L’uomo forte e il vuoto di contenuti

Nel 2018 provavo a leggere questa dinamica in modo non moralista: nei periodi di incertezza economica e sociale aumenta la preferenza per leader “dominanti”, percepiti come più aggressivi, energici, decisivi.

Oggi però mi accorgo che quel ragionamento, da solo, spiega solo metà della scena.

Perché nel frattempo il mondo è cambiato davvero: lavoro, tecnologia, IA, energia, demografia, scuola, sicurezza sistemica. E di fronte a trasformazioni così, la politica spesso risponde con personaggi più che con contenuti.

È qui che nasce il cortocircuito: non basta più la promessa di controllo. Serve capacità generativa.

⟶ Continua a leggere l’analisi completa


Nel 2018 scrivevo (e continuo a pensarlo) che l’attrazione verso l’“uomo forte” non nasce dal nulla. In condizioni di instabilità, quando crescono ansia sociale, incertezza economica e senso di perdita del controllo, l’elettore tende a preferire leader dominanti rispetto a leader “di prestigio”. La promessa implicita è semplice: ridurre la complessità e ripristinare controllo.

Questa dinamica è umana e prevedibile. E può persino sembrare razionale, se il cittadino percepisce che il sistema non riesce più a garantire protezione, continuità, ordine.

Il punto è che oggi, rispetto ad allora, la domanda si è spostata.
Non è più solo: “perché il popolo vuole l’uomo forte?”
È anche: “e poi? con quali contenuti si governa il mondo che cambia?”

Lo “slot” del leader-simbolo e il vuoto di progetto

Se guardo agli ultimi trent’anni italiani, vedo un pattern che torna ciclicamente. Cambiano i nomi e i contesti, ma la grammatica si ripete: figura forte, polarizzazione, promessa di rottura, narrazione semplificata, nemico chiaro.

È uno spazio quasi strutturale (uno “slot”, in gergo, direbbero i media): il sistema politico-mediatico sembra avere sempre pronto un posto per il leader-simbolo. E funziona, perché intercetta bisogni reali: protezione, semplificazione, appartenenza, sfiducia nella mediazione.

Ma proprio qui emerge il problema contemporaneo: spesso la forza del personaggio non si accompagna a una forza equivalente di contenuti.
E quando il mondo accelera, il contenuto non è un optional: è il motore.

Perché oggi non basta “direzione”. Servono diagnosi, capacità, trade-off.
In pratica: contenuti per un mondo che è già cambiato.

Lavoro e filiere che mutano. IA e automazione. Energia. Demografia. Scuola. Sicurezza sistemica. Fragilità sociali, sono dimensioni che non si governano con la sola identità, né con la sola opposizione. Richiedono progettazione con visione a lungo termine.

Pochi o molti non conta. Conta la qualità generativa !

Qui serve una precisazione, altrimenti rischiamo di sbagliare bersaglio.

La concentrazione del potere, di per sé, non implica automaticamente un impoverimento della qualità del governo. Storicamente esistono fasi in cui, anche dentro assetti non pienamente democratici (monarchie, autocrazie, oligarchie) o dentro democrazie in condizioni eccezionali, una minoranza dirigente ha prodotto valore pubblico reale, soprattutto in epoche di mutamento accelerato.

In quei casi il punto non era “la bontà del regime” in astratto, ma uno stile di governo.
Funzionava quando chi decideva:

  • investiva nella diagnosi: leggeva il tempo storico prima di vendere soluzioni; analizzava cambiamenti economici, tecnologici, demografici, educativi, di sicurezza. Non solo retorica o gestione dell’immaginario, ma comprensione strutturale dei processi.
  • costruiva capacità: trasformava intenzioni in strumenti; istituzioni funzionanti, infrastrutture materiali e immateriali, apparati competenti, filiere di formazione. Non misure spot, ma architetture che reggono nel tempo.
  • esplicitava (o gestiva) i compromessi (trade-off): quando il mondo cambia davvero non esistono pasti gratis; scegliere significa rinunciare a qualcosa. Governi “generativi” dichiarano priorità, costi, tempi, responsabilità (o almeno agiscono coerentemente su questi vincoli) invece di promettere tutto a tutt

Per questo la distinzione decisiva non è “pochi vs molti”, ma che tipo di élite si produce e con quali incentivi.

Se mi si passa i termini:

  • un’élite estrattiva tende a usare il potere per mantenere consenso, rendite e controllo dell’attenzione (agenda, frame, polarizzazione);
  • un’élite generativa usa il potere per progettare futuro, ridurre fragilità sistemiche, aumentare capacità collettiva e produrre risultati misurabili.
BOX — Élite (cioè chi governa) generativa vs estrattiva

Qui per élite non intendo un gruppo sociale “privilegiato”, ma in senso molto concreto chi prende decisioni e governa: classe dirigente, vertici politici, amministrativi e tecnici. Non è una questione di quanti decidono. È una questione di come decidono.

Élite generativa
usa il potere per costruire capacità collettiva: studia i problemi, pianifica nel lungo periodo, crea istituzioni solide, infrastrutture, competenze, soluzioni che restano anche dopo il ciclo politico. Produce futuro.

Élite estrattiva
usa il potere per estrarre consenso nel presente: narrazione, polarizzazione, gestione dell’attenzione, rendite simboliche o materiali. Consuma fiducia invece di generarla.

La differenza si vede nel tempo: la prima lascia strutture che funzionano, la seconda lascia solo campagne elettorali permanenti.

Perché la politica rinuncia? La selezione avversa della leadership

Ed eccoci al punto: lo “slot del leader-simbolo” rischia di selezionare figure performative più che progettuali. Non perché manchino persone intelligenti, ma perché l’ecosistema premia ciò che mobilita rapidamente emozioni e identità, mentre penalizza contenuti complessi, piani di lungo periodo e l’assunzione esplicita dei costi.

In sintesi: il problema non è che il potere sia nelle mani di pochi.
Il problema è quando quei pochi, invece di produrre diagnosi, capacità e trade-off, si limitano a governare l’attenzione.

A questo punto la domanda diventa: perché rinuncia?

Attribuirlo alla malafede è intuitivo ma parziale. Attribuirlo all’incapacità è consolatorio ma ingenuo. Spesso il meccanismo è più sottile: non è che arrivino al vertice “i peggiori”.
È che l’ecosistema politico seleziona profili diversi da quelli di cui avremmo effettivamente bisogno.

Chi sale oggi tende a essere:

  • bravo a semplificare, non ad analizzare;
  • efficace nel conflitto simbolico, non nella progettazione sistemica;
  • performativo in pubblico, non competente nella costruzione di apparati.

Non perché sia stupido o malintenzionato, ma perché queste sono le competenze che il sistema premia: visibilità, polarizzazione, consenso rapido.

Governare davvero la complessità richiede qualità meno “spendibili” mediaticamente: studio, tempi lunghi, ammissione dei costi, decisioni impopolari, lavoro tecnico invisibile. Tutte cose che elettoralmente rendono poco.

Per questo parlerei meno di colpa morale e più di selezione avversa della leadership.
In altre parole: non sempre è malafede, non sempre è incapacità.
Spesso è razionalità opportunistica: fare ciò che conviene per restare al potere, anche se questo impoverisce la qualità del governo.

E così la politica smette di essere progettazione del futuro e diventa gestione dell’attenzione nel presente: una logica che, agli occhi dell’elettore, appare come “campagna permanente”. (Ne ho parlato qui: “La campagna permanente” → https://vittoriodublinoblog.org/2018/06/18/la-campagna-permanente/)

Astensione? Quando non vedo futuro, disinvesto

Ed è qui che entra in gioco l’astensionismo.

Molti non votano perché non vedono più politica come capacità generativa, ma come gestione dell’attenzione. E quando non credi che il voto produca futuro, smetti di investirci energia.

Quando la politica appare soprattutto performativa (identità, nemico, promessa, narrazione), l’elettore che cerca governo del reale conclude: “non cambia nulla”, oppure “non hanno strumenti”.

Se manca la fiducia di efficacia il voto perde senso e diventa un costo.

BOX — Efficacia politica: “posso incidere” e “loro rispondono”

Quando parlo di astensione non penso solo all’apatia. Penso a un calcolo, spesso implicito: “ha senso investire energia qui?” La risposta dipende da due percezioni gemelle, che in scienza politica vengono chiamate efficacia interna ed efficacia esterna.

Efficacia interna: “capisco abbastanza per partecipare?”
È la sensazione di avere strumenti: comprendere, orientarsi, decidere. Se crolla, la politica diventa rumore di fondo.

Efficacia esterna: “se agisco, il sistema risponde?”
È la percezione di reattività: che istituzioni e decisori ascoltino davvero, e non solo recitino ascolto. Se crolla, resta l’idea più corrosiva: “non cambia nulla”.

La cosa interessante è che le due dimensioni non coincidono sempre: puoi anche sentirti lucido e competente, ma al tempo stesso convinto che il gioco sia chiuso. E quando almeno una delle due si spezza, l’astensione smette di essere un vizio civico: diventa, per molti, una scelta coerente.

A quel punto l’astensione non è solo apatia: può essere sfiducia razionale (“non vedo offerta credibile”), oppure una forma di auto-protezione cognitiva (“mi sottraggo a un gioco che mi delude”), oppure disaffiliazione (“non mi riconosco più in nessuno”).

Detto questo, attenzione: c’è anche un paradosso.
Se l’astensione nasce dall’assenza di capacità generativa, l’astensione stessa tende a peggiorare la selezione: con meno partecipazione decidono gruppi più motivati e polarizzati, e lo “slot del leader-simbolo” si rafforza.

Nel 2018 mi chiedevo perché il popolo volesse l’uomo forte.

Oggi la domanda è: anche se arriva l’uomo forte, cosa governa  … se dietro non c’è un progetto?

Perché il problema non è che comandino in pochi.
Il problema è quando quei pochi smettono di pensare in grande e si limitano a gestire l’attenzione.

E in un mondo che accelera, governare l’attenzione senza governare la realtà non è leadership.

È una rinuncia elegante.


Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑