 1885 le migliorie tecniche permisero a Gottfried Daimler di installare un motore su una bicicletta e creare cosi la moto; per i camion si dovette aspettare il 1896.

Nel 1905 le automobili erano ancora costose e poco affidabili, poco più che un giocattolo per ricchi. Il successo dei cavalli e delle ferrovie fu totale fino alla prima guerra mondiale, quando l’esercito si accorse di aver davvero bisogno di camionette a motore. Dopo la guerra, un’intensa attività di lobbying rese il pubblico consapevole dei suoi bisogni, e i camion presero a soppiantare i carri nei paesi industrializzati. Anche nelle grandi città americane, per la sostituzione totale ci vollero però cinquant’ anni.

Gli inventori devono spesso giocherellare a lungo con i loro modelli, in assenza di una spinta data da un bisogno riconosciuto, perché i prototipi il più delle volte funzionano troppo male per avere un qualche uso.

Le prime televisioni, macchine fotografiche e macchine per scrivere erano pessime, proprio come il motore gigante di Niklaus Otto.

E’ difficile capire se un cattivo modello possa diventare in seguito qualcosa di utile, e quindi se valga la pena di spendere altro tempo e denaro a perfezionarlo.
Ogni anno gli Stati Uniti rilasciano circa 70 000 brevetti, pochissimi dei quali raggiungono lo stadio dello sfruttamento commerciale: per ogni grande invenzione che trova alla fine un uso ce ne sono migliaia che si perdono per strada. E capita che una macchina progettata per soddisfare una certa esigenza si mostri più valida in altri campi: il motore di Watt doveva servire solo come pompa nelle miniere, ma presto fu utilizzato nei cotonifici e (con molto maggior profitto) sui treni e sulle navi.

La saggezza popolare e il senso comune, dunque, rovesciano il rapporto tra invenzione e bisogno e sopravvalutano il ruolo delle grandi figure come Edison o Watt. La «visione eroica» sembra supportata dall’istituzione del brevetto, perché chi vuole ottenerne uno deve dimostrare che il suo prodotto rappresenta una vera novità. Cosi gli inventori hanno tutto l’interesse a denigrare o ignorare il lavoro di chi li ha preceduti: dal punto di vista di un avvocato esperto in brevetti, l’invenzione ideale è quella che esce vergine dalla mente del creatore, come Atena dalla testa di Zeus.

In realtà, in tutte le più famose e importanti invenzioni moderne c’è sempre un precursore negletto che viene oscurato dalla frase «x ha inventato Y». Si afferma, ad esempio, che «James Watt ha inventato la macchina a vapore nel 1769», ispirato – si dice – dal vapore che usciva da una teiera. Una bella storia, ma in realtà Watt ebbe l’idea decisiva mentre stava riparando un modello del motore inventato da Thomas Newcomen 57 anni prima, di cui erano stati costruiti più di cento esemplari in Inghilterra. La macchina di Newcomen, a sua volta, era basata su quella brevettata da Thomas Savery nel 1698, a sua volta modellata   su quella che il francese Denis Papin aveva disegnato ma non costruito nel 1680, a sua volta ispirata dalle idee di Christiaan Huygens e di altri scienziati. Con questo non voglio negare che i miglioramenti di Watt (tra cui la camera di condensazione separata e il cilindro a doppia corsa) rispetto a Newcomen fossero notevoli, cosi come quelli di quest’ultimo rispetto a Savery. Un percorso analogo si può ricostruire per tutte le invenzioni moderne adeguatamente documentate. L’eroe di turno che tutti accreditano dell’onore ha seguito le orme dei suoi precursori, che erano guidati da obiettivi simili e avevano realizzato progetti, prototipi o (come nel caso di Newcomen) modelli di buon successo commerciale. La famosa «invenzione» della lampadina da parte di Edison, la notte del 21 ottobre 1879, fu in realtà un miglioramento rispetto ai vari modelli precedenti brevettati tra il 1841 e il 1878.

L’aereo a motore dei fratelli Wright fu preceduto dagli alianti di Otto Lilienthal e dall’ aereo senza equipaggio di Samuel Langley; il telegrafo di Samuel Morse da quelli di Joseph Henry, William Cooke e Charles Wheatstone; la sgranatrice di Eli Whitney usata per il cotone a fibra corta fu un adattamento di macchine usate da secoli per quello a fibra lunga. Non possiamo negare che le migliorie apportate da Watt, Edison, Whitney e dai Wright siano state importanti e decisive per il successo di questi prodotti; e che la forma finale dei medesimi avrebbe potuto essere diversa senza l’intervento degli inventori ufficiali. Ma qui dobbiamo chiederci se il corso della storia sarebbe cambiato in modo significativo se un certo genio non fosse nato in un certo luogo e in un certo tempo. La risposta è no: nessun individuo ha mai avuto un tale potere. Tutti i grandi inventori sono stati accompagnati da predecessori e successori abili, e sono vissuti in un’epoca in cui la società era in grado di usare le loro realizzazioni. Come vedremo, il dramma del superuomo che ideò gli stampi per il disco di Festo fu l’aver pensato a qualcosa che a quel tempo non poteva essere sfruttata su larga scala.

Ricapitoliamo: la tecnologia progredisce accumulando le esperienze di molti, non per atti isolati di singoli eroi; e i suoi usi vengono quasi sempre alla luce in un secondo tempo, perché quasi mai un oggetto si inventa pensando di soddisfare specifici bisogni.

Anche se ho fin qui fatto esempi tratti dalla storia moderna, perché si tratta di casi ben documentati, queste due conclusioni sono applicabili a maggior ragione alle più incerte vicende della tecnologia antica. Quando gli uomini dell’Era glaciale si accorsero che la combustione di sabbia e calcare lasciava nei loro focolari strani residui, non potevano prevedere la lunga serie di scoperte spesso fortuite che avrebbero portato alle prime finestre di vetro dei romani (attorno all’I d. C.), attraverso i primi oggetti vetrificati in superficie (attorno al 4000 a.C.), i primi manufatti interamente in vetro (Egitto e Mesopotamia, circa 2500 a. C.) e il primo vaso (circa 1500 a. C.).

Non sappiamo nulla su come tutto ciò fu inventato, ma possiamo dedurre molte cose osservando i popoli moderni dotati di tecnologie «primitive» come i guineani con cui lavoro. Ho già parlato del fatto che conoscono centinaia di specie vegetali e animali, e che sanno dove trovarle e come usarle. Similmente, sanno molte cose sulle rocce presenti nel loro ambiente: colore, durezza, resistenza ai colpi e alla scheggia tura, usi possibili. Tutta la loro sapienza è acquisita per tentativi ed errori. Il processo di «invenzione» si svolge sotto i miei occhi tutte le volte che porto i locali a lavorare con me fuori dal loro territorio; invariabilmente, raccolgono tutte le cose non familiari che trovano nella foresta, ci giocherellano un po’ e se le trovano utili se le portano a casa.

La stessa cosa avviene quando abbandono un campo, e la gente del posto viene a frugare tra ciò che ho lasciato. Alcuni oggetti sono di utilizzo immediato, come le scatolette vuote che finiscono col diventare recipienti; altri hanno destinazioni molto diverse da quelle originarie, come le matite gialle numero 2 molto apprezzate come ornamento da naso o da orecchio, o i cocci di vetro usati come coltelli.

Le materie prime a disposizione degli antichi erano pietra, legno, osso, pelli, fibre vegetali, argilla, sabbia, calcare e minerali vari, tutti presenti in molte forme. A partire da questi, l’uomo imparò pian piano a lavorare la pietra, il legno e l’osso per farne utensili; a impiegare crete particolari per fare vasi e mattoni; a trasformare una certa miscela di sabbia, calcare e altra «polvere» in vetro; a lavorare i metalli puri più malleabili come il rame e l’oro, poi a estrarli dai minerali in cui erano contenuti, e infine a trattare metalli resistenti come bronzo e ferro.

Un esempio interessante di tentativi ed errori è dato dalla storia della polvere da sparo e della benzina.
I combustibili naturali si fanno notare spontaneamente, come quando un ciocco resinoso esplode in un falò. Nel 2000 a. C. in Mesopotamia si estraevano già tonnellate di petrolio per riscaldamento dell’asfalto naturale.
I greci scoprirono che varie misture di petrolio, pece, resine, zolfo e calce viva potevano essere usate come armi incendiarie. Gli alchimisti islamici del Medioevo erano così esperti nella distillazione di alcol e profumi da indurli a provare anche col petrolio; scoprirono cosi che frazionando il medesimo si ottenevano composti incendiari ancora più potenti. Lanciate con granate e razzi vari, queste sostanze ebbero un ruolo importante nella vittoria finale nelle crociate. Nel frattempo i cinesi si erano accorti che un miscuglio di zolfo, carbone e salnitro – la polvere da sparo – era particolarmente esplosivo. Un trattato di chimica islamico del 1100 descrive sette diverse ricette per la polvere da sparo, e uno del 1280 ne fornisce ben settanta per vari usi bellici (razzi, cannoni e così via).
Nel XIX secolo i chimici videro che la frazione intermedia della distillazione del petrolio era utile come carburante per le lampade a olio. La frazione volatile – la benzina – veniva gettata come scoria; finché non ci si accorse che era eccellente per i motori a combustione interna. Chi avrebbe detto che la benzina, il carburante della nostra civiltà, era un tempo una delle tante invenzioni in cerca di un uso?

Dopo che un inventore ha scoperto un possibile utilizzo di una nuova tecnologia, il passo successivo è persuadere la società ad adottarla.
Aver trovato un congegno più potente e veloce per fare qualcosa non garantisce che questo verrà subito accolto; innumerevoli, anzi, sono i casi in cui così non fu. Tra i più celebri abbiamo il rifiuto del Congresso americano di finanziare le ricerche sul trasporto supersonico, la riluttanza degli inglesi ad adottare l’illuminazione elettrica delle strade, e l’ostinazione con cui il mondo rifiuta una tastiera progettata in modo razionale.

Cosa fa scattare la molla dell’accettazione?
Iniziamo a studiare l’accoglienza di diverse invenzioni all’interno della stessa società. I fattori che entrano in gioco sono almeno quattro.

Prima di tutto c’è il vantaggio economico della nuova tecnologia rispetto all’esistente. Le ruote sono molto utili nelle moderne società industriali, ma non è dappertutto così.

Nell’antico Messico furono inventati dei veicoli dotati di ruote e di assali, che però erano solo dei giocattoli. E una cosa che può sembrarci incredibile, ma se pensiamo al fatto che quella società non aveva animali domestici da attaccare ai carri vediamo che la ruota non offriva alcun vantaggio rispetto ai portatori umani.
Un secondo fattore è dato dal prestigio, che può far cadere le ragioni di ordine economico. Milioni di persone oggi comprano jeans firmati al doppio del prezzo di un modello ugualmente resistente, perché i benefici di status legati all’etichetta contano più dei costi economici. Allo stesso modo i giapponesi continuano a preferire gli ingombranti caratteri kanji all’ eccellente sillabario kana, perché il prestigio di chi legge e usa i primi è assai maggiore.

Un altro fattore è la compatibilità con gli interessi già acquisiti. Questo libro, e probabilmente ogni altro documento stampato che vi sia capitato sotto gli occhi, è stato battuto su una tastiera di tipo QWERTY (o QZERTY), cosi detta perché queste sono le prime sei lettere da sinistra della prima fila. Può sembrare incredibile, ma questa disposizione, dei tasti fu disegnata nel 1873 in modo da essere apposta irrazionale. E progettata in modo da rallentare il lavoro di chi la usa, perché ad esempio le lettere più comuni sono distanti fra loro e concentrate sul lato sinistro. Questo fu fatto perché i modelli del 1873 si bloccavano se due tasti adiacenti erano battuti in rapida successione, e cosi gli ingegneri dovettero escogitare trucchi perché questo non accadesse. Quando il progresso tecnico fece sparire il problema, si poté progettare una tastiera più efficiente; nel 1932 ne fu presentata una che raddoppiava la velocità e abbatteva del 95 per cento la fatica. Ma le QWERTY erano ormai saldamente trincerate dietro gli interessi di milioni e milioni di dattilografi, insegnanti, fabbricanti di macchine per scrivere e di computer, il che ha prevenuto ogni mossa verso una maggiore efficienza negli ultimi sessant’anni.
La storia della tastiera QWERTY può sembrare buffa, ma in casi analoghi le conseguenze economiche sono state molto maggiori. Perché oggi il Giappone domina il mercato dei prodotti elettronici al consumo, basati sulla tecnologia del transistor, cioè su qualcosa che è stato inventato e brevettato nella nazione – gli Stati Uniti – che più è danneggiata da questo fatto?

Perché la Sony acquistò il brevetto dalla Western Electric, in un momento in cui le industrie americane stavano sfornando modelli basati sui tubi a vuoto, e non volevano concorrenza interna? Perché le strade delle città britanniche erano ancora illuminate a gas negli anni venti, molto dopo che l’America e la Germania si erano convertite all’ elettricità? Perché i governi locali avevano investito molto sul gas, e avevano ostacolato in tutti i modi le compagnie elettriche?

L’ultimo fattore importante per l’accettazione delle nuove tecnologie è la facilità con cui si possono vedere i loro vantaggi. Nel 1340, quando le armi da fuoco non erano ancora presenti in gran parte dell’Europa, i duchi inglesi di Derby e di Salisbury furono spettatori della battaglia di Tarifa, in cui gli Arabi usarono i cannoni contro gli spagnoli.

Impressionati da quanto avevano visto, importarono queste armi in patria, e l’esercito inglese ne fu così entusiasta da adottarle già sei anni dopo nella battaglia di Crécy contro i francesi.

I casi della ruota, dei jeans firmati e della tastiera QWERTY ci mostrano le varie ragioni per cui una stessa società risponde in modo diverso all’innovazione. Se passiamo a considerare società diverse, vediamo che la ricezione è ancora più differenziata.

Molti pensano che i popoli rurali del Terzo Mondo sono meno pronti ad accettare le novità di noi occidentali; e anche all’interno del gruppo delle nazioni industriali, si sa che alcune sono più recettive di altre.
Se queste differenze fossero riscontrabili su scala continentale potrebbero spiegare le diseguaglianze dello sviluppo presenti nel mondo. Ad esempio, se tutti gli aborigeni fossero per qualche motivo uniformemente diffidenti riguardo alle novità, questo potrebbe essere un motivo per cui hanno continuato ad usare attrezzi di pietra quando altrove si era già passati ai metalli. Come nascono le differenze di ricettività tra i popoli?

Gli storici hanno tirato fuori una lista di almeno 14 ragioni. La prima è una lunga durata media della vita, che in principio dà agli inventori la possibilità di accumulare conoscenze e di intraprendere programmi a lunga scadenza. L’aumento della speranza di vita dovuto alla medicina moderna può aver contribuito ad accelerare il ritmo delle invenzioni in questi ultimi secoli.

Cinque fattori risiedono nell’economia e nell’organizzazione delle società:

  1. La disponibilità di forza lavoro a buon mercato data dagli schiavi sembra scoraggiare l’innovazione, mentre una forza lavoro scarsa o costosa stimola la ricerca di soluzioni tecnologiche. Per esempio, un cambiamento politico che interrompesse il flusso di immigrati messicani in California, e quindi di braccianti a buon mercato, renderebbe interessante la ricerca di una varietà di pomodoro che si possa raccogliere a macchina. 

  2. L’esistenza di leggi a protezione dei brevetti e della proprietà intellettuale in Occidente favorisce l’innovazione, mentre la mancanza di tutela, come in Cina, la scoraggia. 

  3. Le società industriali forniscono molte opportunità per l’istruzione tecnico-scientifica, il che accadeva anche nell’lslam medioevale ma non, ad esempio, nel moderno Zaire. 

  4. Il capitalismo moderno è organizzato in modo tale da rendere redditizio l’investimento in ricerca e sviluppo. 

  5. Il forte individualismo di società come quella americana fa si che gli inventori godano dei benefici del loro lavoro, mentre i legami esistenti in società come quella guineana fanno si che chiunque inizi a guadagnare denaro si trovi subito a dover mantenere una vasta parentela.

Quattro spiegazioni hanno carattere più ideologico:

  1. La disponibilità ad assumersi rischi, indispensabile per l’innovazione, è più diffusa in alcune società che in altre. 

  2. Il metodo scientifico è una caratteristica esclusiva dell’Europa moderna, che ha contribuito non poco alla sua preminenza tecnologica. 

  3. La tolleranza delle idee diverse aiuta il cambiamento, mentre la rigida ortodossia e tradizione (come avviene in Cina) lo affossa. 

  4. Non tutte le religioni sono uguali quando si tratta di progresso: alcune versioni dell’ebraismo e del cristianesimo sembrano essere particolarmente compatibili, mentre islamismo, induismo e bramanesimo possono essere in alcuni casi particolarmente incompatibili.

Le dieci ipotesi viste fino a qui sono tutte plausibili, ma nessuna è in qualche modo legata alle diversità geografiche. Se è vero che le leggi sui brevetti, il capitalismo e certe forme di cristianesimo favoriscono l’innovazione, perché ce li siamo trovati in Europa dopo il Medioevo e non nell’odierna Cina o in India?

Almeno, questi dieci fattori vanno chiaramente in una direzione, mentre i rimanenti – guerra, governo centralizzato, clima, abbondanza di risorse -sembrano essere ambigui, perché a volte agiscono a favore a volte contro:

  1. La guerra è sempre stata uno dei principali motori dell’innovazione; gli enormi investimenti fatti sulle armi nucleari durante la seconda guerra mondiale fecero nascere interi nuovi settori tecnologici. Ma i conflitti possono anche portare a gravissimi arresti del progresso scientifico. 

  2. Un governo centrale forte favori la tecnologia in Giappone e Germania alla fine del XIX secolo, ma la affossò in Cina dopo il 1500. 

  3. Secondo molti europei del nord l’ingegnosità prospera nei climi rigidi, dove è necessaria per sopravvivere, e non in quelli più miti dove non c’è bisogno di vestiti e il cibo casca dagli alberi. Ma c’è chi pensa che un ambiente favorevole renda l’uomo libero dai bisogni più immediati e quindi lo spinga alla speculazione. 

  4. C’è discordia sul ruolo dell’abbondanza di risorse naturali nello stimolare o inibire il progresso.

Una risorsa cospicua può far venire in mente qualche modo in cui utilizzarla: ad esempio i mulini ad acqua prosperarono in Europa del nord, in un’area piovosa e ricca di fiumi – ma perché non nell’ancora più umida Nuova Guinea? Si dice che la deforestazione della Britannia sia dietro al rapido progresso della tecnologia del carbone – ma perché questa non ha avuto lo stesso effetto in Cina?
La lista dei fattori prossimi potrebbe essere ancora più lunga; ma tutte queste ipotesi sembrano aggirare la questione delle cause remote. Sembra un brutto colpo al nostro tentativo di trovare un filo conduttore alla storia dell’umanità. Ma come mostrerò adesso, la diversità degli attori all’opera nel campo dell’innovazione tecnologica rende il nostro compito più facile, non più difficile.
Per gli scopi di questo libro, dobbiamo chiederci se i fattori della nostra lista si presentarono con differenze sistematiche da continente a continente. Per molti, siano essi uomini della strada o storici di professione, la risposta è implicitamente positiva. Si ritiene comunemente, ad esempio, che la cultura degli aborigeni avesse caratteristiche ideologiche tali da renderli arretrati: erano (o sono) conservatori, vivevano in un tempo magico correlato alla creazione del mondo e non si concentravano sul presente e sui modi per migliorarlo. Anche uno dei principali storici dell’Africa, invece, ha scritto che gli africani sono ripiegati su se stessi e non hanno lo slancio espansivo degli europei.
Ma tutte queste sono pure speculazioni. Non c’è mai stato uno studio comparato di più società in condizioni socioeconomiche simili, poste però su due continenti diversi, che dimostrasse l’insorgere di sistematiche differenze ideologiche. E un ragionamento circolare: si inferisce l’esistenza di diversità culturali partendo da quelle tecnologiche.
Nella realtà, mi capita sovente di constatare che i popoli nativi della Nuova Guinea sono molto diversi tra loro anche sotto questo aspetto.
Proprio come nell’Occidente industrializzato, esistono società conservatrici che vivono gomito a gomito con società innovatrici che selezionano e accolgono le novità più utili per loro. Il risultato è che i popoli più intraprendenti stanno sfruttando la tecnologia portata dagli occidentali per avvantaggiarsi a spese dei loro immobili vicini.

Tra le varie tribù ferme all’Età della pietra «scoperte» negli altopiani orientali negli anni trenta, i Chimbu si mostrarono subito particolarmente avidi di assimilare la civiltà dei bianchi. Quando videro che i coloni iniziavano a piantare il caffè lo fecero anche loro, con il solo scopo di venderlo e guadagnare. Nel 1964 incontrai un Chimbu sulla cinquantina, analfabeta, vestito del tradizionale gonnellino vegetale, nato in una tribù che ancora usava attrezzi di pietra; era diventato ricco grazie al caffè, e aveva usato i soldi per comprarsi una segheria per 100.000 dollari, e una flotta di camion. Per contrasto, in una zona poco distante vive una tribù con cui ho lavorato per otto anni, i Daribi, che sono assai conservatori e non si interessano delle novità dei bianchi. Quando il primo elicottero atterrò sulle loro terre, lo osservarono per un po’ e se ne tornarono subito alle loro occupazioni; i Chimbu si sarebbero messi a mercanteggiare per noleggiarlo. Il risultato è che ora i Chimbu si stanno espandendo ai danni dei Daribi, e questi ultimi sono ridotti a lavorare per i primi.

La stessa cosa è accaduta in ogni continente: certi popoli si sono mostrati ricettivi nei confronti di alcune delle novità importate, e sono riusciti ad integrarle con successo nelle loro società. In Nigeria il ruolo dei Chimbu fu preso dagli Ibo, e in Nord America dai Navajo, che oggi sono il più numeroso gruppo indiano negli Stati Uniti. Questi ultimi si sono dimostrati particolarmente duttili e capaci di scegliere le innovazioni utili: utilizzano le tinture occidentali per le loro stoffe, hanno imparato a lavorare l’argento e a fare i pastori, e ora guidano i camion pur continuando a vivere nei loro insediamenti tradizionali.

Anche gli aborigeni australiani non si sono dimostrati tutti conservatori.
Ad un estremo, i Tasmaniani hanno continuato ad usare un tipo di utensili litici che era già considerato sorpassato in Europa decine di migliaia di anni fa; dal lato opposto, alcuni gruppi di pescatori del Sudest dell’Australia hanno sviluppato complesse tecniche di piscicoltura, tra cui la costruzione di canali, chiuse e trappole fisse.
La ricezione e l’evoluzione delle invenzioni variano moltissimo da una società all’ altra all’interno dello stesso continente, e variano anche nel tempo all’interno di una stessa società. Al giorno d’oggi le nazioni islamiche del Vicino Oriente sono abbastanza conservatrici e non certo in prima linea nel campo dell’innovazione tecnologica. Ma nel Medioevo le società di quelle zone erano l’esatto contrario: avevano tassi di alfabetizzazione assai più alti di quelli europei, ed erano il tramite tra la civiltà greca e la nostra (come è noto molti testi classici si sono salvati solo grazie alle copie arabe); inventarono o perfezionarono cose come il mulino a vento, la trigonometria e la vela triangolare, oltre a compiere grandi progressi nel campo della metallurgia, delle tecniche di irrigazione e dell’ingegneria chimica e meccanica; importarono la carta e la polvere da sparo dalla Cina e le trasmisero all’Europa. Nel Medioevo il trasferimento di conoscenze era in gran parte diretto dall’Islam all’Occidente e non viceversa.

Solo dopo il 1500 circa questo flusso cominciò ad invertirsi. Anche in Cina si registrarono oscillazioni simili. Fino al 1450 circa, la società cinese era assai più innovativa ed avanzata di quella occidentale, e anche più di quella araba. Nella lunga lista di invenzioni cinesi troviamo le chiuse dei canali, la ghisa, la trivellazione, i finimenti, la polvere da sparo, l’aquilone, la bussola magnetica, la carta, la porcellana, la stampa (se si eccettua il disco di Festo), il timone e la carriola. La Cina cessò di essere un centro di innovazione per le ragioni che vedremo nell’Epilogo. Comunque, l’Europa rimase la meno «avanzata» delle grandi civiltà eurasiatiche almeno fino al tardo Medioevo.

Concludendo, potremmo affermare che  … 

è falso che esistano continenti popolati da gruppi umani innovativi e altri abitati solo da conservatori. In ogni parte del mondo, in ogni epoca, si possono avere società aperte o chiuse al nuovo, e anche all’interno delle singole civiltà la situazione può mutare nel corso del tempo.

Pensandoci bene, queste conclusioni sono proprio quelle che ci aspetteremmo di trovare se il tasso di inventiva di un popolo fosse determinato da molti fattori indipendenti, senza la conoscenza precisa dei quali non si potrebbero fare previsioni. Ecco perché si continua a discutere su quel che successe nell’Islam, in Cina e in Europa, e sul perché i Chimbu, gli Ibo e i Navajo fossero più pronti a ricevere le novità dei loro vicini. A chi voglia studiare i grandi percorsi della storia, però, importa poco sapere quali fossero i fattori all’opera nei singoli casi: questa gran varietà, paradossalmente, rende il nostro compito più facile, perché rende la variabile «recettività all’innovazione» praticamente aleatoria.

Questo significa che in un’area sufficientemente vasta (come un continente) in ogni momento esiste con molta probabilità una società innovativa.
Ma da dove arriva davvero l’innovazione? Se si eccettuano i casi delle società del passato completamente isolate, gran parte della nuova tecnologia non viene sviluppata localmente, ma importata dai vicini. La proporzione tra invenzioni autoctone e importate dipende da due fattori: la semplicità della tecnologia in questione e la vicinanza tra i popoli.

Alcune invenzioni, in molte occasioni indipendenti nella storia del mondo, sorsero semplicemente dalla manipolazione di certe materie prime. Un esempio che abbiamo già trattato in dettaglio è la domesticazione delle piante, che ebbe almeno nove origini distinte. Un altro è la comparsa del vasellame, che può esser stata causata dall’osservazione del comportamento dell’argilla – un materiale molto diffuso – quando veniva cotta o essiccata. La prima ceramica apparve 14.000 anni fa in Giappone, circa 10.000 anni fa nella Mezzaluna Fertile e in Cina, e successivamente in Amazzonia, nel Sahel, negli Stati Uniti sudorientali e in Messico.
Un esempio di invenzione «difficile» è invece dato dalla scrittura, che non può essere ispirata dall’ osservazione di qualche fenomeno naturale.
Come abbiamo visto nel capitolo XII sorse poche volte nella storia dell’umanità – un tipo di scrittura, l’alfabeto, probabilmente una volta sola. Altri casi di questo tipo sono dati dalla ruota idraulica, dalla macina, dagli ingranaggi, dalla bussola, dal mulino a vento e dalla camera oscura, tutti oggetti inventati solo una o due volte nel Vecchio Mondo e mai nel Nuovo.

Tecnologie così complesse si acquisiscono in genere prendendole dai vicini, perché si diffondono in meno tempo di quanto richieda la loro reinvenzione indipendente. Un esempio lampante è dato dalla ruota, attestata per la prima volta attorno al 3400 a. C. nella zona del Mar Nero, e diffusa nei secoli successivi in gran parte dell’Eurasia. Tutte queste prime ruote hanno una struttura particolare: un robusto cerchio di legno formato da tre assi legati insieme, e non il classico cerchione con i raggi. Invece, l’unica ruota del Nuovo Mondo (così com’è dipinta su alcune ceramiche messicane) era formata da un unico pezzo, il che fa propendere per una invenzione indipendente – come è logico attendersi vista la distanza e l’isolamento.

Nessuno pensa che la comparsa di quel particolare modello di ruota eurasiatica in molti siti nel giro di pochi secoli sia un caso; senz’ altro si trattò della rapida diffusione verso est e verso ovest del prototipo originario, la cui utilità fu subito chiara a tutti. Una dinamica simile – invenzione unica nell’ Asia occidentale e rapida diffusione – si ripeté nel Vecchio Mondo per altri oggetti, tra cui la serratura, la carrucola, la macina, il mulino a vento, e l’alfabeto. Un esempio nel Nuovo Mondo è la metallurgia, che dalle Ande arrivò via Panama in Mesoamerica.

Quando un’invenzione assai utile appare in qualche società, si diffonde in genere in due modi. Nel primo, i vicini vedono direttamente o indirettamente l’oggetto, sono favorevoli ad adottarlo e lo fanno proprio.
Nel secondo, un popolo si trova in svantaggio rispetto a qualche vicino che ha una cosa in più, e alla fine soccombe lasciando spazio all’espansione dell’altro (e della sua invenzione).
Accadde esattamente questo con il moschetto tra i maori della Nuova Zelanda. Una tribù, gli Ngapuhi, acquisì i fucili commerciando con gli europei attorno al 1818. Nei quindici anni seguenti, la Nuova Zelanda fu sconvolta dalle «guerre del moschetto»: le tribù che ancora non ce l’avevano o se lo procuravano in qualche modo o erano sconfitte dalle altre. Il risultato fu che nel 1833 tutte le tribù maori superstiti possedevano quel tipo di fucile.

L’adozione di una nuova tecnologia può avvenire in contesti molto diversi: regolare commercio (come l’arrivo del transistor in Giappone dagli Stati Uniti nel 1954), spionaggio (come i bachi da seta, esportati clandestinamente dall’Oriente nel 552), emigrazione (la diffusione dei tessuti e dei vetri francesi in Europa dopo l’espulsione di 200.000 Ugonotti nel 1685), e guerra. Un esempio di quest’ultimo tipo fu il trasferimento della tecnica cinese di fabbricazione della carta verso l’Islam, avvenuto quando gli arabi sconfissero i cinesi nella battaglia del fiume Talsa nel 751: essi trovarono alcuni cartai tra i prigionieri, se li portarono a Samarcanda e iniziarono a fabbricare la carta.

Abbiamo visto che la scrittura si può diffondere per copia del progetto o per adozione dell’idea in generale. La cosa è vera anche per la tecnologia. Poche righe sopra abbiamo visto casi di copie brutali, mentre 1’arrivo della porcellana cinese in Europa fu un esempio di diffusione di un’idea. La porcellana fu inventata in Cina nel VII secolo d. C. Quando, grazie alla Via della Seta, i primi esemplari giunsero in Europa nel XIV secolo (senza alcuna indicazione sul modo in cui erano fabbricati), vennero subito ammirati, e subito ci fu chi provò – senza successo – ad imitarli. Solo nel 1707 1’alchimista tedesco Johann Böttger, dopo lunghi esperimenti con varie misture di minerali e argille, azzeccò la ricetta giusta e fondò quindi le celebri manifatture di Meissen.

In modo più o meno indipendente, si arrivò allo stesso risultato più tardi in Francia e in Inghilterra, e le fabbriche di Sèvres, Wedgwood e Spode divennero famose.
Gli europei, quindi, dovettero riscoprire da soli i metodi cinesi di lavorazione, ma furono stimolati a farlo solo dopo aver visto un modello del risultato finale.A seconda della loro collocazione geografica, i popoli del mondo possono ricevere le invenzioni dei vicini con maggiore o minore facilità. Gli uomini più isolati della nostra storia recente sono stati i tasmaniani, che vivevano – senza avere barche – su un’isola a 150 chilometri dall’Australia, il continente più distante. Per 10.000 anni non ebbero contatti con nessun’ altra società, e l’unica tecnologia che avevano a disposizione se l’erano inventata da soli. Gli aborigeni australiani e i guineani, separati dall’ Asia continentale dalla miriade di isole dell’Indonesia, ricevettero ben poche cose dalla terraferma. Le società più interconnesse, invece, erano quelle stanziate sulle masse continentali, dove la tecnologia poté svilupparsi con rapidità grazie all’ assommarsi delle invenzioni autonome e di quelle importate da fuori. La società islamica del Medioevo, strategicamente collocata al centro dell’Eurasia, poté ad esempio sfruttare alcune invenzioni cinesi e indiane, e farsi erede della tradizione occidentale greca.
L’importanza dei contatti e della posizione geografica è illustrata con forza da quei casi apparentemente incomprensibili di popoli che abbandonarono qualche ottima tecnologia a un certo punto della loro storia. Potremmo pensare che un’invenzione, una volta acquisita, rimanga in uso fino a che non è soppiantata da una migliore; in realtà, le novità bisogna anche saperle mantenere, il che dipende da un buon numero di fattori imprevedibili. Ogni società attraversa periodi di cambiamenti o di mode passeggere, in cui oggetti prima considerati inutili diventano preziosi e viceversa. Oggi, in un periodo in cui quasi tutti i popoli della Terra sono in contatto tra loro, non riusciamo a capire come una semplice moda riesca a far sparire qualcosa di utile: la società che se ne sbarazzasse temporaneamente la vedrebbe sempre usare dai popoli confinanti, e sarebbe quindi in grado di riprendersela un volta passata la follia del momento (o verrebbe conquistata dai vicini se non ci riuscisse).

Ma, nelle aree isolate

le mode possono durare a lungo.

Un esempio assai noto è l’abbandono delle armi da fuoco da parte dei giapponesi. Nel 1543 due avventurieri portoghesi armati di archibugi sbarcarono in Giappone a bordo di una nave da carico cinese. I locali furono così impressionati dalla cosa che iniziarono subito a produrre i fucili, migliorando la tecnologia a tal punto che già nel 1600 erano il popolo dotato di più armi da fuoco, e di migliore qualità, al mondo.

Ma c’era chi remava contro. I samurai ritenevano la loro spada un segno di prestigio e un’opera d’arte (e uno strumento per soggiogare le classi inferiori). I combattimenti, in Giappone, erano in realtà singolari tenzoni tra samurai, che si incontravano in campo aperto secondo un rituale ben preciso e duellavano con grazia ed eleganza. Sarebbe stato un comportamento suicida in presenza di una banda di contadini assai sgraziati, ma ben forniti di archibugi. Inoltre le armi da fuoco erano una cosa straniera, e tutto ciò che veniva dall’estero iniziò ad essere osteggiato dopo il 1600.  Il governo, controllato dai samurai, iniziò con il restringere la produzione di fucili in poche città, poi introdusse l’uso di licenze e permessi; questi a un certo punto vennero rilasciati solo per costruire armi destinate al governo, che ebbe vita facile a ordinare sempre meno pezzi, fino a quando il Giappone si trovò virtualmente privo di fucili funzionanti.

Anche tra i regnanti europei c’era chi non aveva in simpatia gli archibugi, e tentò di limitarne la diffusione. Ma misure del genere non si spinsero mai molto in là in Europa, perché un paese che avesse smesso di usare i fucili sarebbe stato sconfitto in un attimo da qualche vicino ben armato. In Giappone il processo andò fino in fondo perché quella era una società popolosa e isolata, che poteva cavarsela anche senza una nuova e potente tecnologia militare. Nel 1853 la flotta del comandante Perry, ben armata di cannoni, fece capire al Giappone che era tempo di ritornare a costruire armi da fuoco.

Questa vicenda e l’analogo abbandono della navigazione oceanica da parte della Cina (cosi come degli orologi meccanici e dei filatoi ad acqua) sono casi ben noti di regressione tecnologica all’interno di società quasi o del tutto isolate. Altre inversioni di rotta avvennero in tempi preistorici. Il caso estremo è quello dei tasmaniani, che smisero di usare gli oggetti d’osso e di pescare, finendo per diventare il popolo più «arretrato» del mondo (come vedremo nel capitolo xv).
E’ probabile che gli aborigeni abbiano utilizzato e poi abbandonato archi e frecce. I popoli dello Stretto di Torres lasciarono le canoe, e gli isolani di Gaua le lasciarono per poi riprendersele. La ceramica fu abbandonata in varie parti della Polinesia. Polinesiani e melanesiani dimenticarono anche in massa l’uso di archi e frecce in battaglia. Varie tribù eschimesi abbandonarono arco e frecce, il kayak e l’uso dei cani.

Questi esempi, che in un primo tempo ci erano parsi così strani, mostrano assai bene l’importanza della geografia e dei contatti tra popoli nella storia della tecnologia. Senza interscambi si acquisiscono meno invenzioni, e se ne perdono di più.

Poiché la tecnologia genera altra tecnologia, la buona diffusione di una invenzione è forse più importante dell’invenzione stessa. La storia delle innovazioni si può definire un processo autocatalitico, che accelera col tempo perché si alimenta e si favorisce da solo. L’esplosione scientifica e tecnica seguita alla rivoluzione industriale fu davvero notevole, ma anche quella del tardo Medioevo fu impressionante se paragonata a quella dell’Età del bronzo, che a sua volta oscurò quella del Paleolitico superiore.
Un motivo per cui la tecnologia è spesso autocatalitica è che i grandi progressi dipendono dalla soluzione preventiva di problemi più semplici. Gli uomini del Paleolitico non inventarono di punto in bianco il modo per estrarre il ferro dai minerali: fu il coronamento di millenni di esperimenti e di avanzamenti nel trattare i metalli come il rame e l’oro che si trovano quasi puri in natura e che possono essere lavorati a freddo; importanti furono anche i miglioramenti nella tecnologia delle fornaci, usate prima per la ceramica e per l’estrazione e la lavorazione dei minerali di rame e delle leghe come il bronzo, che richiedono temperature più basse. Sia nella Mezzaluna Fertile che in Cina, i manufatti in ferro si diffusero solo dopo 2000 anni di esperienze con il bronzo. Nel Nuovo Mondo si era appena iniziato a lavorare quest’ultimo, quando l’arrivo degli europei troncò una possibile linea di sviluppo indipendente. Inoltre, la tecnologia si alimenta da sola perché è in grado di dare origine a nuove soluzioni per combinazione di componenti. Ad esempio, perché la stampa si diffuse come un lampo nel mondo dopo l’arrivo di Gutenberg e della sua Bibbia nel 1455, e non dopo il disco di Festo
del 1700 a. c?

In gran parte perché gli stampatori medievali seppero combinare insieme ben sei invenzioni, molte delle quali non erano a disposizione degli artigiani cretesi: la carta, i caratteri mobili, la metallurgia di precisione, i torchi, l’inchiostro e l’alfabeto. Le prime due erano giunte in Europa dalla Cina. L’idea di Gutenberg di usare stampi metallici per fondere il carattere, per risolvere il serio problema dell’uniformità dimensionale, si basava su molti progressi nell’ arte dei metalli: l’uso dell’acciaio per i punzoni, di leghe in ottone o bronzo (e dopo dell’acciaio) per gli stampi, e di una lega di stagno, zinco e piombo per i caratteri. Il suo torchio era derivato da strumenti analoghi usati per la spremitura di vino e olio, e il suo inchiostro era una versione elaborata di quelli già esistenti. Gli alfabeti che l’Europa aveva ereditato da millenni di storia erano ideali per i caratteri mobili, perché ne servivano poche decine, e non migliaia come per il cinese.

Gli artigiani di Festo, sotto tutti questi aspetti, avevano a disposizione tecniche assai meno valide. Il disco è di creta, un materiale molto più ingombrante della carta. La metallurgia, gli inchiostri e i torchi erano assai più primitivi nel 1700 a. C. che nel 1455 d.C., e cosi il segno doveva essere impresso a mano, e non tramite un carattere mobile fissato a comporre una pagina di metallo, inchiostrato e premuto sulla carta. A Festo si usava una scrittura sillabica, molto più complicata dell’alfabeto latino di Gutenberg. Come risultato di tutto ciò, la tecnologia del disco è assai più goffa e offre ben pochi vantaggi rispetto allo scrivere a mano. Inoltre risale ad un’epoca in cui la conoscenza della scrittura era riservata a pochi scribi di palazzo: la domanda per un oggetto così bello doveva essere assai limitata, e così pure gli incentivi per la produzione in larga scala dei molti caratteri necessari. Nell’Europa della fine del Medioevo, invece, l’esistenza di un mercato di massa potenziale convinse molti investitori a prestare denaro a Gutenberg.

La tecnologia ci ha fatto passare dai primi utensili in pietra di due milioni e mezzo di anni fa alla mia stampante laser del 1996 (che ha rimpiazzato quella del 1992, già obsoleta) con la quale ho prodotto il dattiloscritto di questo libro. La velocità del progresso fu impercettibile all’inizio, quando passarono centinaia di migliaia di anni senza alcun cambiamento visibile nella forma dei manufatti o nel materiale impiegato.

Oggi possiamo seguirne l’avanzata sui quotidiani.
In questa lunga storia di accelerazioni, siamo in grado di isolare due cambiamenti epocali. Il primo è il passaggio agli utensili di osso, di pietra ad uso differenziato e di tipo composto. Risale a un periodo compreso tra 100.000 e 50.000 anni fa, e fu probabilmente reso possibile da modificazioni genetiche nella nostra specie, che diedero origine al linguaggio e/o alle funzioni cerebrali superiori. Il secondo balzo fu l’adozione di uno stile di vita sedentario, che avvenne in diversi momenti: in alcune zone anche 13.000 anni fa, mentre in altre non si è ancora verificato ai nostri giorni. Quasi sempre questo passo si accompagnò alla nascita delle produzioni alimentari, che richiedevano una costante presenza accanto ai campi e che permisero 1’accumulo di cibo in eccedenza.

La sedentarizzazione fu decisiva per la storia della tecnologia, perché rese possibile accumulare beni intrasportabili. I cacciatori-raccoglitori nomadi devono limitarsi agli oggetti che possono portar via con sé: la ricchezza di chi si sposta in continuazione, e non ha né carri né animali da montare o aggiogare, è limitata a bambini, armi e poche altre cose assolutamente indispensabili di piccola dimensione – non si può certo andare in giro carichi di vasellame o di torchi da stampa. Questa difficoltà di ordine pratico spiega probabilmente perché in alcuni casi una tecnologia apparve presto ma poi non fu modificata per tempi anche lunghissimi.

I precursori della ceramica sono considerati alcuni oggetti in creta ritrovati in Cecoslovacchia, vecchi di 27.000 anni e quindi molto più antichi dei primi recipienti di terracotta giapponesi di 14.000 anni fa. In quella stessa area si sono ritrovati resti coevi di oggetti che sembrano intrecciati, anche se i primi cesti appaiono con certezza 13.000 anni fa, e i primi tessuti attorno a 9.000 anni fa. Nonostante questa partenza anticipata, né la ceramica né la tessitura presero piede fino a quando la vita sedentaria permise di sfruttarle appieno (poiché non si dovevano portare più in giro vasi e telai).

L’agricoltura, oltre a permettere la nascita della vita sedentaria e quindi 1’accumulazione dei beni, fu decisiva nella storia della tecnologia per un altro motivo. Per la prima volta, alcune società poterono diventare economicamente differenziate, e mantenere una classe di specialisti non dediti alla produzione del cibo. Come abbiamo visto nella seconda parte, 1’agricoltura è nata in tempi assai diversi sui vari continenti.

Inoltre, come ho detto in questo capitolo, la tecnologia di un popolo dipende non solo dalle invenzioni autonome che è in grado di fare, ma anche dalla diffusione delle idee e delle tecniche tra le società; ecco perché il progresso fu più rapido in quelle zone in cui esistevano meno ostacoli ambientali ai contatti tra popoli. Infine i continenti con il numero maggiore di società sono avvantaggiati, perché – essendo ognuna di esse più o meno pronta ad accettare le novità, per vari motivi – hanno la più alta probabilità che ce ne siano alcune disposte al cambiamento.

Concludendo, a parità di altre condizioni, la tecnologia progredisce più rapidamente in vaste aree ricche di risorse, abitate da popolazioni numerose, divise in società in competizione tra loro, all’interno delle quali esistono molti potenziali inventori.
Vediamo come le variazioni in questi tre fattori chiave – data di nascita dell’agricoltura, facilità di contatto, e dimensione della popolazione – abbiano portato in modo diretto alle differenze tra i continenti che possiamo oggi osservare. L’Eurasia (con il Nordafrica) è la più vasta estensione terrestre del pianeta, che ospita il più alto numero di popoli. Qui si trovano i due centri in cui l’agricoltura sorse per prima (Mezzaluna Fertile e Cina); e il suo orientamento principale secondo l’asse est-ovest permise a idee e invenzioni di circolare abbastanza rapidamente tra terre situate alle stesse latitudini e dal clima simile. La sua larghezza anche lungo l’asse minore nord-sud contrasta nettamente con le Americhe, dove la strettezza dell’Istmo di Panama costituisce un ostacolo. L’Eurasia non ha le grandi barriere ecologiche che attraversano da est a ovest l’Africa e l’America. Grazie a tutti questi fattori, in questo continente il progresso del post-Pleistocene iniziò prima che in ogni altro, con il risultato che si accumulò la più grande quantità di tecnologie.

Le due Americhe sono in genere viste come continenti separati, ma sono state unite per milioni di anni, hanno problemi analoghi a nord e a sud, e possono venire considerate come un tutt’uno. Sono la seconda massa continentale del pianeta, anche se assai più piccola dell’Eurasia, ma sono frammentate da barriere geografiche ed ambientali: ad esempio, l’Istmo di Panama è un ostacolo fisico tra nord e sud, mentre le foreste di Darien e il deserto messicano sono ostacoli ecologici. Le prime tennero divise le avanzate popolazioni del Mesoamerica da quelle delle Ande e dell’Amazzonia, mentre il secondo rese difficili i contatti tra Messico e Stati Uniti meridionali. In più, l’asse principale del continente è quello nord-sud, il che rende la diffusione di specie più difficile a causa del gradiente di latitudine (e di clima).
Ad esempio, la ruota fu inventata in Mesoamerica, e il lama fu domesticato sulle Ande, ma in 5.000 anni l’unico animale da traino e l’unica tecnologia utile per i carri del continente non riuscirono ad incontrarsi – anche se la distanza in linea d’aria tra le due società in questione (2000 chilometri) era assai minore di quella tra Francia e Cina (13 000), due luoghi che condividevano ruote e cavalli.

L’Africa subsahariana è la terza massa continentale per estensione. Nel corso della storia fu assai più accessibile dall’Eurasia rispetto alle Americhe, ma la barriera ecologica costituita dal deserto del Sahara è molto forte. Anche in questo caso l’asse principale è nord-sud, il che pone ulteriori ostacoli alla diffusione della tecnologia sia interna che venuta dall’ esterno. La ceramica e la metallurgia del ferro, ad esempio, furono inventate (o importate) nel Sahel almeno all’epoca in cui apparvero in Europa. Ma la ceramica non raggiunse la punta meridionale dell’Africa prima dell’anno I d.C., e la metallurgia vi fu portata solo dagli europei via nave.

L’Australia, infine. E il continente più piccolo e meno ricco di risorse, e la scarsità cronica di piogge rende l’area abitabile ancora più ristretta. E anche il più isolato, e quello in cui l’agricoltura non sorse mai spontaneamente. Questi fattori resero l’Australia anche l’unico continente privo di attrezzi metallici fino in tempi moderni. La tabella qui sotto,  traduce questi discorsi in numeri. Non sappiamo quale fosse la popolazione di ogni continente 10.000 anni fa, poco prima della nascita dell’agricoltura, ma sicuramente le proporzioni relative erano le stesse, perché molte delle zone più produttive al giorno d’oggi erano anche le più ricche di risorse per i cacciatori-raccoglitori di allora. Le differenze sono chiarissime: l’Eurasia è quasi sei volte più popolosa delle Americhe, quasi otto volte più dell’Africa, e 230 e volte più dell’Australia.

Immagine

Una popolazione più numerosa significa più società, più competizione e più inventori: la tabella qui sopra  dice da sola molte cose sull’origine delle armi e dell’acciaio in Eurasia.

Tutti questi effetti dovuti alle differenze di area, popolazione, barriere naturali e presenza dell’agricoltura si ingigantirono col passare del tempo, perché il progresso tecnologico si autocatalizza. Il buon vantaggio iniziale dell’Eurasia era diventato un gap incolmabile nel 1492, per motivi che avevano a che fare con la geografia particolare di questo continente, e non con la particolare intelligenza dei suoi abitanti. Conosco indigeni della Nuova Guinea che potrebbero essere dei potenziali Edison; ma il loro popolo ha diretto i suoi sforzi creativi in modo tale da risolvere i suoi problemi: sopravvivere nella giungla senza l’aiuto della tecnologia importata da fuori. Inventare il fonografo non era tra le loro priorità. (Jared Diamond)

Se l’Europa Unita, più popolosa,  si trova oggi dietro gli Stati Uniti (che ha meno abitanti)  per numero di invenzioni quale sarà il motivo?  E qual’è il potenziale di una Cina che ha 3 volte il numero degli abitanti dell’Europa?


Reference

L’evoluzione della tecnologia , riflessione  di Jared Diamond, tratto da: J.Diamond  “Guns, Germs, and Steel. The Fates of Human Societies” – Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni,  (2006) Einaudi,  

2 risposte a "L’EVOLUZIONE della TECNOLOGIA (di J. Diamond)"

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