Umanesimo & Tecnologia

Alla fine del Novecento, quando “il digitale” sembrava solo una promessa tecnica, in un’aula dell’Orientale provavamo a dire una cosa scomoda: la terza rivoluzione industriale non avrebbe solo migliorato le nostre vite, le avrebbe incasinate.
Non bastavano computer e connessioni: una generazione intera, educata al pensiero analogico, rischiava di trovarsi improvvisamente straniera nel proprio tempo.
Con Romolo Runcini, sociologo della letteratura e dell’immaginario, abbiamo iniziato a leggere la trasformazione digitale come un nuovo Ottocento: allora erano il vapore e l’acciaio a spiazzare le masse e ridisegnare il lavoro, oggi sono le reti, il web, l’intelligenza artificiale, i primi social, le resurrezioni digitali. Cambiano le macchine, ma il punto è lo stesso: ogni rivoluzione tecnica è prima di tutto una rivoluzione dell’immaginario.
Da qui nasce Umanesimo & Tecnologia: non un corso “sul computer”, ma un laboratorio per capire come pensa una società che passa dall’analogico al digitale.

Con Hipgnosys abbiamo messo volutamente sotto stress gli “immigrati digitali” più creativi -artisti, cineasti, autori dell’industria dei contenuti -per vedere dove il nuovo linguaggio apriva possibilità e dove, invece, generava blocchi, paure, resistenze.
L.I.N.K.E.D. è il passo successivo: il tentativo di trasformare questa intuizione in un modello educativo e cooperativo. Presentato a Bruxelles quando in Europa si iniziava a capire che il digital divide è prima di tutto culturale, in Italia ha trovato inizialmente poca ascolto. Eppure da lì partiranno le prime sperimentazioni di mediazione culturale digitale con gli anziani: gli esclusi silenziosi della rivoluzione in corso.

Continua a leggere l’analisi completa per scoprire come da Umanesimo & Tecnologia, Hipgnosys e L.I.N.K.E.D. si è arrivati ad immaginare un ecosistema distribuito come Rebel Alliance Empowering.


Parte I – La genesi accademica di un percorso innovativo per intuizioni e previsioni alla svolta del Millennio

Alla fine del XX secolo, all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, prendeva forma un’intuizione tanto semplice quanto dirompente: la trasformazione digitale innescata dalla terza rivoluzione industriale non sarebbe stata solo un’evoluzione tecnologica, ma un vero e proprio cambio di paradigma destinato a sconvolgere gli equilibri sociali e a disorientare intere fasce di popolazione.

Sotto la guida del professor Romolo Runcini, sociologo della letteratura e studioso dell’immaginario, abbiamo iniziato a leggere il presente in parallelo con la prima rivoluzione industriale: allora il vapore e l’acciaio avevano spiazzato le masse e ridisegnato il mondo del lavoro; oggi l’informatica, le reti e la nascente Cultura Digitale stavano preparando un effetto analogo, con tempi ancora più rapidi e meno comprensibili.

Il programma “Umanesimo & Tecnologia” nasce proprio per affrontare questa trasformazione epocale, prevedendo che il passaggio da una cultura analogica a una digitale avrebbe generato sì nuove opportunità, ma anche un diffuso disorientamento in chi era stato formato con i codici mentali del Novecento.

L’ipotesi di ricerca era chiara: la digitalizzazione pervasiva della società avrebbe potuto frenare il pensiero creativo e inceppare i processi di innovazione, se non fosse stata accompagnata da una rielaborazione critica dei codici culturali, cognitivi ed educativi.

Per questo, Umanesimo & Tecnologia si pone fin dall’inizio come spazio di riflessione e mediazione, con l’obiettivo di comprendere e ridurre gli ostacoli all’innovazione derivanti da un salto così radicale nei linguaggi, nei simboli e nei tempi della conoscenza.

A distanza di anni, quanto avevamo intravisto si è puntualmente verificato: la cultura digitale ha spesso generato spaesamento, confermando la necessità di un approccio integrato, capace di mettere in dialogo scienze umane, tecnologia e gestione del cambiamento, anche in funzione di una efficiente innovazione (sociale).

Questo primo impianto teorico diventa così il terreno su cui far crescere un approccio sperimentale, che prenderà forma nel laboratorio Hipgnosys.

Da Teoria a Pratica
Umanesimo & Tecnologia come cantiere della trasformazione digitale

Nato come programma teorico e visionario, Umanesimo & Tecnologia si trasforma progressivamente in un laboratorio di ricerca applicata con una domanda molto concreta:
come avrebbe reagito una popolazione educata al pensiero analogico di fronte a un ambiente sempre più digitale, reticolare, interattivo?

Avevamo intuito che la trasformazione digitale non avrebbe creato solo nuove competenze, ma anche nuove forme di disorientamento non solo nella vita privata, ma anche nella dimensione professionale delle persone.
Per molti, cresciuti in un mondo lineare, sequenziale, gerarchico, il passaggio a logiche ramificate, ipertestuali, simultanee rischiava di generare una vera e propria incapacità di pensiero digitale: sono quelli che, anni dopo, avremmo chiamato immigrati digitali.

Per capire questo passaggio, il laboratorio Hipgnosys decide di concentrarsi su un campione particolare di immigrati digitali: i creativi dell’industria dei contenuti digitali: arte, cinema, audiovisivi, comunicazione e nuovi media nascenti.
Erano, a nostro avviso, i soggetti che avevano più probabilità di adattarsi meglio al nuovo contesto, perché già abituati a lavorare con simboli, immagini, narrazioni, linguaggi ibridi.

In Hipgnosys abbiamo quindi scelto deliberatamente di indurre una “disruption” controllata: mettere questi creativi a contatto con strumenti, formati e logiche proprie della Cultura Digitale (multimedia, CGI 3d, computer vision, interattività, reti, primi ambienti online), per osservare:

  • dove si generava entusiasmo e sperimentazione,
  • dove emergevano resistenze, blocchi, fraintendimenti,
  • come cambiavano le loro pratiche di lavoro, le relazioni, il modo di progettare contenuti.

Al centro dell’indagine non c’erano solo le tecnologie in sé, ma le forme di comunicazione e narrazione che smettevano di essere lineari per diventare interattive, ramificate, partecipative.
Questo ci ha permesso di vedere come la digitalizzazione non stesse semplicemente modificando strumenti e mezzi, ma stesse ridefinendo i modi stessi di pensare, apprendere, costruire senso.

Da qui nasceva una domanda di fondo: l’ascesa della Cultura Digitale ci avrebbe condotto verso una nuova utopia della conoscenza condivisa, oppure verso scenari distopici di frammentazione, controllo e nuove esclusioni?
La risposta non poteva restare confinata nella teoria.

Hipgnosys diventa allora un punto di svolta: un luogo in cui teoria e prassi si intrecciano per generare nuove intuizioni, prototipi narrativi, format sperimentali e strategie culturali per affrontare le sfide della rivoluzione digitale.

Questo approccio sistemico, capace di integrare riflessione critica e progettazione attiva, traccia la via verso nuove forme di organizzazione culturale e produttiva, anticipando pratiche che oggi riconosciamo come centrali nell’innovazione sociale e creativa.

Il valore del laboratorio Hipgnosys non si misura solo nei progetti realizzati e nei talenti formati, ma anche nei riconoscimenti esterni. In quegli anni, infatti, Microsoft Italia, che aveva acquisito la tecnologia Softimage, decide di sostenere il laboratorio con una forma di sponsorizzazione e supporto tecnico: un segnale chiaro che quello che stavamo facendo a Napoli veniva percepito come un’avanguardia credibile nel panorama della CGI 3D

Dall’esperienza di Hipgnosys emerge, quasi naturalmente, la necessità di strutturare un modello educativo e cooperativo, capace di stabilizzare ciò che avevamo sperimentato: da qui prenderà forma il progetto L.I.N.K.E.D.

Verso dove ci conduce la tecnologia?
Riflessioni e conseguenze della ricerca “Umanesimo & Tecnologia”

«Odio e temo la scienza a causa della mia convinzione che per molto tempo a venire, se non per sempre, sarà la nemica spietata dell’umanità. La vedo distruggere ogni semplicità e dolcezza della vita, ogni bellezza del mondo; la vedo ripristinare la barbarie sotto la maschera della civiltà; la vedo oscurare le menti degli uomini e indurire i loro cuori…»George Gissing

La citazione di Gissing non viene assunta come profezia, ma come avvertimento: ogni trasformazione tecnologica porta con sé una posta in gioco antropologica.

Sotto la guida del sociologo Romolo Runcini, il programma Umanesimo & Tecnologia pone una domanda centrale: quale direzione prenderà la società nell’ingresso nella dimensione digitale?
Ci avvieremo verso un’utopia tecnologica, come nei mondi immaginati da More, Bellamy o H.G. Wells?
Oppure ci attendono scenari distopici, come quelli prefigurati da Huxley e Orwell?

Il dibattito si polarizza presto tra visioni tecnofile e tecnofobe, riflettendo l’ambivalenza con cui le generazioni cresciute in un paradigma analogico guardano alla rivoluzione digitale.
Per molti, il disorientamento è tangibile: le nuove tecnologie impongono una revisione profonda dei modelli cognitivi, dei ruoli professionali, delle relazioni sociali.

Dal vapore ai bit
L’immaginario come chiave per leggere la rivoluzione digitale

La rivoluzione digitale può essere letta in parallelo con la prima rivoluzione industriale. Nell’Ottocento, il vapore e l’acciaio avevano generato:

• le esplorazioni tecnologiche di Jules Verne,
• il “mostro” creato dalla scienza in Frankenstein di Mary Shelley,
• le utopie organizzate di Edward Bellamy (Looking Backward),
• le città industriali alienate di Dickens e Zola,
• fino agli automi perturbanti di Hoffmann, all’androide ideale de L’Ève future di Villiers de l’Isle-Adam, alle macchine viventi di Samuel Butler, ai robot di Karel Čapek (R.U.R.) e alla città-macchina di Metropolis di Fritz Lang.

Ogni rivoluzione tecnica, prima ancora che economica, è una rivoluzione dell’immaginario: cambiano i racconti attraverso cui una società prova a capire che cosa sta diventando.

Allo stesso modo, tra la metà degli anni Novanta e l’alba del nuovo Millennio, la rivoluzione digitale stava generando nuove figure simboliche:

• l’hacker delle prime BBS, delle reti universitarie e del Web 1.0;
• il cyberspazio, alimentato dalla narrativa cyberpunk e dalle prime pagine web in hyper-testo;
• l’eco già presente dell’intelligenza artificiale, tra software “intelligenti” e algoritmi ancora opachi agli utenti;
• la CGI 3D e i primi esperimenti di “resurrezione” digitale di volti e corpi sullo schermo, che prefiguravano avatar e ologrammi;
• i proto–social media (Classmates.com, SixDegrees.com) che anticipavano blog, piattaforme video e social network di massa, insieme alla nuova figura dell’utente sempre connesso, profilato, misurato.

Umanesimo & Tecnologia nasce esattamente qui: nel tentativo di leggere questi nuovi miti non come semplici curiosità narrative, ma come termometri culturali di un cambiamento profondo. Capire le storie significa capire le paure e le resistenze che possono ostacolare l’innovazione, ma anche le utopie che la rendono desiderabile.

La ricerca si sviluppa dentro e fuori l’ambito accademico, intrecciando dialoghi con istituzioni, enti pubblici e centri di innovazione per analizzare la nascente Cultura Digitale e le sue implicazioni di lungo periodo.
Si esplora come l’ibridazione tra media, linguaggi e tecnologie stia trasformando la creatività, l’organizzazione della conoscenza e le forme di socialità.

In questo scenario emerge una nuova condizione antropologica: quella dell’homo sapiens digitale.
Una società divisa tra nativi digitali e immigrati digitali, separati non solo da competenze, ma da veri e propri mondi mentali differenti.

Di fronte a questa frattura, la posizione di Umanesimo & Tecnologia si orienta verso un tecnorealismo: una visione critica ma costruttiva, capace di cogliere tanto le potenzialità quanto i rischi del cambiamento in atto.

Da qui nasce l’impegno contro il digital divide, concepito non solo come questione infrastrutturale, ma come emergenza culturale.
Perché senza una comprensione consapevole delle tecnologie, ogni processo innovativo rischia di fallire sotto il peso dell’incomprensione, della paura, della resistenza al nuovo.

L.I.N.K.E.D. e la sfida del Digital Divide Culturale
Una visione strategica per una società digitale inclusiva

Nella transizione da una società analogica a una digitale, il contrasto al Digital Divide Culturale emerge come priorità imprescindibile.
Non si tratta solo di garantire l’accesso alla tecnologia, ma di abilitare una cittadinanza digitale consapevole attraverso comprensione, apprendimento continuo e inclusione culturale.

Frutto di due anni di ricerca applicata all’interno del laboratorio Hipgnosys, L.I.N.K.E.D. delinea un nuovo modello organizzativo e produttivo fondato sulla cooperazione, sulla sostenibilità e su una visione umanistica del management, inizialmente pensato in dialogo con il settore emergente dell’industria dei contenuti digitali, già attraversato dalla convergenza mediale e dallo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Questa visione si concretizza nel 1998 con la nascita di L.I.N.K.E.D. (Learning and Information Network for Knowledge Enhancement and Development): un progetto che integra i principi del life-long learning e della mediazione culturale digitale per guidare persone e organizzazioni dentro il cambiamento, invece che lasciarle subirlo.

L.I.N.K.E.D. viene presentato alla Direzione Generale X della Commissione Europea, in un momento in cui a Bruxelles si comincia a intuire che la trasformazione digitale richiederà non solo infrastrutture, ma anche politiche culturali e formative specifiche.
Paradossalmente, mentre a livello europeo cresce l’attenzione su questi temi, in Italia la politica fatica ancora a coglierne la portata: l’idea di educare alla Cultura Digitale appare marginale rispetto ad altre urgenze dell’agenda pubblica.
Il digital divide viene percepito soprattutto come problema di cavi, dispositivi e connessioni, meno come questione di modelli mentali e competenze culturali.

Solo qualche anno più tardi questa intuizione inizia a sedimentare anche sul piano nazionale e locale. Alcune istituzioni riconoscono che il problema non è soltanto “mettere computer”, ma accompagnare le persone nel cambio di linguaggio.
Arrivano così i primi, piccoli finanziamenti che ci consentono di sperimentare sul campo: siamo tra i primi in Italia a lavorare sulla mediazione culturale digitale con gli anziani, gli immigrati digitali più colpiti dal digital divide culturale, persone a rischio di esclusione non per mancanza di intelligenza, ma perché il mondo intorno a loro ha cambiato codice troppo in fretta.

In questo quadro, L.I.N.K.E.D. pone al centro il ruolo strategico:

  • dell’apprendimento continuo,
  • e della mediazione culturale,

come strumenti per affrontare, e non subire, la trasformazione digitale.

L’analisi mette in luce un paradosso cruciale: mentre la tecnologia avanza con estrema rapidità, la capacità di adattamento della società e delle imprese rimane più lenta.
E ancora più lento è il processo di aggiornamento dei sistemi educativi e formativi.

Questa dinamica viene sintetizzata nella formula:

d/dT (tecnologia) > d/dT (società e imprese) > d/dT (educazione e formazione)
dove d/dT rappresenta la velocità del cambiamento nel tempo.
(Umanesimo & Tecnologia – L.I.N.K.E.D., 1996)

In altre parole: la velocità dell’innovazione tecnologica supera quella dell’adattamento sociale ed economico, che a sua volta è più rapida di quella dei sistemi educativi.

Le intuizioni e i risultati di L.I.N.K.E.D. aprono così la strada alla costruzione di un modello produttivo distribuito, che nei passi successivi evolverà nell’ecosistema progettuale e culturale di Rebel Alliance Empowering, di cui parlerò nella prossima parte.

Immagini di repertorio dal laboratorio Hipgnosys, Napoli 1995–1998: CGI 3D su workstation Silicon Graphics con Softimage. In quegli stessi anni, dopo l’acquisizione da parte di Microsoft, Softimage viene portato anche su Windows NT per sistemi RISC come le workstation DEC Alpha. Il valore della nostra ricerca applicata viene riconosciuto da Microsoft Italia, che sostiene il laboratorio con sponsorizzazione e supporto tecnico, confermandone il ruolo pionieristico nella CGI 3D non solo nella nostra città, ma anche nel sud italia.

Questa è la prima di una storia che dura da trent’anni e che, se tutto va bene, è solo all’inizio.
Qui la seconda parte: Rebel Alliance Empowering. Dal laboratorio all’impresa olonica
Qui la terza parte: Centro Studi Carabinieri 4.0


Riflessioni sul tema:
Digital Divide Culturale
Industria dei Contenuti
Management

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