A proposito dell’Arte del Comunicare con empatia

La mappa non è il territorio, soprattutto nell’ambiente digitale

C’è una frase che negli anni è diventata quasi un luogo comune della comunicazione, ma che continua a conservare una forza straordinaria:

la mappa non è il territorio.

Quando Alfred Korzybski formulò il principio secondo cui “la mappa non è il territorio”, non stava offrendo soltanto una frase destinata a diventare celebre nel linguaggio della comunicazione. Indicava un problema molto più profondo: il rapporto tra realtà, linguaggio e rappresentazione.

La realtà esiste, ma nessuno di noi la incontra in modo puro, neutro, immediato. La attraversiamo sempre attraverso una mediazione: parole, immagini, esperienze, categorie mentali, educazione, appartenenze culturali, paure, desideri, abitudini cognitive.

In altre parole, ciascuno di noi costruisce una propria mappa del mondo.

Questa mappa non è falsa per il solo fatto di essere una rappresentazione. È semplicemente parziale. Ci permette di orientarci, ma può anche limitarci. Ci aiuta a riconoscere ciò che già conosciamo, ma può renderci meno disponibili a vedere ciò che non rientra nei nostri schemi.

Per questo non reagiamo mai soltanto ai fatti. Reagiamo al significato che attribuiamo ai fatti.

Ed è qui che il principio di Korzybski diventa decisivo per la comunicazione.

Parlare con qualcuno non significa soltanto trasferire un contenuto da una mente a un’altra. Significa provare a far entrare quel contenuto dentro un sistema di rappresentazioni che non coincide necessariamente con il nostro.

Una comunicazione può essere corretta, e tuttavia non arrivare. Può essere intelligente, e non generare ascolto. Può nascere dalle migliori intenzioni, e produrre invece distanza, difesa, fraintendimento.

Il problema, allora, non è rinunciare a ciò che vogliamo dire. È imparare a domandarci in quale spazio mentale, emotivo e culturale le nostre parole vanno a collocarsi.

Comunicare con empatia non significa addolcire il pensiero, né renderlo più comodo. Significa assumersi la responsabilità della relazione che nasce attraverso le parole.

Da Korzybski alla mediazione culturale

Molti temi che oggi ritroviamo nel linguaggio della comunicazione — l’attenzione alla percezione dell’altro, il rapporto tra messaggio e risposta, l’idea che ogni persona organizzi il mondo attraverso una propria rappresentazione — hanno attraversato scuole, metodi e pratiche diverse.

In alcuni casi sono stati ripresi anche dalla Programmazione Neuro-Linguistica, che ha contribuito a diffondere nel linguaggio comune alcune intuizioni utili sul rapporto tra percezione, linguaggio e comunicazione. Tuttavia, oggi preferisco rileggere questi elementi in una prospettiva più ampia e più prudente: non come insieme di tecniche persuasive, ma come esercizio di mediazione culturale.

Dal campo con comunità di immigrati digitali

Tra le intuizioni che la Programmazione Neuro-Linguistica ha contribuito a diffondere nel linguaggio comune, due meritano di essere salvate dalla critica all’impianto teorico complessivo (un impianto che la ricerca scientifica non ha mai validato in modo soddisfacente) e rilette in una prospettiva più solida: il rapport e il ricalco.

Non si tratta di invenzioni della PNL. Sono fenomeni osservabili e documentati indipendentemente: il mirroring, ovvero la sincronizzazione corporea e gestuale inconscia tra interlocutori, trova riscontro nelle ricerche sui neuroni specchio; la convergenza comunicativa – l’adattamento progressivo di ritmo, tono e registro alla mappa dell’altro – è studiata nella sociolinguistica e mostra effetti misurabili sulla qualità della relazione.

La PNL li ha osservati correttamente, ma li ha poi inseriti in un sistema teorico non falsificabile e spesso gonfiato da pretese eccessive. Separare l’osservabile dall’ideologico è necessario per usarli con onestà intellettuale.

Ed è esattamente ciò che il lavoro sul campo del mediatore culturale digitale ha reso visibile.

Nelle comunità di pratiche formate da immigrati digitali – persone cresciute in un’epoca comunicativa precedente al digitale e oggi esposte a un ambiente che non riconoscono come proprio, la distanza tra mappe non è solo culturale: è generazionale, esperienziale, emotiva.

Il digital divide che queste persone abitano non è principalmente tecnico. È un divide di senso: gli strumenti esistono, sono disponibili, ma non vengono percepiti come qualcosa che le riguarda.

In questi contesti, il rapport non è una tecnica persuasiva. È una condizione preliminare alla comunicazione stessa. Il mediatore che incontra la comunità portando la propria mappa – i propri riferimenti, il proprio lessico, il proprio ritmo – ottiene al massimo ascolto.

Il mediatore che entra nella mappa dell’altro (che riconosce i suoi riferimenti culturali, adatta il registro, rispetta il tempo dell’elaborazione) crea le condizioni perché qualcosa si muova.

Il segnale che il lavoro stava funzionando non era l’acquisizione di una competenza tecnica. Era qualcosa di più sottile e più significativo: il momento in cui i partecipanti, attraverso l’uso pratico degli strumenti, cominciavano a riconoscerne l’utilità concreta per la propria vita e si rendevano conto, autonomamente, di voler imparare.

Non perché qualcuno li avesse convinti. Ma perché la mediazione aveva costruito un passaggio sufficientemente largo e sufficientemente rispettoso da permettere loro di entrarci da soli.

Questo è il punto in cui rapport e ricalco smettono di essere tecniche e diventano competenze etiche. Ed è anche il punto in cui il mediatore culturale digitale smette di essere una figura astratta e diventa un metodo verificabile sul campo: qualcuno che non impone una mappa, ma crea lo spazio perché due mappe possano iniziare a riconoscersi.

Dall’esperienza sul campo della sperimentazione “PDC over 60”, in collaborazione con la Provincia di Napoli e l’Università Suor Orsola Benincasa — Vittorio Dublino

Perché comunicare non significa semplicemente trovare il modo più efficace per convincere qualcuno.

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