La politica contemporanea non si limita più a comunicare. Sempre più spesso mette in scena se stessa.

È in questo spazio ambiguo che si colloca il politainment.
E’ la fusione tra politics ed entertainment: una forma di comunicazione nella quale la politica assume linguaggi, ritmi, tecniche e dispositivi propri dell’intrattenimento.
Non si tratta semplicemente di rendere la politica più accessibile o popolare. Il fenomeno è più profondo. La politica diventa format, racconto, spettacolo, competizione narrativa. Il leader diventa personaggio. Il partito diventa marca. Il cittadino viene chiamato a partecipare, ma spesso attraverso gesti rapidi, emotivi, simbolici: un like, una condivisione, un commento, un voto online, una reazione.
La domanda allora non è solo comunicativa.
È democratica.
Quando la politica si combina con l’intrattenimento, il cittadino partecipa davvero di più, oppure viene trasformato in pubblico coinvolto?
Il fattore X-Factor nella politica
L’avvento della Real TV, dei talent show, dei social media e della comunicazione permanente ha introdotto nella politica quello che potremmo definire il fattore X-Factor.
La politica non viene più percepita soltanto come confronto tra ideologie, programmi e interessi collettivi. Viene percepita anche come competizione tra personalità, stili, narrazioni e performance.
Il politico efficace non è soltanto colui che elabora una proposta. È colui che riesce a trasformare quella proposta in immagine pubblica, in racconto riconoscibile, in emozione condivisa.
Da questo punto di vista, il politainment non nasce dal nulla. È il risultato di una lunga trasformazione del rapporto tra politica, media e società.
La televisione aveva già preparato il terreno. Il confronto televisivo, il carisma mediatico, l’immagine del leader, la costruzione scenica del consenso avevano progressivamente modificato il modo in cui i cittadini percepivano la politica. Con il digitale, però, il processo ha compiuto un salto ulteriore.
Il cittadino non guarda soltanto. Commenta, rilancia, condivide, partecipa alla conversazione pubblica. Si sente parte della scena. E in parte lo è davvero.
Ma essere dentro il flusso comunicativo non significa necessariamente essere dentro il processo decisionale.
Qui nasce il punto critico.
Il politainment può produrre coinvolgimento. Può avvicinare pubblici lontani dalla politica tradizionale. Può semplificare alcuni linguaggi e rendere più comprensibili temi complessi. Ma può anche ridurre la partecipazione a reazione emotiva, la cittadinanza a tifo, il confronto a scontro identitario.
Una democrazia matura non dovrebbe limitarsi a scegliere chi performa meglio. Dovrebbe formare cittadini capaci di distinguere, verificare, comprendere, deliberare.
Dalla politica dei partiti alla politica del palcoscenico
In Italia, questa trasformazione ha avuto almeno due grandi accelerazioni.
La prima è stata rappresentata da Forza Italia, con l’ingresso esplicito delle logiche del marketing, della televisione commerciale e della comunicazione d’impresa nella costruzione di un soggetto politico.
La seconda è stata rappresentata dal Movimento 5 Stelle, che ha portato la politica dentro un altro paradigma: quello della rete, della partecipazione digitale, della mobilitazione dal basso, della promessa dell’“uno vale uno”.
Il Movimento 5 Stelle ha reinterpretato la politica trasformandola in una forma nuova di spettacolo partecipativo: la rete come palcoscenico, il leader-comico come dispositivo di mobilitazione, la piattaforma digitale come luogo simbolico della decisione, gli attivisti come pubblico e insieme come corpo narrativo del movimento.
Il punto non è liquidare quella stagione come semplice manipolazione. Sarebbe una lettura troppo comoda.
Il Movimento intercettò bisogni reali: sfiducia nei partiti tradizionali, crisi della rappresentanza, desiderio di accesso, domanda di voce, richiesta di discontinuità. In questo senso, la sua forza comunicativa nacque anche dalla capacità di dare forma visibile a un malessere diffuso.
Il nodo critico è un altro: capire quanto quella promessa abbia prodotto partecipazione reale e quanto, invece, abbia generato una sofisticata forma di illusione partecipativa.
Perché una cosa è essere coinvolti. Un’altra è incidere davvero.
Partecipare non significa solo essere coinvolti
Il coinvolgimento non è automaticamente partecipazione.
Una persona può essere molto coinvolta emotivamente e non avere alcun potere reale. Può commentare ogni giorno un leader politico, condividere contenuti, discutere sui social, firmare petizioni digitali, rispondere a sondaggi, sentirsi parte di una comunità politica, e tuttavia restare esclusa dai processi che determinano le decisioni effettive.
Per questo resta fondamentale la lezione di Sherry R. Arnstein, che nel 1969 propose la celebre “scala della partecipazione dei cittadini”.
Arnstein distingueva diversi livelli di partecipazione: dalla manipolazione alla terapia, dall’informazione alla consultazione, dalla pacificazione alla partnership, fino al potere delegato e al controllo da parte dei cittadini.
Il punto centrale della sua analisi è ancora oggi decisivo: non basta “coinvolgere” le persone per parlare di partecipazione autentica. Bisogna capire quanto potere reale viene trasferito ai cittadini.
Molti dispositivi contemporanei promettono partecipazione, ma spesso offrono soprattutto espressione, consultazione, reazione. Ti fanno parlare. Ti fanno votare qualcosa. Ti fanno cliccare. Ti fanno sentire presente.
Ma non sempre ti mettono nelle condizioni di incidere.
Senza trasferimento di potere, la partecipazione rischia di diventare scenografia.
Il politainment tra infotainment ed edutainment
Il politainment è parente dell’infotainment e dell’edutainment.
L’infotainment combina informazione e intrattenimento. L’edutainment combina educazione e intrattenimento. Il politainment combina politica e intrattenimento.
Ma il politainment è più delicato, perché riguarda il potere.
Quando l’informazione diventa intrattenimento, rischia di semplificare la realtà. Quando l’educazione diventa intrattenimento, può alleggerire l’apprendimento ma anche banalizzarlo. Quando la politica diventa intrattenimento, il rischio è ancora più profondo: la scelta democratica può trasformarsi in una competizione narrativa tra personaggi, emozioni, appartenenze e identità.
Il linguaggio tende allora a personalizzarsi.
Non si discute più soltanto ciò che una persona propone. Si discute ciò che quella persona rappresenta. Il politico diventa marca, volto, simbolo, meme, bersaglio, eroe o nemico.
La comunicazione si sposta facilmente sul piano ad hominem: non si confuta l’argomento, si attacca la persona. Non si analizza una proposta, si delegittima chi la sostiene. Non si discute il merito, si lavora sulla percezione.
Questo meccanismo è potente perché semplifica.
Riduce la complessità a una contrapposizione immediata: noi/loro, onesti/corrotti, popolo/élite, competenti/incompetenti, patrioti/traditori, puri/impuri.
La politica, così, non viene più vissuta soltanto come spazio di confronto. Diventa teatro morale.
E quando la politica diventa teatro morale, l’avversario non è più semplicemente qualcuno con cui si è in disaccordo. Diventa un personaggio da smascherare, ridicolizzare, punire, espellere dalla scena.
Il cittadino-spettatore
Il politainment produce un cittadino apparentemente più attivo.
Guarda, commenta, reagisce, condivide, partecipa alla conversazione. Ma questa attività non coincide necessariamente con una maggiore sovranità politica.
Il cittadino-spettatore non è passivo nel senso tradizionale. È anzi continuamente sollecitato. Deve reagire. Deve prendere posizione. Deve manifestare appartenenza. Deve scegliere da che parte stare, anche quando non dispone del tempo, degli strumenti o delle informazioni necessarie per comprendere davvero la complessità della questione.
Ma la sua energia viene spesso assorbita dal circuito dell’attenzione.
In questo senso, il politainment è perfettamente coerente con l’ecosistema digitale contemporaneo. Le piattaforme premiano ciò che genera interazione, non necessariamente ciò che produce comprensione. Premiano l’intensità, la polarizzazione, la rapidità, la riconoscibilità emotiva.
La politica entra in questa logica e viene costretta a competere con tutto il resto: sport, gossip, guerra, scandalo, comicità, paura, indignazione, intrattenimento.
Per esistere deve farsi contenuto. Ma non contenuto politico in senso pieno: contenuto-spettacolo, contenuto emotivo, contenuto progettato per catturare e trattenere attenzione.
Da quel momento, il rischio è chiaro: la politica non viene più valutata per ciò che permette di comprendere o decidere, ma per ciò che riesce a far sentire, condividere, commentare.
La politica come serie permanente
Una delle conseguenze più evidenti del politainment è la trasformazione della politica in una sorta di serie permanente.
Ci sono protagonisti, antagonisti, colpi di scena, tradimenti, alleanze, rotture, finali di stagione, ritorni inattesi. Il cittadino segue la trama. Si affeziona ai personaggi. Si indigna. Si diverte. Si schiera.
La politica viene consumata come racconto seriale.
La campagna permanente in stile politainment
Quando la politica viene percepita come racconto seriale, anche la campagna elettorale smette di essere un momento circoscritto. Non comincia più soltanto quando si avvicina il voto. Non finisce più dopo il risultato elettorale.
Diventa campagna permanente.
Nell’ecosistema del politainment, il leader deve restare continuamente visibile, riconoscibile, commentabile. Deve alimentare la propria storia anche quando non sta governando. Deve produrre presenza anche quando non propone. Deve mantenere viva la tensione narrativa: un nemico da indicare, una battaglia da combattere, una promessa da rilanciare, uno scandalo da cavalcare, una frase da far circolare.
La comunicazione politica, così, non accompagna più soltanto l’azione politica. La precede, la sovrasta, talvolta la sostituisce.
Il tempo della politica si trasforma nel tempo dell’attenzione: ogni giorno deve accadere qualcosa, ogni dichiarazione deve aprire una scena, ogni conflitto deve produrre un episodio. La leadership non viene più misurata solo sulla capacità di decidere, ma sulla capacità di restare dentro il flusso.
In questo senso, la campagna permanente è la forma operativa del politainment.
Non si governa soltanto. Si mette in scena il governo.
Non si fa opposizione soltanto. Si mette in scena l’opposizione.
Non si costruisce soltanto consenso. Si mantiene acceso il pubblico.
Il rischio è che la politica non abbia più tempi di elaborazione, di silenzio, di responsabilità. Ogni tema viene assorbito dentro una dinamica di visibilità immediata. Ogni questione diventa occasione narrativa. Ogni crisi diventa contenuto-spettacolo. Ogni avversario diventa personaggio necessario alla prosecuzione della serie.
E quando la campagna diventa permanente, anche il cittadino resta permanentemente mobilitato, ma non necessariamente più consapevole.
È chiamato a reagire ogni giorno, a indignarsi ogni giorno, a confermare ogni giorno la propria appartenenza. La sua attenzione viene tenuta in tensione continua. Ma questa tensione non coincide con partecipazione democratica. Spesso coincide con una forma di consumo politico-emotivo.
Perché quando la campagna non finisce mai, il rischio è che la politica non cominci davvero mai.
Campagna permanente e politainment
La campagna permanente indica la trasformazione della comunicazione politica in una condizione continua, non più limitata al periodo elettorale.
Nel modello tradizionale, la campagna elettorale precede il voto. Nel modello contemporaneo, invece, la politica resta sempre in campagna: deve occupare lo spazio pubblico, produrre attenzione, mantenere visibile il leader, alimentare appartenenza, individuare avversari, costruire episodi narrativi.
In questo senso, la campagna permanente diventa una delle forme operative del politainment: la politica non comunica soltanto ciò che fa, ma mette continuamente in scena se stessa.
Il rischio è che governo e opposizione vengano valutati non tanto per la qualità delle decisioni, quanto per la capacità di restare nel flusso mediatico, generare emozione, produrre conflitto e trattenere pubblico.
Quando la campagna non finisce mai, il cittadino resta mobilitato, ma non necessariamente più partecipe. È chiamato a reagire ogni giorno, ma non sempre a comprendere, deliberare o incidere.
Per un approfondimento specifico su questo tema: La campagna permanente.
Questo non significa che il racconto sia di per sé negativo. La politica ha sempre avuto bisogno di narrazioni. Ogni comunità vive anche di simboli, miti civili, parole condivise, immagini del futuro.
Il problema nasce quando la narrazione sostituisce la responsabilità. Quando la scena prende il posto della sostanza. Quando la performance diventa più importante della competenza. Quando l’identificazione emotiva impedisce il giudizio critico.
La democrazia non vive solo di emozioni. Vive di procedure, istituzioni, memoria, competenza, conflitto regolato, mediazione, controllo dei poteri.
Lo spettacolo, invece, vive di intensità.
E l’intensità non sempre produce giudizio.
Il punto non è demonizzare l’intrattenimento
Sarebbe sbagliato demonizzare il rapporto tra politica e intrattenimento.
La cultura popolare è sempre stata anche una forma di educazione collettiva. Cinema, televisione, teatro, musica, satira, fumetto, storytelling e format narrativi possono rendere comprensibili fenomeni complessi. Possono avvicinare persone normalmente lontane dalla politica. Possono trasformare concetti astratti in esperienza.
Il problema non è l’intrattenimento.
Il problema è quando l’intrattenimento sostituisce la comprensione.
Il problema è quando la politica diventa solo emozione, solo racconto, solo personaggio, solo appartenenza. Quando il cittadino viene chiamato a sentirsi protagonista, ma resta pubblico. Quando la partecipazione viene simulata attraverso dispositivi comunicativi che producono coinvolgimento senza produrre potere.
In questo senso, il politainment è una soglia ambigua.
Può essere uno strumento di accesso, se aiuta le persone ad avvicinarsi alla politica.
Può diventare una tecnica di manipolazione, se usa l’emozione per neutralizzare il pensiero.
Può generare engagement, se apre spazi di consapevolezza.
Può produrre dipendenza emotiva, se trasforma ogni questione pubblica in una battaglia spettacolare da consumare in tempo reale.
La differenza non sta nello strumento.
Sta nell’architettura culturale che lo sostiene.
Politainment e democrazia dell’attenzione
Il politainment è uno dei segni più evidenti della trasformazione della democrazia nell’epoca dell’attenzione permanente.
Viviamo in un ambiente in cui la visibilità è diventata una risorsa politica primaria. Chi non è visibile rischia di non esistere. Chi non semplifica rischia di non essere ascoltato. Chi non emoziona rischia di non mobilitare.
Ma una democrazia non può reggersi soltanto sulla capacità di catturare attenzione.
Ha bisogno di cittadini capaci di restare dentro la complessità. Di distinguere tra informazione e propaganda. Di riconoscere la differenza tra partecipazione e simulazione partecipativa. Di capire quando una narrazione li aiuta a comprendere e quando, invece, li sta solo guidando verso una reazione prevista.
Qui il politainment diventa un problema pedagogico prima ancora che politico.
Perché la questione non è soltanto come comunicano i leader. È anche come vengono formati i cittadini a ricevere, interpretare e valutare quella comunicazione.
Una società che non educa alla lettura critica dei linguaggi politici diventa vulnerabile alla politica-spettacolo. Non perché i cittadini siano stupidi, ma perché vengono immersi in un ambiente progettato per catturare attenzione, accelerare giudizi, produrre appartenenza e ridurre il tempo della riflessione.
La domanda finale
La domanda decisiva, allora, è semplice solo in apparenza:
la politica che si combina con l’intrattenimento produce cittadini più consapevoli o spettatori più coinvolti?
La risposta non può essere netta.
Una politica capace di comunicare meglio può raggiungere più persone. Può rompere linguaggi chiusi. Può democratizzare l’accesso al discorso pubblico. Può trasformare la partecipazione in esperienza più viva, più vicina, più comprensibile.
Ma una politica che comunica solo per sedurre rischia di svuotare la partecipazione dall’interno.
Il cittadino viene chiamato a reagire, non a deliberare. A identificarsi, non a comprendere. A tifare, non a decidere.
Il politainment, dunque, non va liquidato. Va compreso.
Perché dentro questa trasformazione si gioca una parte decisiva del futuro della cittadinanza: capire se le tecnologie della comunicazione serviranno a costruire una partecipazione più adulta, informata e responsabile, oppure se diventeranno soltanto il grande teatro emotivo in cui il cittadino applaude, si indigna, commenta, ma non decide.
Il problema, allora, non è che la politica impari a comunicare meglio, se questo significa rendersi più comprensibile, più accessibile, più vicina ai cittadini.
Il problema nasce quando “comunicare meglio” significa soltanto occupare l’attenzione, semplificare fino alla caricatura, trasformare ogni tema in conflitto emotivo, ogni avversario in personaggio, ogni decisione in contenuto-spettacolo.
In quel caso, la politica non comunica meglio: performa meglio. Ma può pensare peggio.
Può diventare più abile nel produrre reazioni, ma meno capace di costruire comprensione. Più efficace nel mantenere acceso il pubblico, ma meno disposta ad aprire spazi reali di partecipazione. Più forte nella scena, ma più debole nella responsabilità.
È qui che la domanda torna a noi.
La prossima volta che un contenuto politico ci indigna, ci seduce o ci spinge a tifare per “il nostro personaggio”, possiamo fermarci un momento e chiederci:
sto partecipando davvero, oppure sto solo reagendo?
Sto salendo la scala della partecipazione, oppure sto guardando un altro episodio della serie?
Forse la cittadinanza, nell’epoca del politainment, comincia proprio da qui: dalla capacità di riconoscere quando la politica ci sta chiamando a pensare, e quando invece ci sta soltanto trattenendo davanti allo spettacolo.
Fonti ed approfondimenti
– Scherry R. Arnstein, Ladder of Citizen Participation
- David Schultz, ‘Politainment: The Ten Rules of Contemporary Politics. A citizens’ guide to understanding campaigns and elections’, 2012, Hamline University
- L. van Zoonen, ‘Entertaining the citizen. When politics and popular culture converge’, Rowman & Littlefield pub., 2005
- L. van Zoonen, ‘I-Pistemology: Changing truth claims in popular and political culture’, European Journal of Communication , March 2012
- L. van Zoonen, ‘Audience reactions to Hollywood politics’, Media, culture and society, vol. 29 – P. David Marshall – Sean Redmon, ‘A Companion to Celebrity’, Wiley & sons, 2015
- Christopher Ingraham, ‘When you treat politics as entertainment, you get Sean Spicer at the Emmys’, The Washington post , September 18, 2017
- Avril Keating and Gabriella Melis, ‘Social media and youth political engagement: Preaching to the converted or providing a new voice for youth?’, The British Journal of Politics and International Relations, 2017
- Fabio Giglietto, ‘Exploring the Correlations between TV Viewership and Twitter Conversations in Italian Political Talk Shows’, Department of Communication Studies and Humanities, Università di Urbino Carlo Bo
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