Il Pensiero Bianco o Nero e la Pandemia Immateriale


L’OMS dichiara che le malattie cardiovascolari e i tumori sono ancora le principali cause di morte, tuttavia perchè si è instaurata una tale globale paura del coronavirus?
Gli esperti rispondono a questa domanda spiegandola con l’acuirsi di molti Pregiudizi (bias) Cognitivi negli individui e le relative conseguenze comportamentali.  

Un bias cognitivo è un errore sistematico nel giudizio e nel processo decisionale, che potrebbe verificarsi a causa di limitazioni cognitive, fattori motivazionali e/o adattamenti agli ambienti naturali (Mata, 2012).

I ricercatori hanno rilevato che nel corso di questa pandemia oltre a coloro che sono a rischio di soffrire di un caso grave della malattia – le persone anziane e quelle con condizioni mediche preesistenti come malattie respiratorie croniche, malattie cardiovascolari e diabete –  anche molte altre categorie di individui hanno sperimentato e sperimentano la paura del COVID-19. Questi hanno rilevato che i pregiudizi più correlati alla paura del COVID-19 includono: la predizione del futuro, il catastrofismo, l’errore di attribuzione fondamentale, la squalifica positiva, il filtro negativo, l’iper-generalizzazione, l’illusione di conoscenza, la personalizzazione del male, l’incolpare, i confronti ingiusti, l’orientamento al rimpianto, il se fosse, il ragionamento emotivo, il pensiero dicotomico. Portando le persone ad ignorare le controprove e la focalizzazione sul giudizio.

Viceversa , altri diversi pregiudizi cognitivi possono inficiare invece le pratiche di sicurezza personale. Tra questi si possono includere: il pregiudizio di ottimismo, l’effetto struzzo, il pregiudizio di normalità, le convinzioni apocalittiche, l’ipotesi del mondo giusto, l’accettazione del ruolo di vittima e la fuga dalle responsabilità ( cfr. Ahorsu et al., 2020 ; Beck et al., 2005 ; Cook et al., 2019 ; Kuru et al., 2018 ; “Elenco dei pregiudizi cognitivi”, 2020 ; Mann & Beech, 2003 ; Mizes et al., 1987 ).

Le restrizioni comportamentali come la quarantena e la perdita di contatto con familiari e amici hanno imposto diversi livelli di isolamento alle persone e sono state causa di stress. Il risultato è stato che gli effetti di diversi fattori di stress sulle prestazioni cognitive si sono ben consolidati in diversi domini cognitivi. Come la percezione del rischio (Renn, 1997), la memoria del lavoro, l’attenzione (Vander Haegen & Luminet, 2015), i processi decisionali, la risoluzione dei problemi (Ostell, 1991) e il controllo delle emozioni (Lok & Bishop, 1999).

Riferendomi ai miei studi nel campo della comunicazione persuasiva, non mi è stato difficile notare gli evidenti segnali di una polarizzazione del pensiero di gruppo, che si è scatenata nel nostro paese nella dialettica dicotomica tra i gruppi classificati comunemente nelle note categorie no-vax e si-vax.
Pertanto, alla luce di quanto introdotto qui sopra,  la mia attenzione in questi ultimi tempi, si è focalizzata in particolare sul cosiddetto Pensiero Dicotomico.  

Il pensiero dicotomico è la propensione di un individuo a pensare in termini di opposizione binaria, come bianco o nero, buono o cattivo e tutto o niente.

Questo stile di pensiero può essere utile per prendere decisioni rapide. Tuttavia, gli esperti lo rendono noto come un problema cognitivo del disturbo borderline della personalità (Napolitano & McKay, 2007). Addirittura in alcuni casi collegato a tentativi di suicidio (Neuringer, 1961). Alcuni psicologi clinici hanno indicato che tale stile è correlato a molti disturbi della personalità dal punto di vista della terapia cognitiva (Beck, Freeman, Davis, & Associates, 2004 ).

Quando un individuo impiega il pensiero dicotomico, significa che considera tutto come una situazione disperata. Ciò significa che vede solo il bene o il male, il  giusto o sbagliato, ma niente nel mezzo. Non esiste per lui alcuna zona grigia perché vede tutto solo in un modo o nell’altro.

Kahneman (2011), Sherman & Corty (1984), Sunstein (2005), Tversky e Kahneman (1973),  ci dicono che  le persone usano spesso l’euristica cognitiva – le  scorciatoie cognitive – per esprimere giudizi: perché è più  veloce e facile di un pensiero più approfondito, attento e deliberato. L’euristica gioca un ruolo fondamentale nella riduzione dell’incertezza, nella diminuzione del carico cognitivo e nell’aumento dell’efficienza di elaborazione. Tuttavia, può anche portare a presupposti tendenziosi nei gruppi sociali. Ad esempio, quando si inizia a formare l’impressione di una nuova persona in un gruppo sociale coeso.  Le persone usano spesso gli stereotipi del gruppo sociale a cui appartengono come un’ancora per esercitare il loro giudizio sulla nuova persona (FeldmanHall & Shenhav, 2019).

Allo stesso modo, ciò avviene nell’esprimere giudizi tra gruppi sociali diversi, quando le persone applicano l’euristica dicotomizzante:  ciò che è vero per il mio gruppo non è vero per un altro gruppo, quando si formano impressioni su nuovi gruppi sociali per i quali si hanno informazioni limitate. Gli esseri umani, infatti, presumono che gli individui che sono membri dello stesso gruppo condividano caratteristiche comuni (Gelman, 2003).

Dai tre ai quattro anni di età, i bambini usano le etichette di categoria per creare inferenze sulle proprietà biologiche e psicologiche degli individui: per esempio, deducono che due creature chiamate pesce respireranno entrambe sott’acqua o che due bambini classificati come timidi apprezzeranno entrambi lo stesso gioco (Gelman & Markman, 1986; Heyman & Gelman, 2000; Heyman & Gelman, 2000 ).

Gli adulti danno anche un peso particolare alle etichette di categoria, che possono segnalare l’appartenenza ad un gruppo quando si è soggetti ad inferenze. (Yamauchi & Markman, 2000).  Inoltre, non solo i bambini in età prescolare, i bambini in età scolare, ma anche gli adulti tendono a estendere le informazioni apprese sulle caratteristiche di un membro di categoria a tutti i membri della stessa categoria. Ad esempio, ritengono che gli individui dello stesso gruppo sociale (cfr. sesso o razza) condivideranno tratti, preferenze, credenze e comportamenti simili (Diesendruck et al., 2015; Kalish, 2012; Krueger & Clement, 1994; Lagattuta & Kramer, 2021; McGarty & Penny, 1988; McGarty & Turner, 1992; Shutts et al., 2013).  

Pertanto, quando gli individui di un’ampia fascia d’età sono membri della stessa categoria oppure di uno stesso gruppo, assumono l’omogeneità del giudizio: cioè deducono che l’apprendimento delle caratteristiche di un membro fornisce prove preziose su tutti i membri e che le etichette assegnate ad una categoria possono essere informative sulle caratteristiche dell’intero gruppo.

Le categorie, tuttavia, non solo primeggiano nel costruire le convinzioni sulla coesione all’interno del gruppo, ma possono anche esagerare le percezioni delle differenze tra i diversi gruppi, chiamate “accentuazione di categoria” (Eiser, 1971 , Tajfel e Wilkes, 1963 ).

Ad esempio, i bambini di 4 anni che per primi hanno ordinato i volti di soggetti in due categorie separate (cattivo contro simpatico) rispetto a un continuum in scala (da molto cattivo a molto gentile) assumevano più spesso differenze maggiori nei comportamenti, nelle preferenze e nelle intenzioni della ricerca dell’individuo  più cattivo rispetto al più gentile (Master et al., 2012).

Inoltre, gli adulti valutano più favorevolmente un gruppo con tratti neutri quando apprendono contemporaneamente l’esistenza di un altro gruppo con tratti negativi rispetto a quando apprendono contemporaneamente un altro gruppo con tratti positivi (Krueger & Rothbart, 1990 ): ciò significa che la scala di preferenza varia tra neutro, cattivo e buono, quindi il gruppo cattivo viene giudicato più facilmente  del buono.

Gli individui applicano l’euristica dicotomizzante quando si formano le impressioni dei gruppi sociali: usano ciò che sanno di un gruppo per dedurre che è vero il contrario per un gruppo non caratterizzato.

Ad esempio, l’euristica dicotomizzante potrebbe contribuire al motivo per cui alcuni individui presumono erroneamente che il movimento Black Lives Matter significhi che le altre vite non contano.

Ed in effetti, sembra proprio che le convinzioni sulla natura dicotomica dei gruppi sociali potrebbero materializzarsi in opposizione a organizzazioni e istituzioni che sostengono o danno voce ai gruppi emarginati. Tali ipotesi possono essere particolarmente probabili quando le persone hanno anche convinzioni a somma zero sui gruppi sociali (p. es., man mano che la situazione di un gruppo migliora, ciò deve significare che quella di un altro gruppo è peggiorata (Norton & Sommers, 2011).

All’inizio della pandemia scrissi un articolo dal titolo: la Pandemia Immateriale. Sollecitavo alla resilienza, ma pensavo anche al perchè i media pompassero tanto le notizie per instillare nella gente la paura.
E maturavo anche altre riflessioni correlate al concetto di Mediacrazia, elaborando considerazioni da Decimo Uomo. Neanche a farlo apposta da un mese a questa parte lo stato d’emergenza sanitaria si è trasformato, improvvisamente, in uno stato di emergenza di guerra.


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