Dall’impiego del Soft power all’uso del Potere Forte. (parte 1)   


Il conflitto in Ucraina ha riportato alla ribalta le ambizioni del famoso “Progetto Russia” (descritto da Limes nel 2008 ) che sembra contrapporsi a quella che appare come un’altra ambizione condotta in maniera parallela, che si declina in un’altra idea che sta vagando da qualche tempo per il mondo, l’idea di un Impero americano.

Queste ambiziose idee hanno usato inconfutabili elementi di propaganda culturale per promuoversi a vicenda. Per decenni, prima gli USA poi la Russia dopo la caduta dell’URSS, hanno impiegato il Soft Power è quale strumento di Diplomazia Culturale. Nel tentativo di influenzare i popoli a proprio vantaggio. Cioè cercando di “portarli dalla propria parte” con il potere morbido. Lo scontro armato ucraino-russo sembra segnare oggi il passaggio dal Soft Power all’Hard Power nel perseguimento delle rispettive ambizioni.

Lo scienziato Joseph Nye codificò la famosa distinzione tra due forme d’esercizio di Potere, descrivendo  il Soft power come: “la capacità di convincere per influenzare attraverso la cultura su valori ed idee”. Contrariamente all’Hard Power che:  “conquista e costringe con la forza militare”. Nye aggiunge nella sua teoria che la miscela tra i due diversi esercizi di potere diventa Smart Power, capace di sviluppare una forza maggiore della loro semplice somma: questa potente forza può essere usata a fin di bene, ma anche per il male.    

Peter Van Ham – senior ricercatore esperto presso il Clingendael Institute per le Relazioni internazionali concentrato con la sua ricerca sulle questioni di sicurezza e difesa europea, sulle organizzazioni internazionali e sul futuro della governance globale – afferma:  «ci stiamo rendendo conto che l’interventismo imperiale statunitense ha fondato le sue basi essenziali per costituire il suo nuovo ordine in  una società post-moderna, evidenziando Azioni di Potere su ambedue i livelli,  mediante strumenti che sono riusciti fino ad ora a trarre estremo beneficio nella loro efficacia ed efficienza nella loro interconnessione permanente e globale.. »

Voglio riflettere dunque su questo tema, proprio con alcune delle parole del professore Van Ham riportate nella pubblicazione del 2005 “Power, Public Diplomacy, and the Pax Americana”. Negli ultimi 17 anni il soft power esercitato dale due nazioni si è oltremodo intensificato, così come altre potenze sono entrate preponderatamente in questi giochi globali di potere morbido, per promuovere le loro ambizioni   

La Pax Americana

Come lo spettro della rivoluzione comunista di Marx, la possibilità di una Pax Americana sembra essere accolta da alcuni (noi: una minoranza dell’Umanità) con favore o guardata (dagli altri che compongono la maggioranza) con grande preoccupazione. Alcuni Stati sostengono gli Stati Uniti perché li considerano un potere liberale particolarmente benigno, di cui condividono i valori e le politiche.

Altri si risentono del predominio del potere degli Stati Uniti, talvolta in maniera violenta. Questi Stati infatti accusano gli Stati Uniti di voler assumere il ruolo di “Globocop”, impegnati in un gioco pericoloso e rischioso di ingegneria sociale globale.

L’argomento sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo non è mai stato più controverso come oggi. Sia all’interno che all’esterno degli Stati Uniti. Poiché gli Stati Uniti sono il primus inter pares all’interno della comunità internazionale e si considerano anche più che uguali degli altri, l’idea di ‘impero’ emerge come metafora e modello esplicativo. La parola Impero si è rapidamente trasformato nella famigerata ‘e-word‘ della politica estera statunitense: oggetto di accesi dibattiti e, spesso, fraintendimenti.

L’invasione americana dell’Iraq e il rovesciamento del regime di Saddam Hussein nel marzo 2003 hanno rafforzato l’immagine dell’unilateralismo statunitense guidato dalla realpolitik e basato sulla superiorità militare. Washington sembra seguire il principio di Machiavelli secondo cui è molto meglio essere temuti che amati, e, meglio costringere che attrarre.

Tuttavia, come c’insegna la Storia, gli imperi non si basano esclusivamente, o principalmente,  sull’esercizio del potere militare. Al contrario, gli imperi hanno fatto affidamento un’ampia gamma di strumenti, incentivi e politiche per stabilire e mantenere il dominio, che vanno dalla persuasione politica e l’influenza culturale, alla coercizione e alla forza.

La maggior parte degli imperi ha ricercato il dominio piuttosto che il completo e diretto controllo all’interno dei territori loro dipendenti. E sebbene il potere militare (l’Hard Power) sia stato spesso determinante nella costruzione dell’impero, l’esercizio del potere morbido, il Soft Power, per attestare nell’immaginario  dei popoli legittimità, credibilità, superiorità culturale e relativo dominio normativo,  è stato essenziale per mantenere la regola.

Probabilmente, sia l’impero britannico che quello sovietico caddero in declino perché persero legittimità tra la loro stessa gente. All’interno dell’impero britannico, l’idea della ‘superiorità bianca’ non era più considerata credibile (come dimostrò il Mahatma Gandhi) e l’erosione dell’ideologia comunista portò alla sua definitiva decadenza sotto Mikhail Gorbachev, il quale si rese conto che nessun numero di carri armati poteva mantenere il controllo sovietico sui suoi paesi satelliti dell’Europa centrale.

Il potere imperiale si basa quindi su una miscela di dominio militare e legittimità offerta dall’ideologia, o religione. L’emergente Impero degli Stati Uniti persegue un modello simile. I responsabili politici di Washington, oggi soprattutto, vendono l’idea della leadership e dell’egemonia degli Stati Uniti come una manna dal cielo, una garanzia per la democrazia, la libertà e la prosperità, non solo per gli Stati Uniti, ma anche per il mondo nel suo insieme.

Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush nel novembre 2003 affermò che: « (…) Libertà è sia il piano del Cielo per l’Umanità, sia la migliore speranza di progresso qui sulla Terra. . . Non è un caso che l’ascesa di così tante democrazie sia avvenuta in un’epoca in cui la nazione più influente del mondo era essa stessa una democrazia ». Le parole di Bush implicherebbero l’assunto per cui  ‘l’imperialismo statunitense’ non è solo da considerare altruistico, ma anche inevitabile. L’Impero” degli Stati Uniti non sarebbe una «mera ricerca di petrolio e di risorse, ma di libertà, … e coloro che si oppongono alla politica estera degli Stati Uniti o sono malvagi o sono male informati, poiché cercano di fermare la freccia unidirezionale del progresso del tempo»

Questa riflessione esamina due questioni. Innanzitutto, quali sono i presupposti normativi su cui si basa il discorso dominante dell’emergente Pax Americana ? Qual è la base normativa (o ideologica) dell’eredità imperialista statunitense? Chiede anche come il soft power degli Stati Uniti sia stato strumentalizzato per la causa dell’imperialismo liberale dalla rivoluzione strategica dell’11 settembre. In secondo luogo, vuole esaminare il ruolo della diplomazia pubblica nel dibattito pubblico sul nascente impero degli Stati Uniti.

La diplomazia pubblica è ampiamente considerata uno strumento essenziale per conquistare i “cuori e le menti” del pubblico straniero,  e per convincerli che i loro valori, obiettivi e desideri sono simili a quelli degli Stati Uniti.

Dall’11 settembre, l’amministrazione Bush ha quindi avviato una raffica di iniziative per ridefinire la percezione degli Stati Uniti da ‘un prepotente ad un egemone compassionevole’. Ad esempio nel tentativo di influenzare positivamente il cittadino medio dei paesi musulmani, per aprire in particolare la cosiddetta ‘strada araba’, la diplomazia pubblica è considerata cruciale per esercitare l’ampio potere del soft power degli Stati Uniti. Ciò perchè l’argomento è che «milioni di persone comuni. . . hanno notevolmente distorto, ed accuratamente coltivato l’immagine degli [Stati Uniti], con immagini così negative, così strane, così ostili che si sta creando una giovane generazione di terroristi… »

La politica degli Stati Uniti nei confronti del mondo musulmano si basa sul presupposto che queste idee negative dovrebbero essere neutralizzate, e infine modificate con uno sforzo mirato di diplomazia pubblica. Questo approccio è rapidamente diventato un elemento centrale della ‘guerra al terrore’ degli Stati Uniti. Washington ora si rende conto che non puoi uccidere le idee con le bombe, per quanto queste possano essere guidate dalla precisione della tecnologia.

Ma come si può esercitare il soft power come diplomazia pubblica? E quanto è importante la diplomazia pubblica per stabilire, o mantenere, l’impero liberale, noto anche come Pax Americana? Soft power, hard power e la ‘Nazione indispensabile’

L’Impero è ovviamente un fenomeno complesso, informato dal potere, dagli interessi economici, nonché dalle idee culturali e religiose. L’imperativo ‘promuovere il progresso’ è stato particolarmente forte. Il famoso poema di Rudyard Kipling su quello che ha chiamato ‘il fardello dell’uomo bianco’, bene illustra questa missione civilizzatrice. Nella sua poesia, Kipling fece riferimento alle responsabilità dell’impero. Indirizzando la decisione degli Stati Uniti di entrare in guerra con la Spagna nel 1898. Sebbene gli Stati Uniti siano stati determinanti nel ridurre i sistemi britannici, olandesi e altri sistemi imperiali alle modeste dimensioni che oggi sono, Washington ha sempre giustificato i propri interventi esteri nel modo classico imperiale, vale a dire come un esercizio di forza positiva.

Come scrive Max Boot in “The Savage Wars of Peace”, gli Stati Uniti sono stati coinvolti negli affari interni di altri paesi dal 1805 (molto prima della succitata famosa riflessione di Kipling). Questa moltitudine di interventi spesso piccoli – che iniziò con la spedizione di Jefferson contro i Pirati barbareschi, e fu seguita da piccole guerre imperiali dalle Filippine alla Russia – ha svolto un ruolo essenziale nell’affermazione degli Stati Uniti come potenza mondiale.

Ideologicamente, queste così tante guerre sono state, tra le altre motivazioni,  giustificate dal cosiddetto “Corollario Roosevelt alla Dottrina Monroe” degli Stati Uniti, che affermava che:  «… il male cronico, o un’impotenza che si traduce in un generale allentamento dei legami della società civile, . . . alla fine richiedono l’intervento di qualche nazione civile». Questo è anche lo sfondo storico della “dottrina Bush” che richiama all’azione preventiva militare, che venne proposta nella “Strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”,  del 2002, e che dimostra che l’invasione e la liberazione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti ha in effetti un lungo pedigree.

Tuttavia, oggi, nessun politico statunitense andrebbe a verbale sostenendo che Washington ha in effetti esplicite ambizioni imperiali. Nel gennaio 2004, il vicepresidente Dick Cheney affermò che gli Stati Uniti non sono un impero, poiché : «  … [se] fossimo un impero, attualmente presiederemmo un pezzo di superficie terrestre molto più grande di quello che effettivamente facciamo. Non è questo il modo in cui operiamo». Ma, come accennato in precedenza, la storia degli Stati Uniti ovviamente ha sfumature più imperialiste di quanto l’immagine di sé degli Stati Uniti vorrebbe accettare.

Anche il ruolo degli Stati Uniti in Europa durante la Guerra Fredda è stato oggetto di accesi dibattiti: negli anni ’80 Geir Lundestad ha etichettato l’Occidente controllato dagli Stati Uniti come un “impero su invito”.  Mentre Paul Kennedy vide gli Stati Uniti in declino a causa della “estensione eccessiva dell’impero”.

Si potrebbe dunque  definire gli Stati Uniti come un ‘Impero in negazione’, o, in mancanza di un nome migliore, un ‘Impero liberale’. Chiaramente, i tempi di un impero formale sono morti. Il controllo fisico, diretto di territori al di fuori del proprio –  tranne che applicato come espediente temporaneo in risposta a delle crisi (come accaduto in Afghanistan e in Iraq) – è quasi sempre un peso, piuttosto che un vantaggio. Quindi, potrebbe essere possibile riconoscere gli Stati Uniti e la sua sfera di influenza come un Impero, ma al contempo negare che gli americani siano imperialisti.

Tuttavia, i nudi fatti devono essere riconosciuti: gli Stati Uniti sono l’unica nazione che controlla il mondo attraverso cinque comandi militari globali; mantiene più di un milione di uomini e donne sotto le armi in quattro continenti; schiera gruppi di portaerei di guardia in ogni oceano; garantisce la sopravvivenza di diversi paesi, da Israele alla Corea del Sud; guida le ruote del commercio e del commercio globale; e riempie i cuori e le menti di un intero pianeta con i suoi sogni e desideri. Inoltre, Washington definisce l’agenda economica, politica e di sicurezza globale. Se non è questo un impero formale, assomiglia sicuramente ad una Pax americana.

Questo implica il tentativo che il sistema internazionale contemporaneo stia cambiando da una struttura anarchica a una gerarchica. Con gli Stati Uniti saldamente al comando. Ma come le potenze imperiali del passato, questa nuova gerarchia guidata dagli Stati Uniti non si basa solo sul potere militare, ma anche su una nuova struttura narrativa.

La domanda chiave dunque da porci è: quali presupposti normativi sono alla base del discorso di una emergente Pax americana? Gli Stati Uniti seguono una politica a doppio binario, utilizzando sia mezzi performativi (persuasivi) che discorsivi.  Il lato performativo riguarda il comportamento degli Stati Uniti, in particolare la lunga tradizione dell’interventismo che gli conferisce la reputazione e l’aura di maschilismo basato su una mentalità “we can do”. Assumendosi la responsabilità di poliziotto globale, gli Stati Uniti si affermano de facto come “primus inter pares”, come “più uguali degli altri” e come “leader del mondo libero”. Inoltre, la tradizione statunitense di intervento militare la distingue dai suoi alleati occidentali, come l’Unione Europea.

La “guerra al terrore” degli Stati Uniti hanno offerto a Washington i massimi margini di manovra per una vigorosa campagna di imperialismo liberale. Il presidente Bush ha indicato che i terroristi sono ovunque e da nessuna parte. Quindi, la “guerra al terrore” degli Stati Uniti « … non finirà finché ogni gruppo terroristico di portata globale non sarà stato trovato, fermato e sconfitto… Da questo giorno in poi, qualsiasi nazione che continua a nutrire o sostenere il terrorismo sarà considerata dagli Stati Uniti Gli Stati come regime ostile». Come dimostra la guerra contro l’Iraq, questo non è solo un processo discorsivo, ma anche performativo. Imbarcandosi in questa “guerra al terrore”, gli Stati Uniti hanno approfittato dell’11 settembre per ampliare la portata della loro portata egemonica, utilizzando la giustificata causa della lotta al terrorismo internazionale per ottenere un momento di sostegno critico, rendendo necessario e più facile per le élite promuovere idee diverse sull’ordine politico e sul ruolo del proprio stato in una nuova costellazione di potere. Come indica il “Corollario di Roosevelt”, in generale i leader statunitensi considerano gli interventi statunitensi moralmente giustificati e tutt’altro che frivoli o egoistici.

Il discorso condiviso sull’intervento degli Stati Uniti si concentra sulla loro legittimità, derivata dalla comprensione che le azioni militari degli Stati Uniti garantiscono l’ordine internazionale. Gli Stati Uniti si considerano come il “prestatore di un’ultima istanza” della legge e dell’ordine all’interno del sistema internazionale, fornendo il bene pubblico della sicurezza per tutti, anche per i free-rider critici.  L’ex segretario di Stato americano Madeleine Albright definì gli Stati Uniti la “nazione indispensabile”, l’unico stato che abbia sia la potenza militare che la volontà politica per svolgere il ruolo di egemone benigno, offrendo stabilità, prevedibilità e trasparenza.  Gli interventi e le guerre militari statunitensi – siano state combattute in Corea negli anni ’50, in Vietnam negli anni ’70 o in Iraq negli anni ’90 – vengono spesso proposte per confermare questo ruolo fondamentale.

Usare la guerra per rafforzare, o addirittura alterare, l’identità di uno stato non è una novità. Come sostiene Erik Ringmar (prendendo come case study gli interventi della Svezia durante la Guerra dei Trent’anni) « … gli Stati possono combattere guerre principalmente per ottenere il riconoscimento di un’identità diversa, da prendere “seriamente” come una grande potenza, piuttosto che per obiettivi, razionali, ragioni realiste di precostituiti interessi nazionali. La guerra – vinta, persa o semplicemente subita – spesso pone gli Stati di fronte a una nuova realtà politica, facendo apparire ragionevole, quasi naturale, un commisurato mutamento identitario …»

Significativi esempi europei sono il cambiamento dell’identità nazionale della Germania dopo la seconda guerra mondiale, l’identità postcoloniale del Regno Unito dopo la dissoluzione del suo impero, così come, più recentemente, il passaggio della Russia verso un’identità post-imperiale dopo la fine della Guerra Fredda e il termine di un momento critico durato 50 anni, rendendo necessario e più facile per le élite promuovere idee diverse sull’ordine politico e sul ruolo del proprio stato in una nuova costellazione di potere.

Le guerre successive all’11 settembre in Afghanistan e Iraq hanno confermato il ruolo degli Stati Uniti di egemone globale. La politica estera degli Stati Uniti si basa sul presupposto che la sua potenza militare e il coraggio di utilizzarla effettivamente gli offrano lo status e la credibilità che costituiscono la base stessa dell’ampio soft power degli Stati Uniti.

Sebbene spesso si sostiene che l’hard e il soft power siano giustapposti, come se la durezza del pugno sminuisse l’attrattiva della mano, in effetti, nel caso di specie della Pax Americana, si potrebbe ben sostenere che l’hard e il soft power degli Stati Uniti sono dialetticamente correlati: l’interventismo statunitense richiede il mantello della legittimità morale, o del diritto internazionale, e senza di esso la coercizione provocherebbe troppa resistenza e sarebbe allo stesso tempo troppo costosa e in definitiva insostenibile; viceversa, il soft power richiede le risorse e l’impegno necessari per tradurre le parole nei fatti. L’imperialismo liberale degli Stati Uniti richiede sia il potere duro che quello morbido. L’attuale politica estera degli Stati Uniti si basa quindi sul presupposto che senza l’hard power degli Stati Uniti e il suo status di “unica superpotenza rimasta al mondo”, l’efficacia del suo soft power si ridurrebbe prontamente. Senza hard power, l’attrattiva si trasforma in shadow-boxing e, nel peggiore dei casi, in political bimboism. Nel mondo di oggi, solo le parole non affondano più le navi. Invece, quando leggiamo le labbra del presidente Bush, siamo ben consapevoli dell’immensa macchina militare che sostiene le sue parole.


Ho tradotto ed adattato la riflessione sulla Pax americana da: “Power, Public Diplomacy, and the Pax Americana di Peter van Ham, in “The New Public Diplomacy. Soft Power in International Relations” (2005) edited by Jan Melissen; Palgrave MacMillan

Per approfondimenti sul tema Soft Power, Diplomazia e comunicazione pubblica nelle relazioni internazionali

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