COLLASSO (parte 2)


Perché alcune Civiltà del passato si sono estinte? Attraverso gli esempi dei Vichinghi nella Groenlandia dell’età del ferro, la deforestazione dell’Isola di Pasqua e l’estinzione dei Maya o l’attuale situazione del Montana, Jared Diamond ci parla di come i segni del COLLASSO siano vicini, e di come – riconoscendoli in tempo – Noi possiamo evitare … l’estinzione!

Nella prima parte di questo post ho citato la fine della civiltà di Pasqua come ce la racconta Jared Diamond.

Due, invece, furono i fattori che causarono la fine dei Maya, che richiedono una trattazione più estesa: si tratta della guerra e della siccità. Per molto tempo gli archeologi hanno creduto che gli antichi Maya fossero un popolo mite e pacifico. Oggi sappiamo invece che erano in uno stato di guerra permanente, quasi inevitabile viste le condizioni locali. Le difficoltà nel rifornimento e nel trasporto del cibo impedirono, che un qualsiasi principato Maya potesse unificare sotto di se una intera regione, dando origine a un impero. Gli Aztechi e gli Incas riuscirono invece in questa impresa, e dominarono rispettivamente il Messico centrale e le Ande.

Le testimonianze archeologiche mostrano che le guerre diventarono più intense e frequenti durante la fine dell’età classica. Dal dopoguerra si sono fatti molti passi avanti in questo senso: si sono riportate alta luce le enormi fortificazioni che circondavano molti insediamenti dei Maya; si sono scoperte vivide rappresentazioni di guerra e di prigionieri sui monumenti di pietra e sulle famose pitture murali trovate nel 1946 a Bonampak; si sono decifrati molti testi scritti, quasi tutti iscrizioni che celebravano conquiste militari. Ogni re Maya bramava soprattutto di catturare i colleghi delle altre citta (uno di questi malcapitati, come abbiamo visto, fu il re di Copàn “Coniglio Diciotto”). I prigionieri erano crudelmente torturati nei modi rappresentati con chiarezza sui monumenti e sulle pitture murali: denti e unghie strappati, dita mozzate, mandibole disarticolate, spilloni inseriti nelle labbra e così via. La tortura culminava, a volte anche molti anni dopo, nel sacrificio del prigioniero eseguito in modi altrettanto spiacevoli (gli si legavano le braccia e le gambe in modo che formasse una palla, e lo si faceva rotolare giù per le scalinate di un tempio). Lo stato di guerra perenne si estrinsecava in vari modi: guerre tra i vari regni; tentativi di secessione da parte di città che non volevano più essere sottomesse e che si ribellavano contro la capitale; guerre civili provocate dai tentativi, frequenti e violenti, di usurpare il trono. Di tutto questo si è trovata testimonianza sui monumenti, le cui iscrizioni riportavano solo ciò che accadeva al re e alla classe nobiliare.

Ancora più frequenti dovettero essere le lotte tra i cittadini comuni per il possesso della terra, a mano a mano che la popolazione aumentava e le terre incominciavano a scarseggiare. Di questi eventi nulla sappiamo, perchè avevano come protagonisti soltanto la gente del popolo e non erano perciò ritenuti degni di essere descritti o rappresentati … … Come è possibile che una popolazione di milioni di persone sia scomparsa ?

Ci siamo posti la stessa domanda [in precedenza] a proposito degli Anasazi di Chaco Canyon (che certo erano meno numerosi). Per analogia con quanto successe durante i periodi di siccità del Sudovest statunitense, possiamo dedurre che alcuni abitanti delle pianure meridionali dello Yucatan sopravvissero fuggendo verso il nord della penisola, ricco di cenotes e di pozzi. Proprio nel periodo del collasso dei Maya meridionali, si verifico infatti un rapido aumento della popolazione nello Yucatan settentrionale. Ma non ci sono tracce a indicare che tutti questi milioni di abitanti delle pianure meridionali siano sopravvissuti stabilendosi nel nord (cosi come non ci sono prove del fatto che migliaia di rifugiati Anasazi siano stati accolti come immigranti nei pueblo scampati alla siccità). Come nel Sudovest statunitense durante i periodi di siccità, è certo che la popolazione Maya diminuì, in parte, per mancanza di cibo e di acqua, oppure in seguito a lotte per il possesso di risorse sempre più scarse. Ma probabilmente la diminuzione demografica fu anche dovuta a un lento calo delle nascite e della sopravvivenza infantile nel corso di molti decenni.

Ciò significa che la diminuzione demografica e imputabile sia a un tasso di mortalità più alto, sia a un tasso delle nascite più basso. Nella zona dei Maya, come altrove, il passato serve da lezione per il presente. Con l’arrivo degli spagnoli, la popolazione del Petèn centrale diminuì ulteriormente in seguito a malattie o ad altre cause associate all’occupazione, fino a toccare i 3.000 individui nel 1714. Più di due secoli dopo, nel 1960, il numero era risalito solo a 25.000, meno del 1 per cento degli abitanti nel periodo d’oro dell’epoca classica. A partire da quella data, migliaia di immigranti si riversarono in massa nel Petèn centrale, facendo giungere la popolazione a circa 300.000 nel decennio 1980 – 1990, il che però diede inizio a una nuova era di deforestazione e di erosione. Oggi, meta del Petèn è ecologicamente degradata; un quarto di tutte le foreste dell’Honduras furono distrutte tra iI 1964 e il 1989. Per riassumere, si possono identificare cinque fili conduttori che hanno ordito Ia fine di questa civiltà. Tuttavia bisogna riconoscere che gli archeologi si trovano ancora ampiamente in disaccordo tra loro: in parte perchè e evidente che i diversi fattori hanno avuto importanza variabile a seconda dell’insediamento Maya considerato; in parte perché non tutti i centri sono stati studiati con attenzione; in parte perché non si sa spiegare come mai la terra rimase quasi disabitata e gli insediamenti non ripresero neanche dopo che le foreste ebbero avuto il tempo di ricrescere. Detto questo, ritengo che uno dei fili conduttori sia stato la crescita della popolazione, che superava di gran lunga la quantità delle risorse disponibili: si tratta di un problema simile a quello anticipato da Thomas Malthus 1798, e che si è manifestato oggi in Ruanda, ad Haiti e altrove. Per usare le concise ed efficaci parole dell’archeologo David Webster: «Troppi contadini sfruttarono troppo una frazione troppo estesa della terra abitabile … »

Ad aggravare questo squilibrio tra risorse e popolazione fu il secondo filo conduttore: gli effetti della deforestazione e dell’erosione dei pendii collinari, che causarono la diminuzione della quantità di terra utilizzabile per l’agricoltura in un periodo in cui la popolazione era in crescita. Gli effetti della deforestazione e dell’erosione furono forse esacerbati da altri fattori: un periodo di siccità antropogenica innescata dalla stessa deforestazione, l’esaurimento dei nutrienti del terreno, altri problemi del suolo, forse l’invasione di una infestante, la felce aquilina. Il terzo filo conduttore furono le lotte per il controllo delle risorse sempre più scarse, da parte di una popolazione sempre più numerosa. Lo stato di guerra dei Maya, già endemico, raggiunse il culmine proprio prima del crollo. Ciò non sorprende affatto, se si pensa che 5 milioni di persone, e forse molte di più, si trovavano accalcate in un’area più piccola dello stato del Colorado (che misura 270.000 chilometri quadrati). Lo stato di guerra fece ulteriormente diminuire la quantità di terreno disponibile all’agricoltura, creando tra vari principati una terra di nessuno in cui sarebbe stato pericoloso coltivare campi. A far precipitare situazione fu il quarto filo conduttore, il cambiamento climatico. La siccità al tempo della fine dell’era classica non fu la prima di cui i Maya fecero esperienza, ma fu quella più grave. Nei periodi precedenti c’erano ancora molte aree disabitate e gli abitanti delle zone colpite da siccità avevano potuto mettersi in salvo trasferendosi in altri territori. Alla fine dell’era classica, invece, tutte le zone erano già state occupate e non esistevano più, nelle vicinanze, territori disabitati che fossero anche adeguati a un nuovo insediamento umano. D’altro lato, non era possibile sistemare l’intera popolazione nelle poche zone che continuavano ad avere riserve di acqua affidabili. II quinto filo conduttore è di natura politica e sociale. Perché, i re e i nobili non furono capaci di riconoscere e risolvere quei problemi cosi evidenti che minacciavano la loro società? La loro attenzione era evidentemente concentrata su mire personali e a breve termine, quali arricchirsi, intraprendere campagne militari, costruire monumenti, rivaleggiare con le altre èlite e sottrarre ai contadini cibo sufficiente per poter sostenere tutte queste attività. Come quasi tutti i capi nella storia del genere umano, i re e i nobili Maya non tennero conto dei problemi a lungo termine, posto che fossero in grado di accorgersene. Infine, anche se dobbiamo ancora esaminare alcuni esempi tratti dal passato, prima di volgere la nostra attenzione al mondo moderno, siamo già in grado di tracciare evidenti paralleli tra i vari casi considerati.

Come accadde tra gli abitanti dell’isola di Pasqua e tra gli Anasazi (http://it.wikipedia.org/wiki/Anasazi n.d.r.), i problemi ambientali e demografici dei Maya condussero a un aumento delle guerre e delle lotte civili. Infatti, così come avvenne anche sull’isola di Pasqua e a Chaco Canyon, quando la popolazione raggiunse la sua punta massima la società Maya ebbe immediatamente un tracollo sociale e politico. Così come gli abitanti dell’isola di Pasqua dovettero, alla fine estendere le loro coltivazioni dalle pianure costiere alle regioni montane, e i mimbres espandere le coltivazioni dai terreni golenali alle colline, allo stesso modo gli abitanti di Copàn estesero l’agricoltura dalle zone golenali alle più fragili pendici collinari. Quando si arrestò il boom agricolo sulle colline, si ritrovarono con un numero maggiore di individui da sfamare. Così come i capi dell’isola di Pasqua erigevano statue sempre più grandi, coronate infine anche di pukao, e cosi come I’èlite degli Anasazi si concedeva il lusso di collane con 2000 pietre di turchese, in modo analogo i re Maya cercavano di prevalere l’uno sull’altro con la costruzione di templi sempre più grandiosi, ricoperti di uno strato di intonaco sempre più spesso. La passività dei capi dell’isola di Pasqua e dei re Maya di fronte alle vere e grandi minacce che incombevano sulle loro società ci fa pensare all’estremo esibizionismo consumistico dei ricchi americani dei nostri giorni. E qui chiudo questa lista di paralleli inquietanti … (Tratto da “Collasso” di Jared Diamond) [*] …

(per i sottotitoli in italiano, cliccate l’icona -con i tre pallini- in basso a destra della finestra del video)

[*] Jared M. Diamond (nato 10 Settembre 1937) è uno scienziato americano e autore noto per i suoi popolari libri di scienza, tra cui “Armi, acciaio e Malattie” (1997) per il quale ha ottenuto il Premio Pulitzer: in tale opera esplora i fattori geografici, culturali, ambientali e tecnologici che portarono alla dominazione della cultura occidentale sul mondo e ipotizza un nuovo tipo di storia basato sulla scienza che può formulare previsioni piuttosto che semplicemente descrivere “un maledetto fatto dopo l'altro”. Con primi studi in fisiologia, il lavoro di Diamond è riconosciuto per la sua ricerca che negli anni ha svolto in una varietà di settori, tra cui l'antropologia, l’ecologia, la geografia e la biologia evolutiva. A partire dal 2013, dopo l’Università di Cambridge, è stato nominato professore di Geografia presso l'Università della California, Los Angeles. E' stato descritto come " il geografo più noto d'America". Nel 2005 scrive “Collasso”, in questo saggio Diamond cerca di capire come i collassi delle civiltà del passato siano accaduti, e ci pone la riflessione: riuscirà la Società Contemporanea ad imparare le lezioni del Passato evitando disastri analoghi nel Futuro?!

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