Sono un Provocatore Culturale

“Avvia le tue riflessioni senza pregiudizi, con una mente aperta e non fare assunzioni. Dimentica le tendenze e le tradizioni che ti circondano.
Non concentrarti sulla creazione di una  grande idea:
perché  sicuramente la si sta già annusando nell’aria mentre galleggia intorno a te

La definizione di “provocatore culturale” di George Lois mi interessa perché non parla di stile, ma di effetto: non intrattenere, bensì svegliare.
Un provocatore culturale non fa rumore: interrompe gli automatismi, costringe a mettere in discussione convinzioni comode, apre spazio al cambiamento.

In un’epoca in cui social, politica ed economia accelerano più del pensiero, diventa decisivo chi riattiva lo sguardo critico.
Perché la cultura non è una collezione di cose sapute: è la capacità di aggiornarsi.
La cultura non è solo sapere. È sapere apprendere.

Promuovere la capacità di apprendere senza pregiudizi e credenze consolidate non è un lusso intellettuale: è una forma di preparazione civile. Solo così si capisce una cosa scomoda: il presente è già futuro in fase di montaggio, e noi spesso lo guardiamo con categorie vecchie.

Società 5.0 non è una etichetta da convegno: è il nome di un cambiamento che ci sta entrando in casa.
Grandi migrazioni, fratture di senso, trasformazioni del lavoro e delle sue forme organizzative, nuove dipendenze economiche, speculazioni e un “nuovo colonialismo” legato all’accaparramento di materie prime strategiche per le tecnologie emergenti. Non è catastrofismo: è il paesaggio reale in cui dobbiamo imparare a orientarci.

Per orientarsi serve capire anche come funziona la mente, forse per capire come funziona il mondo. Le scienze cognitive e comportamentali proprio perché multidisciplinari aiutano a riconoscere i meccanismi che si accendono quando siamo immersi in campagne massive di comunicazione: marketing politico, comunicazione commerciale, propaganda soft, dinamiche di appartenenza.

E serve capire la cultura digitale per ciò che è: una palestra e una trappola insieme.
Perché non tutti gestiscono il cambiamento allo stesso modo: c’è chi lo attraversa con lucidità e chi viene trascinato, senza accorgersene, da algoritmi, narrazioni e polarizzazioni.

Da qui nasce un compito che sembra semplice e invece è enorme: stimolare una cultura della consapevolezza.
Non per promettere certezze – spesso non sono possibili – ma per aiutare le persone a prendere decisioni più informate, più responsabili, meno automatiche.

Sì, può sembrare ambizioso. Perfino utopico. Ma se rinunciamo a questa ambizione, cosa resta? Una società che reagisce, invece di scegliere.

 Imparare a Disimparare (Carlo Rovelli)

“Disimparare” è una parola che vale più di mille slogan motivazionali. Nel lifelong learning non significa cancellare il passato: significa riconoscere quando un modello mentale, una convinzione o un’abitudine di pensiero ha smesso di essere utile e ha iniziato a diventare una gabbia.

In un mondo che cambia più in fretta delle nostre competenze, aggiornarsi non basta: a volte bisogna liberare spazio. E questo richiede una scelta controintuitiva: mettere in discussione ciò che “abbiamo sempre saputo” per poter imparare davvero qualcosa di nuovo.

In pratica, disimparare significa allenarsi a sospendere il riflesso automatico della certezza: ascoltare un’ipotesi diversa senza viverla come minaccia, cambiare idea senza percepirlo come sconfitta, riconoscere i propri bias senza vergognarsene.

È un processo faticoso, sì. Ma è anche una forma rara di libertà: la flessibilità mentale che ci permette di adattarci, di crescere, e quando serve di correggere rotta nel mezzo della trasformazione.

Perchè questo mio blog?

La mia passione per l’educazione mi ha portato a lavorare sul tema della formazione permanente, provando a muovermi nel mio piccolo  come un attivista di conoscenza.
In particolare, mi interessa la frizione tra vecchi schemi mentali e nuova realtà: il passaggio da una società analogica a una digitale non è solo tecnologico, è un cambio di habitat cognitivo. E quando cambia l’habitat, cambiano attenzione, linguaggi, relazioni, decisioni.

Da qui l’idea del blog: uno spazio in cui raccogliere e condividere riflessioni su questi passaggi, senza ridurli a slogan.

Nell’introduzione di questo post ho espresso una preoccupazione che mi accompagna da tempo: il livello di inconsapevolezza che vedo intorno a temi che, invece, dovrebbero diventare patrimonio comune, spiegati in modo semplice, accessibile, “di base”. Perché capire alcuni meccanismi elementari che regolano la nostra vita sociale e di relazione, e che rispecchiano le trasformazioni tumultuose della società, non serve a sentirsi “più colti”: serve a vivere meglio, e a scegliere con più lucidità.

Molti di questi argomenti incrociano le scienze cognitive e la sociologia cognitiva, ma anche il marketing, che da tempo utilizza queste conoscenze per costruire strumenti capaci di orientare attenzione, desideri, percezioni: comunicazione persuasiva, framing, appartenenza, emozioni. Conoscerli non significa demonizzare: significa riconoscerli, per non esserne guidati senza accorgersene.


Cos’è la Sociologia Cognitiva

La sociologia cognitiva (o cognitive sociology) studia come fattori sociali e culturali plasmano e guidano i processi del pensiero: in che modo percepiamo, classifichiamo, ricordiamo, attribuiamo significato e costruiamo ciò che consideriamo “ovvio”. 
In altre parole, indaga come idee, valori e credenze si formino e circolino nelle interazioni sociali (famiglie, gruppi, media, istituzioni, comunità), e come queste cornici collettive orientino l’interpretazione e l’azione individuali.
Per farlo, la sociologia cognitiva utilizza approcci diversi, a seconda delle domande: dall’analisi qualitativa (interviste, etnografie, analisi del discorso e dei testi, studi di caso) fino a strumenti quantitativi (sondaggi, analisi di dati, comparazioni), per osservare come le “mappe mentali” condivise emergano, cambino e influenzino comportamenti e cultura.


“La missione non è sedare, ma risvegliare.” (George Lois)

George Lois diceva che la missione non è sedare, ma risvegliare.
Io la prendo alla lettera, e la porto nel presente: oggi il conformismo non passa solo dalle idee, passa dagli algoritmi, dalla polarizzazione, dalla fretta con cui ci fanno scegliere un campo e restarci dentro.

Questo blog nasce per questo: non per distribuire certezze, ma per creare attrito dove tutto scivola. Per allenare uno sguardo capace di distinguere un fatto da un frame, un’evidenza da una suggestione, una domanda vera da una risposta pronta.

Essere un provocatore culturale, per come lo intendo io, non significa alzare la voce. Significa cambiare l’angolo di osservazione, mettere alla prova il consenso, riattivare il pensiero quando si addormenta nella comodità.

In tempi come questi, l’atto che distingue non è “avere ragione”: è fare accadere una domanda migliore.
E se qualcosa deve succedere davvero, che sia questo: meno anestesia, più lucidità.

  • George Lois, insieme a David Ogilvy, è l’uomo che usò  il termine “Big Idea” come simbolo di un ‘pensiero diverso’  nel marketing e la pubblicità.
  • Carlo Rovelli  è un fisico teorico italiano noto soprattutto per il suo lavoro sulla teoria della relatività generale e la teoria della gravità quantistica a loop. È professore di fisica all’Università di Marsiglia e membro del Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam a Trieste. Rovelli ha scritto diversi libri divulgativi sulla fisica teorica, tra cui “Sette brevi lezioni di fisica”, “La realtà non è come ci appare”, “L’ordine del tempo” e “La bellezza della scienza”. Ha anche pubblicato numerosi articoli scientifici su riviste di fisica. Rovelli è stato premiato con diversi riconoscimenti, tra cui il premio Xanthopoulos per la ricerca nel campo della gravità quantistica nel 1995, il premio italiano di fisica Enrico Fermi nel 2011 e il premio Galileo per la divulgazione scientifica nel 2015.

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