Il Soft Power nella Guerra Ibrida (parte 1)


Non esiste una definizione universalmente accettata di Guerra Ibrida. Alcuni sostengono che il termine sia troppo astratto e forse si ritiene possa essere vero che il termine possa essere riferito a metodi irregolari per contrastare una forza convenzionalmente superiore. L’astrattezza del termine significa che viene spesso usato come termine generico per tutte le minacce non lineari.
Ad ogni modo, la guerra ibrida è stata proposta come teoria della strategia militare dall’ex ufficiale dei Marines USA Frank Hoffman, che oggi ha incarico come ricercatore alla National Defense University di Washington, DC. Secondo la sua teoria, la guerra ibrida impiega la guerra politica e fonde la guerra convenzionale , la guerra irregolare e la guerra informatica  con altri metodi di influenza, come le notizie false , diplomazia , legislatore e intervento elettorale straniero . Combinando operazioni cinetiche con sforzi sovversivi, l’aggressore intende evitare l’attribuzione o la retribuzione onerosa (conseguenze critiche) . Il concetto di guerra ibrida è stato criticato da numerosi accademici e professionisti a causa della sua presunta vaghezza, dei suoi elementi costitutivi contestati e delle sue presunte distorsioni storiche”

La crisi Ucraina in atto che ha trasformato i venti di guerra che soffiano da quasi venti anni, in un drammatico scenario di guerra reale nel cuore dell’Europa, ha portato all’attenzione del grande pubblico allarmato dal pericolo di una terza guerra mondiale il concetto di Guerra Ibrida. Che significa?

Per comprendere cosa sia una Guerra Ibrida dobbiamo prima anche comprendere cosa sia il Soft power, visto che le immagini che circolano in questi giorni su tutti i media globali ci stanno facendo capire in modo molto efficace cosa invece sia l’Hard Power nella inevitabile atavica competizione tra le Nazioni.

In miei altri post su questo blog ho già trattato il tema del soft power, ma voglio continuare con altre riflessioni a beneficio di chi voglia approfondire quest’argomento.

Ogni Nazione si sforza di aumentare la propria attrattiva e rafforzare la propria posizione a livello internazionale al fine di garantire uno sviluppo solido e duraturo nella sfera sociale ed economica globale. Per raggiungere questi obiettivi gli Stati utilizzano un’ampia gamma di strumenti per dimostrare la loro  potenza (power), questi strumenti possono essere sia morbidi (soft) che duri o violenti (hard).

Fino agli inizi del secolo scorso le nazioni erano solite dimostrare la loro potenza solo facendo leva sulle loro capacità militari con dimostrazioni di forza, e il loro potere economico usando i tradizionali mezzi di propaganda a disposizione. Allo scopo di prevalere sulla volontà di altri paesi per spingerli a fare ciò che per loro fosse necessario. Al giorno d’oggi, tuttavia, molti paesi si sono resi conto che l’uso di metodi coercitivi per garantire la propria sicurezza nazionale e per raggiungere i propri obiettivi di politica estera è diventato obsoleto, ovvero con la pervasività di un infinito numero di media a disposizione sempre più pervasivi, i governi hanno compreso che si possono usare in combinata anche altri modi di ‘persuadere’ le masse. Anche perché le dimostrazioni di forza dura (appunto, l’hard power)  sono irte del rischio di conseguenze d’immagine negative con duri colpi alla loro reputazione.
L’attuale crisi Ucraina è evidente dimostrazione di quanto l’immagine di una intera nazione, suo popolo compreso, si comprometta con l’uso dell’hard power.      

Nel 1990 l’accademico politologo e scienziato sociale Joseph Nye coniò il termine Soft Power.  Per definire il potere cooperativo basato sull’attrazione piuttosto che sulla coercizione. Per molto tempo si è creduto che il soft power fosse una prerogativa solo delle democrazie di stampo occidentale; in quanto più vicine ai valori che costituiscono la base del concetto classico di Soft power elaborato dal professore americano. Nye è scettico sulla capacità degli stati meno liberali o meno democratici di produrre contenuti per l’esercizio di un Soft power efficace. Tuttavia, oggigiorno tutti i tipi di governo, compresi quelli non democratici, si rivolgono all’uso del Soft power.

Nell’annovero dei paesi occidentali che usano questo strumento, primo di tutti per capacità ed efficacia sono gli Stati Uniti. Negli scorsi anni si sono affiancati all’uso del potere morbido anche altre potenze economiche e militari – ritenute, diciamo per gli standard occidentali, meno democratiche – come Cina e Russia, ma anche minori come il Qatar e l’Iran. Nell’ambiente degli esperti della Comunicazione pubblica o della Diplomazia tra Nazioni è stato addirittura definito un indice di efficacia basato su specifici parametri d’insight  e una classifica tra le nazioni che l’usano.  

Come riporto nel mio precedente articolo,  la Cina grande potenza economica e nucleare, ha iniziato ad esercitare il suo soft power quasi venti anni fa con l’allora premier Hu Jǐntāo. Il quale, come segnale   metaforico, regalò copie in seta dell’Arte della Guerra, scritte in inglese e cinese, al presidente George Bush. Suggerendo, con la metafora, che il modo migliore di combattere non è quello di scegliere la guerra quale prima istanza. Infatti i cinesi, come hanno dichiarato pubblicamente alti esponenti del governo, sono ispirati nell’esercizio globale del potere morbido addirittura dai precetti inscritti dal filosofo e generale cinese  Sun Tzu, appunto nel famoso trattato militare l’Arte della Guerra.        

Anche in Russia il soft power è diventato una priorità dall’inizio degli anni 2000.  Diventando uno strumento della sua politica estera. Sebbene, l’esperienza dell’esercizio russo di questo strumento, come quello cinese, mostra un modello alternativo a quello occidentale di esercitare il soft power.

Il soft power può essere proiettato dagli attori della politica mondiale attraverso numerosi modi, incluso in particolare l’uso dell’influenza culturale e delle sue componenti come lo stile di vita, la letteratura, l’arte, lo sport, gli eventi cinematografici, musicali, la diplomazia pubblica.

E infatti, sulla base dell’analisi del concetto definito da Nye, capiamo che gli USA hanno praticato negli ultimi 70 anni il loro soft power diffondendo in modo indiretto, cioè non gestito direttamente dal governo,  il sogno americano.  L’american dream , si è diffuso  infatti nel mondo come conseguenza della simbologia espressa dai valori dei marchi dei prodotti delle imprese americane, e dello stile di vita americano che ha permeato generazioni di occidentali (e non solo, vedi ad esempio il Giappone) attraverso Contenuti popolari d’intrattenimento (entertainment), spesso banali, ma di forte presa ed efficaci sulle masse. La capillare circolazione dell’intrattenimento culturale di matrice americana è stata facilitata dalla loro capillare diffusione operata attraverso la supremazia di media controllati a livello globale.  

Esperti ed analisti ci riportano che il modo di esercitare il potere morbido di Cina e Russia è invece certamente diverso da quello occidentale, in particolare quello statunitense. Sebbene sia simile tra questi due paesi.

Secondo alcuni studiosi il loro soft power si basa sulle seguenti risorse:

  • cultura nella sua accezione ampia che deve attrarre altri attori
  • valori politici che devono coincidere con i valori dell’altro
  • politica estera moralmente guidata che deve essere vista come legittimo da altri attori

Sia Russia che Cina hanno dunque iniziato ad usare la loro secolare Cultura, la loro Storia, e l’Istruzione come strumenti per tentare di affascinare il Mondo. Forse il motivo di questa similitudine è probabilmente dovuto ad una uguale matrice di pensiero – molti dirigenti politici cinesi si trovarono a studiare nella defunta Unione Sovietica – ed ad una dimensione valoriale diversa, cioè basata sulla storia millenaria di queste due nazioni che non sono così giovani come quella americana, gli USA possono fare leva per produrre Contenuti solo ‘pescando’ nella loro storia, e nei valori, degli ultimi due secoli e mezzo dalla loro fondazione.        

La ricercatrice Sofia Bogdanova ci spiega che mentre l’obiettivo del concetto di Soft Power di Nye è quello di rendere attraente un paese nella sua attualità “il soft power russo – ( come quello cinese  n.d.r.)  si concentra sull’elaborazione della posizione politica e delle azioni della Russia al fine di resistere alla discrepanza tra la realtà russa e la sua percezione internazionale. (…)  La Russia comprende e articola il suo soft power attraverso quattro gruppi principali di narrazioni: centralità dello stato, approccio strumentale pragmatico, preoccupazioni geopolitiche ed argomentazione reattiva” … e, naturalmente, l’esportazione di servizi educativi con gli scambi di studenti perché l’istruzione è considerata uno degli strumenti più importanti per acquisire conoscenze, trasmettere informazioni e plasmare visioni del mondo.


Nella comunicazione politica, la ricerca accademica si concentra tanto su come le persone ricevono e capiscono un messaggio quanto su come le persone inviano/condividono un messaggio. Ien Ang ha esaminato la reazione degli spettatori olandesi alla popolarissima soap opera americana Dallas negli anni ’80, comprese le loro opinioni sull’imperialismo culturale statunitense. JP Singh sottolinea che l’interattività cambia sia le identità dei partecipanti che la loro visione condivisa di interessi e obiettivi. Applicato alla politica estera, se i film sono una fonte di soft power, ad esempio, non è il numero di film che un paese produce, ma piuttosto il numero di persone in altri paesi che guardano quei film che riflette il contenuto utile ad esercitare il soft power. Un altro esempio è il conteggio dei turisti stranieri che visitano. I dati dell’Organizzazione mondiale del turismo delle Nazioni Unite sui principali paesi turistici in base agli arrivi. Tra il 1995 e il 2015, Francia, Spagna e Stati Uniti sono state le prime tre destinazioni più attraenti per i turisti. Inoltre, nello stesso periodo gli arrivi turistici sono quadruplicati in Cina e Turchia, il che suggerisce che in questo periodo il loro soft power sia cresciuto. Ma sono ancora più gli elementi di soft power e più le potenziali fonti di dati quantitativi rilevanti da esplorare per misurare l’efficacia del soft power.
Altri possibili elementi includono quali lingue vengono apprese come seconde lingue, lo sport, la moda, i programmi televisivi e i videogiochi. È possibile creare un set di dati aggiornabile nel tempo che mostri le relazioni culturali e sociali tra tutti i paesi da cui si recuperano i dati. Piuttosto che creare un unico indice, un insieme di dati consentirà un confronto più dettagliato tra le nazioni impegnate in un conflitto o in una negoziazione. Il soft power può dunque essere misurato sia in termini convenzionali che non convenzionali, attingendo alla ricerca in politica estera, comunicazione politica, fiducia e capitale sociale. Le misure convenzionali includono lo scambio internazionale di migranti, il numero di visitatori, l’istruzione e l’apprezzamwnto di una cultura. A lungo termine, potrebbe essere possibile creare un set di dati di misurazioni del soft power basato su dati raccolti in modo trasparente che possono essere ripetuti nel tempo in modo molto simile ai dati che generano il prodotto interno lordo nazionale nell’arena economica. Altre misurazioni non convenzionali del soft power includono il monitoraggio della generazione e conseguente fruizione di contenuti digitali, come l’audience si connette fisicamente e il significato che genera nell’audience.


Queste tipologie di narrazioni sono ovviamente meno subdole di quelle a matrice americana, perché sollevano temi che hanno bisogno che il target audience sia dotato di un livello di coscienza critica e di attenzione più elevato, di conseguenza è meno efficace nel corto e medio termine e risulta essere meno pervasivo sull’audience media globale, in particolare quella occidentale.


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