Il digital divide non è più solo una questione di accesso alle infrastrutture tecnologiche. Se nei primi anni Duemila l’attenzione era rivolta alla disponibilità di connessioni e dispositivi, oggi il nodo cruciale è diventato culturale: la capacità di orientarsi, interpretare e partecipare attivamente nella società digitale.
Nella sociologia la Cultura può essere definita come l’insieme dei modi di pensare, dei modi di agire e degli oggetti materiali che, intrecciati tra loro, formano lo stile di vita di un popolo.
La cultura si manifesta in due dimensioni: immateriale e materiale.
- La prima comprende idee, valori, sistemi di credenze, regole, norme, morale, lingua, organizzazioni e istituzioni: in altre parole i principi che regolano la vita sociale e politica.
- La seconda raccoglie le espressioni fisiche, tangibili, come la tecnologia, l’architettura, l’arte.
La cultura digitale è il modo in cui lo sviluppo della cultura individuale e sociale viene modellato dall’introduzione e dall’uso delle tecnologie digitali. È il concetto che descrive come Internet e gli strumenti tecnologici plasmano il nostro modo di interagire, pensare, comunicare. In altre parole, la cultura digitale è il prodotto dell’ecosistema tecnologico che ci circonda e l’esito dell’innovazione dirompente che lo alimenta.
Si può applicare a molti contesti, ma alla fine si riduce a un tema generale: Umanesimo & Tecnologia, il rapporto tra uomo e tecnologia.
Uno studio che, inevitabilmente, abbraccia tutti gli aspetti della vita quotidiana e non si limita alla rete o ai mezzi di comunicazione: riguarda la nostra società nel suo insieme.
La cultura modellata dalla digitalizzazione si distingue nettamente da ciò che è avvenuto in passato con la cultura della stampa o con quella della trasmissione radiotelevisiva. Le tecnologie digitali producono forme di cultura più interconnesse, collaborative e partecipative.
L’emergere della cultura digitale si associa a una serie di pratiche fondate sull’uso intensivo delle tecnologie di comunicazione, pratiche che implicano comportamenti partecipativi sempre più spiccati dal lato dell’utente. Ambienti ricchi di immagini, suoni e connessioni hanno fatto emergere nuove modalità di esperienza, soprattutto nelle dimensioni più personali e quotidiane.
Il vero punto di svolta è il passaggio da una comunicazione centrata su stampa e media analogici a un ecosistema di supporti personalizzati e in rete, reso possibile dalle capacità di compressione, elaborazione e diffusione proprie del digitale.
Le caratteristiche specifiche della cultura digitale si spiegano osservando tre livelli: i processi tecnici che la rendono possibile, le forme culturali emergenti che ne derivano, e il tipo di esperienza che queste forme comportano.
Le tecnologie digitali modificano anche i legami tra oggetti, spazio e tempo, facendo emergere nuove pratiche, nuove esperienze e persino nuove professioni. Non sorprende, quindi, che una parte consistente della popolazione nata nella seconda metà del Novecento percepisca questo cambiamento come spiazzante, quasi incomprensibile.
Già nei primi anni Duemila, con il progetto europeo Learning and Information Network for Knowledge Enhancement and Development, PromoDigiCult Over 45 e il successivo Over 60, avevamo colto questo smarrimento: la difficoltà a riconoscere nel digitale non solo uno strumento, ma un nuovo orizzonte culturale. Fu allora che introducemmo la figura del mediatore della cultura digitale, proprio per aiutare chi restava indietro a comprendere e abitare questo nuovo spazio.

Chi è un immigrato digitale?
Un Immigrato Digitale è una persona cresciuta prima dell’era digitale. Questi individui non sono cresciuti e culturalmente formati con internet e l’informatica onnipresente, quindi devono adattarsi al nuovo linguaggio e alla pratica delle tecnologie digitali. In opposizione troviamo i cosiddetti Nativi Digitali che non conoscono altro mondo che quello definito da Internet e dai dispositivi intelligenti
- Un immigrato digitale è una persona che è cresciuta prima che Internet e altri dispositivi informatici fossero onnipresenti, e quindi deve adattarsi e apprendere queste tecnologie.
- In genere, sono considerati immigrati digitali i nati prima del 1985
- I nati dopo il 1985 sono nativi digitali, cresciuti solo in un mondo definito da internet e dispositivi intelligenti.
Per gli immigrati digitali, non sono oscuri soltanto i processi tecnici, ma anche i concetti alla base del funzionamento e delle applicazioni del digitale. Il loro gap culturale non dipende tanto da un’inadeguata quanto da una assente alfabetizzazione digitale.
Ma che cosa significa essere un immigrato digitale?
Come l’immigrato che arriva da un altro Paese e fatica a integrarsi in una nuova società, così l’immigrato digitale che non riesce a comprendere i nuovi codici del digitale soffre una forma di emarginazione. Limitato da competenze digitali insufficienti, talvolta del tutto assenti, cade inevitabilmente nell’analfabetismo funzionale.
Un fenomeno che tormenta ancora oggi larghe fasce della popolazione italiana. E già nei primi anni Duemila, con i moduli di PromoDigiCult Over 45 e Over 60, avevamo visto come questa esclusione si traducesse in disagio concreto: la paura di fare un clic, la delega ai figli o ai nipoti, il sentirsi “fuori tempo”.
Era la manifestazione diretta di un nuovo fenomeno di disuguaglianza sociale che allora chiamammo divario culturale digitale (Digital Cultural Divide), e che, a distanza di vent’anni, continua a segnare ampie porzioni della popolazione.

Le competenze digitali sono vitali per l’innovazione, la crescita, l’occupazione e la competitività. La diffusione delle tecnologie digitali sta avendo un impatto enorme sul mercato del lavoro e sul tipo di competenze necessarie nell’economia e nella società.
L’alfabetizzazione digitale e l’accesso al digitale sono tra i fattori critici più importanti nei processi discriminanti di questo nuovo secolo. È qui che si traccia la linea di confine:
- tra chi sa usare e chi non sa usare le tecnologie per socializzare,
- tra chi capisce e chi non capisce i processi digitali per lavorare o produrre nelle nuove economie,
- tra chi può e chi non può acquisire nuove conoscenze e informazioni sfruttando i nuovi media e le tecnologie dell’informazione durante la propria vita professionale.
In altre parole: tra chi può partecipare e chi resta escluso. E la partecipazione non è un dettaglio: riguarda i diritti fondamentali che oggi si manifestano nelle nuove forme di cittadinanza digitale e di e-democracy.
Già nei primi anni Duemila avevamo intuito questo rischio: senza un’alfabetizzazione diffusa, il digitale sarebbe diventato un nuovo strumento di discriminazione sociale. Oggi l’Europa lo afferma esplicitamente nella Dichiarazione dei diritti e principi digitali e nella Digital Decade 2030: competenze e accesso non sono optional, ma condizioni per esercitare la cittadinanza.
In sintesi, prendendo spunto dallo studio che si sostanzia nella redazione della Carta Internazionale dei Diritti Digitali elaborata da Alessandro Rossi e Fabrizio Melchiori, quando si parla di diritti del cittadino digitale si tratta di: tutela della vita umana sotto ogni forma, eguaglianza di tutti i cittadini, tutela dei diritti politici e sicurezza contro il bisogno. Ad essi si aggiungono, in tempi più recenti, la pari dignità sociale, il pieno sviluppo della persona umana, il diritto allo studio, il diritto all’informazione, il diritto alla privacy etc.
I documenti-cardine della ricerca, citati nel testo della Carta Internazionale dei Diritti Digitali, sono:
- Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
- Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici
- Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea
- Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia
- Dichiarazione Universale dell’UNESCO sulla Diversità Culturale >
[.pdf, su unesco.it. URL consultato il 31 gennaio 2015 (archiviato dall’url originale il 30 maggio 2014)] - Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali
- Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina
Riassumendo, l’alfabetizzazione digitale richiede specifici set di competenze, di natura interdisciplinare. È l’unico modo per raggiungere un livello sufficiente di abilità personali e professionali, così da poter esercitare i pieni diritti di cittadinanza digitale in una società in continua trasformazione. Una società che abbiamo definito 4.0, ma che, con la spinta della trasformazione digitale, è già in procinto di evolversi in una Società 5.0, dove tecnologia e valori umanistici devono coesistere.
Per vivere con dignità in questa nuova forma di società, occorre sviluppare flessibilità e adattabilità, capacità di auto-iniziativa e auto-direzione, nuove abilità sociali e interculturali. Non è un caso che un requisito ormai indispensabile sia una conoscenza almeno di base della lingua inglese, lingua globale del web e dell’informatica.
Esperti e studiosi hanno proposto modelli di riferimento. Già nei primi anni Duemila Aviram ed Eshet-Alkalai, membri di università israeliane, in un Paese che è tra i più avanzati sul piano delle competenze digitali, individuarono cinque alfabetizzazioni inglobate nel concetto di alfabetizzazione digitale:
- Alfabetizzazione visiva
saper leggere e dedurre informazioni dalle immagini. - Alfabetizzazione della riproduzione
utilizzare le tecnologie digitali per creare un nuovo output, combinando e rielaborando contenuti preesistenti. - Alfabetizzazione ramificata
navigare con successo nella non linearità dello spazio digitale. - Alfabetizzazione dell’informazione
cercare, localizzare, valutare e analizzare criticamente le informazioni disponibili online e offline. - Alfabetizzazione socio-emotiva
gestire gli aspetti sociali ed emotivi dell’essere presenti online, dal socializzare al collaborare fino al consumare contenuti.
Con il proliferare del cybercrime, si è aggiunta una competenza cruciale: la capacità di preservare la propria sicurezza digitale personale, proteggendo dati, identità e relazioni.

Queste intuizioni oggi trovano continuità e riconoscimento nel quadro europeo del DigComp 2.2, che definisce cinque grandi aree di competenze digitali: Information & Data Literacy, Communication & Collaboration, Digital Content Creation, Safety e Problem Solving.
Non è difficile capire, alla luce di queste evidenze, quanto sia urgente la definizione di politiche culturali efficaci per contrastare il digital divide culturale e preparare i cittadini ad affrontare le sfide della trasformazione digitale.
In Italia, questo lavoro pionieristico lo avevamo iniziato già nel 1995 con il progetto di ricerca universitaria Umanesimo & Tecnologia, sperimentando percorsi di alfabetizzazione per gli immigrati digitali. Negli anni seguenti, con PromoDigiCult Over 45/60 e il Master in Mediazione della Cultura Digitale del 2006, abbiamo formalizzato e diffuso questo approccio anche nella dimensione istituzionale.
Per molto tempo siamo stati percepiti come Cassandre, nel denunciare il rischio di un’Italia meno competitiva a causa dell’analfabatismo funzionale, che affligge 1 italiano su 3, di una parte significativa della popolazione: cittadini, lavoratori, decision makers, politici. Oggi speriamo che le istituzioni prendano finalmente piena coscienza di questo problema, riconoscendo che il digital divide culturale non è un aspetto marginale, ma una delle vere sfide del futuro.
Aggiornamento 2025

Quando scrivevo questo articolo nel 2019, molte riflessioni erano già frutto di intuizioni maturate negli anni, a partire dal progetto di ricerca universitaria Umanesimo & Tecnologia, avviato nel 1995. Poi, con PromoDigiCult Over 45/60 (2000–2004) e con il Master in Mediazione della Cultura Digitale (2006), queste intuizioni si trasformarono in sperimentazioni concrete, riconosciute e patrocinate a livello istituzionale.
Oggi, a distanza di anni, i dati confermano che il digital divide culturale rimane una delle grandi sfide del nostro tempo: in Italia solo il 45,8% dei cittadini possiede competenze digitali di base (contro il 55,6% della media UE) e appena l’8% delle imprese utilizza l’intelligenza artificiale, a fronte di un obiettivo europeo del 75% entro il 2030.
La Digital Decade 2030 ha fissato traguardi precisi: almeno l’80% degli europei con competenze digitali di base, il 100% dei servizi pubblici essenziali online, il 90% delle PMI digitalizzate e la diffusione delle tecnologie avanzate -cloud, big data e AI – in tre imprese su quattro. È la cornice politica di un’Europa che vuole colmare i divari, ma il contesto evolve più rapidamente degli stessi obiettivi.
| Tema | Obiettivo / Risorsa | Riferimento |
|---|---|---|
| Competenze digitali | Almeno l’80 % della popolazione (16-74 anni) con competenze digitali di base | European Commission |
| Trasformazione imprese | 75 % delle imprese che adottano cloud, AI o big data90 % delle PMI con livello base di digitalizzazione | European Commission, Access Partnership |
| Infrastrutture | Connessioni gigabit per tutti, copertura G-5GDoppio ruolo di produzione di semiconduttori in UE | European Commission |
| Pubblica amministrazione digitale | 100 % dei servizi pubblici disponibili online100 % dei cittadini con identità digitale (eID) | European Commission, Access Partnership |
| Finanziamenti Digital Europe (2021-2027) | Budget di €7,9 miliardi per AI, cybersicurezza, supercalcolo, competenze digitali, infrastrutture avanzate | eufundingoverview.be pism.pl |
| Investimenti EU complessivi (2021-2027) | €207 miliardi destinati a obiettivi Digital Decade (inclusi Recovery, RRF, altri fondi) | Centro Comune di Ricerca |
| Nuovo investimento specifico 2025-2027 | €1,3 miliardi aggiuntivi per AI, cybersecurity e competenze digitali | Reuters |
All’orizzonte, infatti, si apre un nuovo salto: l’intelligenza artificiale sta ridefinendo il rapporto tra uomo e macchina, mentre la computazione quantistica promette di trasformare radicalmente le basi stesse del calcolo, dell’informazione e, di conseguenza, delle nostre società.
Se nel 1995 ci interrogavamo su come alfabetizzare digitalmente gli immigrati digitali, oggi la domanda è ancora più urgente: come prepararci culturalmente a un mondo in cui AI e quantum computing non saranno soltanto strumenti, ma nuove infrastrutture cognitive sulle quali si reggerà la vita collettiva?
Ecco perché ho scelto di non riscrivere da zero il testo del 2019, ma di lasciarlo intatto e arricchirlo con questa nota. Perché la storia del digital divide culturale non appartiene al passato: è un percorso che continua, e che ci chiede, con consapevolezza e responsabilità, di affrontare il prossimo salto di civiltà.
Riflessioni sul tema:
Intelligenza Artificiale
Digital Divide Culturale
