Il Kaos generativo. Cacciari, Esposito e il vuoto da cui nascono i nuovi ordini.

Oggi, nella puntata di Quante storie su Rai 3, Giorgio Zanchini ha ospitato Massimo Cacciari e Roberto Esposito per presentare il loro libro Kaos (Il Mulino, 2026). Ma ciò che emerge dalla conversazione non è soltanto un dialogo filosofico attorno a un libro. È una chiave per leggere il presente, non solo le guerre in corso, ma il vuoto storico che le rende possibili.

Non si tratta semplicemente di due filosofi che commentano l’attualità.
Si tratta di riconoscere una mutazione più profonda: il passaggio da un mondo che, pur tra conflitti e asimmetrie, conservava ancora alcuni principi ordinatori, a un mondo in cui quegli stessi principi si sono logorati senza essere sostituiti da un nuovo equilibrio condiviso.

È qui che il Kaos, nel senso proposto da Cacciari ed Esposito, smette di coincidere con il semplice disordine. Diventa il nome di una condizione storica. Una condizione in cui il vecchio ordine è finito, ma il nuovo non è ancora nato. E proprio per questo il Kaos non è soltanto distruttivo.
È generativo. Non perché prometta automaticamente qualcosa di migliore, ma perché apre uno spazio in cui nuovi ordini possono prendere forma: cooperativi oppure catastrofici.

Questa chiave di lettura si collega, per molti aspetti, a una riflessione che avevo già sviluppato in un mio pezzo precedente, a partire dalle considerazioni di Andrea Zhok.
Lì il problema appariva soprattutto come crisi strutturale e culturale dell’Occidente, aggravata dall’incapacità di accettare davvero il passaggio a un mondo multipolare.
Qui il quadro si radicalizza: non siamo più soltanto dentro una crisi dell’egemonia, ma dentro un vuoto storico in cui l’ordine precedente non vale più e il nuovo non ha ancora preso forma.

Box – Che cos’è il Kaos per Cacciari ed Esposito

Nel dialogo, il Kaos non viene inteso come semplice confusione o rumore di fondo. Indica qualcosa di più radicale – l’assenza di un ordine riconosciuto, il vuoto lasciato da una forma storica che si è dissolta senza che un’altra l’abbia ancora sostituita.

In questo quadro, il Kaos non è soltanto una minaccia. È anche una soglia. Un’apertura, pericolosa ma reale, da cui possono nascere nuovi ordini. Ed è questo a rendere il discorso dei due filosofi così inquietante – il punto non è soltanto constatare il disordine, ma capire chi stia già preparando la forma del mondo che verrà.

I tre scenari di Cacciari

Se ci limitassimo alla superficie, potremmo leggere il dialogo come l’ennesima conversazione tra intellettuali che commentano le guerre in Ucraina, Gaza e Iran. Ma fermarsi qui significherebbe perdere la questione decisiva.

Perché ciò che emerge non è soltanto un’analisi geopolitica. È una triplice ipotesi sul futuro della politica globale. E Cacciari non nasconde quale sia, secondo lui, l’esito più probabile.

Primo scenario. Lo stillicidio.
La guerra che non finisce mai, il logoramento quotidiano, il conflitto a bassa intensità che diventa normalità. Non si vince, non si perde. Si sopravvive, sanguinando. È la guerra come usura permanente.

Secondo scenario. La cooperazione.
L’ipotesi più razionale e, proprio per questo, la più fragile. Riconoscimento di mutui interessi economici e commerciali, dialogo politico, rinuncia all’egemonia totale. È lo scenario desiderabile, ma anche quello che nel dialogo appare più debole, soprattutto per l’incapacità europea di agire come soggetto politico.

Terzo scenario. La guerra per l’egemonia globale.
L’ipotesi di una lotta per il dominio del mondo, di un ordine imposto da una potenza egemonica o da un conflitto sistemico tra blocchi. È qui che il Kaos smette di essere una categoria descrittiva e diventa una soglia storica. Perché se il vuoto non viene attraversato da una logica di cooperazione, rischia di essere occupato da una logica di potenza.

Tre scenari. Uno solo, il secondo, è pacifico. Ed è proprio quello che nel dialogo appare più lontano.

Il nodo Europa–Russia. L’occasione perduta

Qui conviene distinguere bene tre livelli, che spesso vengono confusi.

Il primo è il livello militare e strategico. Nella tradizione geopolitica evocata nel dialogo, l’Europa è stata pensata a lungo come spazio da separare dalla Russia, dentro una logica di equilibrio e contenimento.

Il secondo è il livello geopolitico. L’idea, sostenuta da Cacciari ed Esposito, è che l’Europa non possa contare davvero sul piano globale se resta priva di una relazione strutturata con la Russia. Non si parla di subordinazione né di adesione politica, ma di una cooperazione resa quasi necessaria dalla geografia e dalla storia.

Il terzo è il livello storico. La possibilità che dopo il 1989 si aprisse uno spazio per una “grande Europa” non puramente atlantica viene letta come un’occasione mancata. Oggi, con la guerra in Ucraina, quella possibilità appare molto più remota, anche per responsabilità russe. In questo quadro, la politica di Putin viene letta come una scelta distruttiva anche per la Russia stessa.

È soprattutto questo terzo livello a rendere il discorso interessante. Perché suggerisce che l’Europa non sia soltanto schiacciata dagli eventi, ma anche assente a se stessa.

Box – Che cosa significa “Europa assente”

Nel dialogo questa idea ritorna più volte. Non significa che l’Europa non esista come spazio geografico o economico. Significa che non esiste, o non esiste ancora, come soggetto politico unitario.

Mentre Stati Uniti, Cina e Russia giocano la propria partita, l’Europa appare sguarnita, divisa, incapace di imporre un disegno strategico autonomo. È questa assenza, per Cacciari ed Esposito, uno degli elementi più drammatici del Kaos contemporaneo.

Doppi standard e vassallaggio

Una delle domande del pubblico, nel dialogo, è brutale — perché alcuni aggressori vengono sanzionati e altri no? Perché si usa un metro per la Russia e un altro per Stati Uniti o Israele?

La risposta di Esposito è netta. Nella costruzione di ciò che chiamiamo Occidente, il rapporto tra Stati Uniti ed Europa è stato segnato da una forte asimmetria, fino ad assumere i tratti del vassallaggio.

Non si tratta di giustificare alcuna aggressione. Si tratta di riconoscere che l’ordine internazionale contemporaneo non si fonda su regole uguali per tutti, ma su rapporti di forza diseguali. E proprio questa fragilità etica e politica contribuisce a scavare il vuoto del presente.

La Cina aspetta che gli altri sbaglino

C’è poi un passaggio che suona quasi come una sentenza. La Cina, nel dialogo, viene indicata come il vero competitore strategico degli Stati Uniti. Non perché agisca con impeto, ma perché ragiona nel lungo periodo e aspetta che gli altri sbaglino.

Guerre, tensioni regionali, errori di calcolo — tutto ciò logora gli avversari e rafforza chi sa attendere.

Non c’è qui alcun elogio del modello cinese. C’è piuttosto il riconoscimento di una postura strategica paziente, che si avvantaggia del Kaos generato dagli altri. È anche per questo che il multipolarismo contemporaneo non coincide con un riequilibrio rassicurante, ma con una competizione più opaca e più instabile.

Tecnologia e Kaos. Il dominio dall’alto

Uno dei passaggi più interessanti del dialogo riguarda il rapporto tra geopolitica e tecnica. Cacciari osserva che una potenza davvero globale non può limitarsi al dominio della terra o del mare. Deve dominare dall’alto — spazio, informazione, comunicazione, atmosfera, infrastrutture immateriali.

Ed emerge una contraddizione rivelatrice. Da un lato, la guerra tecnologica accelera verso droni, intelligenza artificiale, satelliti, dominio informazionale. Dall’altro, sul terreno si combattono ancora guerre lente, usuranti, quasi peloponnesiache. Viviamo in tempi diversi, sovrapposti e incompatibili. Anche questa sfasatura è una forma di Kaos.

Box – L’IA come nuova potenza

Nel dialogo, Esposito osserva che il dominio dell’intelligenza artificiale potrebbe diventare il dominio del mondo. Non è una formula fantascientifica. È la constatazione di una tendenza – chi controllerà l’informazione, la comunicazione e la capacità di modellare la percezione della realtà disporrà di una leva politica decisiva.

In questo senso, Kaos non parla soltanto di geopolitica tradizionale. Parla anche del passaggio a un ordine in cui tecnica, economia e guerra non sono più sfere separate, ma livelli di uno stesso conflitto.

Mondrian e la copertina: perché non Pollock

Una domanda del pubblico, apparentemente laterale, tocca invece il centro del problema: perché in copertina c’è Mondrian, con la sua regolarità geometrica, e non Pollock, più immediatamente associabile al disordine?

La risposta di Cacciari è illuminante. Pollock rappresenterebbe il disordine in senso banale. Ma il Kaos, per come loro lo intendono, è il vuoto da cui nasceranno nuovi ordini. E questi ordini potrebbero essere persino più rigidi, più geometrici, più duri di quelli che abbiamo conosciuto.

È un’immagine potentissima. Il mondo che verrà dopo il Kaos attuale potrebbe non essere più morbido, più democratico o più pacifico. Potrebbe essere più gerarchico, più rigido, più astratto. Più Mondrian, appunto.

Il Kaos non è una crisi, è una condizione

A questo punto la domanda diventa più grande del singolo episodio televisivo o del singolo libro. Stiamo vivendo una crisi? Forse no.

La crisi, in fondo, è ancora una figura del tempo ordinato: una strozzatura, un passaggio, una difficoltà da superare per poi ripartire. Ma qui il punto è più radicale.
Qui siamo davanti a un vuoto nel quale franano le categorie politiche con cui l’Occidente ha letto se stesso e il mondo.

Ed è qui che il raccordo con la riflessione precedente torna utile. Là dove Andrea Zhok aiutava a leggere la crisi dell’Occidente come crisi strutturale, culturale e geopolitica, Cacciari ed Esposito aggiungono una parola decisiva: vuoto.
Non solo il logoramento di un’egemonia, ma il venir meno della forma che teneva insieme il mondo.

Forse è questo il passaggio che dovremmo osservare con più attenzione. Non solo le guerre del presente, ma la forma del vuoto che le rende possibili. Non solo Trump, Putin, la Cina o l’Europa assente. Ma il fatto che nessuno, oggi, abbia una risposta credibile alla domanda decisiva: dopo il Kaos, quale ordine verrà?

Perché il punto non è soltanto che il mondo si stia disordinando. Il punto è che qualcuno, dentro questo disordine, sta già preparando il nuovo ordine. E allora la domanda non è più se dal Kaos nascerà qualcosa.
La domanda è un’altra: chi sta già disegnando il nuovo Mondrian della storia, e a quale prezzo?


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