Ci sono libri che non vogliono essere letti: vogliono essere assunti. Come una sostanza. Ti entrano in circolo e ti cambiano la temperatura dello sguardo.
Guillaume Faye, in Il sistema per uccidere i popoli, chiama “Sistema” ciò che spesso liquidiamo con parole più morbide: modernità, globalizzazione, progresso, mondo unico. E lo descrive non come un potere che opprime, ma come un ambiente che ti accoglie, ti semplifica la vita, ti rende uguale agli altri senza bisogno di costringerti.
Il punto inquietante è questo: i popoli non muoiono per fucilazione. Muoiono per svuotamento. Non ti tolgono la libertà: te la trasformano in catalogo. Non ti proibiscono: ti intrattengono. E mentre scegli tra opzioni identiche, ti convinci di essere originale.
È un libro potente, visionario, a tratti lucidissimo. Ma è anche un libro che tende a diventare manifesto, e quindi va letto con una cautela particolare: non per censurarlo, ma per non farsi trascinare dalla sua energia polemica.
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Questo libro è come quando metti un obiettivo largo: magari esagera un po’, magari ti “stira” la scena, però ti fa vedere il quadro intero. Non è un testo neutro. Non finge di essere equidistante. È un libro che ti vuole prendere per le spalle e dirti: “Guarda. Guardalo bene.” E proprio per questo riesce a nominare una cosa che spesso nei discorsi “tranquilli” resta fuori: l’idea che, piano piano, la civiltà stia diventando una specie di macchina.

Faye non parla ( nb. non analizzando il suo pensiero come attivista di una “nuova destra – non è inferente per me un pensiero classificato di destra o di sinistra – ma in maniera neutrale ) solo di economia o di tecnologia. Sta dicendo qualcosa di più: quando tecnica, mercato, media e cultura di massa smettono di essere strumenti e diventano l’aria che respiri, allora non hai più davanti un “sistema politico” contro cui protestare. Hai davanti un ambiente. Un clima. Una normalità. E in quella normalità la differenza non viene vietata: viene resa irrilevante. Diventa folklore. Diventa decorazione. Prima ti abitua a consumare, poi ti lascia anche un po’ di “identità”, ma come un accessorio. Una cosa che non disturba.
Il prologo è forte perché non ti fa un ragionamento: ti fa vedere una scena. Il mondo che si copia da solo. Le stesse musiche, gli stessi luoghi, gli stessi oggetti, le stesse voglie. E tu ti senti libero perché non hai il poliziotto davanti casa. Ma la gabbia, qui, è fatta di abitudini, comodità, normalità condivisa. E questa è la parte che inquieta di più: non parla della dittatura classica. Parla dell’addomesticamento. Non del divieto, ma della sostituzione lenta del reale con qualcosa di abbastanza piacevole da non farti reagire.
E bisogna ammetterlo: come diagnosi, in molti punti regge. Anche perché oggi, con piattaforme e algoritmi, è ancora più fine. Non serve convincerti: basta farti scorrere davanti le cose giuste, al momento giusto, nel modo giusto. Non serve reprimerti: basta tenerti impegnato. E a quel punto chiami “libertà” il fatto che puoi scegliere, sì… ma dentro un recinto già apparecchiato.
Poi però, proprio quando il libro è più potente, si vede anche il rischio. Perché Faye tende a parlare dei “popoli” come se fossero qualcosa di puro, quasi naturale, come se avessero un’anima unica e compatta. E lì la critica al livellamento può diventare nostalgia. Può diventare una versione troppo semplice della storia, che invece è sempre stata mescolanza, conflitto, cambiamento, contaminazione. Nel suo schema il radicamento diventa quasi automaticamente “vero” e l’universalismo quasi automaticamente “distruttivo”. È troppo netto. Troppo bianco e nero. Ti prende una domanda giusta e la irrigidisce.
C’è anche un altro punto: la tecnica viene raccontata come una cosa che assorbe tutto per forza, come se non ci fosse scelta. Questo rende il discorso forte, perché ti dà un nemico unico e riconoscibile. Però ti fa sparire le vie di mezzo: educazione, consapevolezza, mediazione, possibilità di usare strumenti moderni senza farti usare da loro. È come se, per farti sentire il pericolo, dovesse per forza semplificare. E spesso lo fa.
Per questo, secondo me, la lettura più utile non è “ha ragione / non ha ragione” (questo è pensiero bianco/nero !) .
La lettura più utile è: cosa mi sta facendo vedere che di solito non guardo?
Quali pezzi riconosco come veri anche se non condivido la sua ideologia?
E dove invece mi sta spingendo verso una soluzione troppo pulita, troppo facile, troppo compatta per essere reale?
Alla fine, questo libro non è una bussola politica. È un test. Se lo prendi come manifesto, ti arruola. Se lo prendi come diagnosi, ti allena. Ti costringe a farti una domanda che pesa più di mille slogan: quanta parte della nostra libertà è diventata solo una scelta tra cose molto simili? E quanta parte della nostra identità è ancora vita vissuta… e quanta è solo etichetta compatibile con il mercato?
Il valore del testo sta qui: non nel fatto che sia “giusto”, ma nel punto in cui ti fa sentire una cosa scomoda. Che a volte il comfort non è benessere: è anestesia. E che certe morti non fanno rumore: arrivano come una normalità che, a un certo punto, nessuno discute più.
L’addattamento accelerato e la spirale del nostro tempo
Viviamo in una spirale paradossale: un cortocircuito tra due forze che si alimentano a vicenda.
Da un lato c’è la Macchina dell’Adattamento, quella che Guillaume Faye vede con lucidità spietata: un sistema che non reprime più, ma addomestica. Non ci toglie la voce: la rende un’eco. Non censura il desiderio: lo standardizza in un catalogo. Ci offre identità come accessori, libertà come scelta tra opzioni preconfezionate. È il trionfo del comfort come anestetico: la differenza non viene combattuta, viene resa decorazione, un “gusto” in più nel menù globale. La gabbia è morbida, e proprio per questo è più efficace.
Dall’altro lato c’è il Motore dell’Accelerazione.
Questo addomesticamento non è statico: è il combustibile perfetto per la corsa del capitalismo tecnologico. Una popolazione addomesticata è una popolazione che oppone meno resistenza profonda: consuma senza interrogarsi troppo, accetta il “nuovo” come un imperativo naturale. E così la Macchina può permettersi di correre sempre più veloce: innovazione per l’innovazione, dati per i dati, profitto per il profitto. È la logica accelerazionista allo stato puro: un sistema che si autoalimenta spingendo al massimo le sue leve – tecnologia, mercato, efficienza – perché nessuno mette più in discussione la direzione, solo la velocità.
Ed è qui che il paradosso diventa spirale. L’accelerazione non ci libera dalla Macchina dell’Adattamento: la potenzia. Gli algoritmi che dovrebbero connetterci ci profilano per offrirci un comfort sempre più personalizzato. Le piattaforme che dovrebbero darci voce trasformano i bisogni in prodotti. La tecnologia che promette libertà finisce spesso per perfezionare la gabbia, rendendola intelligente, adattiva, su misura. L’addomesticamento diventa algoritmo, e l’accelerazione ne diventa il motore.
Non siamo quindi di fronte a un bivio tra Faye e l’accelerazionismo, ma a un’unica dinamica inquietante: stiamo accelerando dentro la Macchina dell’Adattamento. Corriamo sempre più veloci su una ruota che, nello stesso tempo, ci abitua a non desiderare più di scendere. La sensazione di libertà data dalla velocità – cioè scelta, connessione, novità – nasconde una cosa semplice: si restringe il campo di ciò che consideriamo possibile.
La vera domanda allora non è: “acceleriamo per rompere o acceleriamo dentro il sistema?”
È un’altra: possiamo usare la consapevolezza di essere dentro la Macchina.
Questa è la lezione di Faye per non diventare solo carburante?
Possiamo orientare la corsa, deviarla, cambiare direzione?
Possiamo immaginare un’accelerazione che, invece di perfezionare l’addomesticamento, ne rompa la logica dall’interno?
Non per tornare a un passato mitico, ma per aprire un futuro davvero diverso.
La sfida è dura: come si corre sulla ruota del criceto senza diventare l’ingranaggio perfetto?
Forse il primo passo è proprio questo: tenere insieme, nella stessa mente, l’immagine della gabbia e l’immagine del motore. Solo vedendo la spirale per intero si può cominciare a cercare un’uscita.
Perché se almeno te ne accorgi, qualcosa cambia.
Se non te ne accorgi, la spirale va avanti da sola.
E qui mi torna in mente la metafora della rana bollita di cui parla Noam Chomsky:
nessuno ti butta nell’acqua che bolle.
L’acqua si scalda piano.
E tu resti lì, perché ogni piccolo aumento sembra sopportabile.
Il punto non è quando l’acqua bolle.
Il punto è quando smetti di sentire che si sta scaldando.
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