Manuali per imparare a vivere insieme nell’Unità d’Italia
C’è un equivoco che torna spesso quando parliamo dell’Italia.
Pensiamo che, dopo l’Unità, il problema fosse “tenere insieme” un Paese che si stava disgregando.
In realtà era l’opposto: l’Italia era già frammentata da secoli.
Dalla caduta dell’Impero Romano in poi, la penisola aveva perso un centro condiviso.
Lingue diverse, abitudini diverse, cucine diverse, modi diversi di stare al mondo.
Lo Stato, a un certo punto, arriva.
La comunità lungo la penisola, no.
Ed è in questo spazio vuoto tra la legge e la vita comune nella babele italiana che accade qualcosa di interessante: non sono i politici a colmarlo,
ma un uomo che scrive un libro di cucina.
Si chiama Pellegrino Artusi.
E senza proclami, senza ideologia, contribuisce ad insegnare agli italiani come vivere insieme, ogni giorno: a tavola.
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Perché questa è una Lezione dal Passato?
Perché ci ricorda una verità semplice, che spesso dimentichiamo: le comunità non nascono dalle idee. Nascono dalle abitudini. Le istituzioni possono stabilire confini, diritti, doveri, possono perfino imporre un ordine pubblico, ma non possono entrare davvero nelle case. Non possono decidere come si mangia, come ci si prende cura del corpo, come si gestisce il tempo, come si trasmettono i gesti ai figli senza nemmeno chiamarli “educazione”. Eppure è lì, in quei gesti minimi e ripetuti, che si decide se una società regge oppure no.

L’Italia dell’Ottocento, a ben vedere, non è una società “in crisi” come spesso la raccontiamo. È una società già spezzata da secoli. La caduta dell’Impero Romano non ha lasciato soltanto rovine politiche: ha lasciato una frammentazione profonda, una penisola fatta di mondi separati, lingue diverse, usi diversi, pratiche quotidiane che non coincidono, identità locali così forti da diventare, a volte, più reali della stessa idea di nazione. Quando lo Stato unitario nasce, trova davanti a sé un corpo che non ha una grammatica comune della vita ordinaria. Il problema non è solo governare. Il problema è rendere possibile la convivenza.
Ed è qui che accade qualcosa di interessante. Nel vuoto tra la legge e la vita, tra l’atto fondativo e la sostanza quotidiana, non entrano soltanto i politici o gli apparati amministrativi. Entra anche qualcuno che, apparentemente, non ha nulla a che fare con la costruzione di una nazione. Un uomo che scrive un libro di cucina. Si chiama Pellegrino Artusi. E la cosa più importante è questa: Artusi non entra nei palazzi, entra nelle case. Non parla di ideologia, parla di come si fa una cosa concreta. E proprio per questo diventa, senza dichiararlo, un mediatore silenzioso del vivere insieme.
Il libro ebbe un successo enorme, arrivando a circolare e a farsi notare anche fuori dall’Italia, e proprio mentre la cucina “di prestigio” restava ancora sotto l’ombra lunga del primato francese, La scienza in cucina cominciò a imporsi nell’immaginario come il tentativo più concreto di “italianizzare” la gastronomia e darle un codice riconoscibile.
Nel saggio di Cecilia Robustelli (che condivido), La scienza in cucina viene letta dentro la grande stagione dei manuali pratici dell’Italia post-unitaria: testi pensati per rendere il sapere ripetibile, trasmissibile, utile nella vita quotidiana.
La “scienza” di Artusi è fatta di prove, correzioni, miglioramenti successivi. È una scienza domestica, umile, concreta. Ed è proprio per questo che funziona.
Il suo libro non nasce per stupire. Nasce per essere usato. Non è un testo da citare, è un testo da sporcare, da tenere aperto sul tavolo, da consultare come si consulta un attrezzo. Artusi raccoglie ricette, le prova, le corregge, le riscrive. Le rende comprensibili e replicabili. Ed è qui che bisogna fermarsi un attimo: perché questo gesto, in un’Italia appena unita politicamente, è tutt’altro che neutro. Non sta semplicemente mettendo insieme dei piatti. Sta costruendo un modo comune di dire e di fare, senza cancellare le differenze. Le traduce. Le rende comunicabili.
La cucina, in Artusi, non è folklore.
Robustelli sottolinea come l’opera si muova nel contesto di una nuova borghesia che cresce con l’istruzione, con i giornali, con la circolazione delle idee e con la necessità di costruire una normalità condivisa.
Non folklore. Non celebrazione. Ma alfabetizzazione del quotidiano: una pedagogia domestica che insegna a fare, a correggere, a migliorare.
È linguaggio. È una grammatica fatta di gesti, ripetizioni, errori ammessi, aggiustamenti continui. È una lingua che non si impara sui banchi, ma nelle mani. E quando una lingua diventa condivisa, succede qualcosa di più profondo del “capirsi”: nasce il riconoscersi. Persone diverse, che magari non condividono dialetto, storia locale, mentalità, iniziano a fare cose simili. Senza accorgersene, cominciano a respirare un ritmo comune. Non perché qualcuno lo impone, ma perché lo ripetono.
Artusi, inoltre, non scrive davvero per tutti. Scrive per chi può leggere, applicare, trasmettere. Scrive per quella classe media nascente che sta imparando a gestire la casa come spazio razionale e moderno, per un ceto che non ha tradizioni consolidate come l’aristocrazia e non ha l’oralità totale del mondo contadino, ma sta costruendo abitudini nuove. Ed è lì, in quel centro, che una società si stabilizza. Non agli estremi. Nel mezzo. Educare quel centro significa creare modelli imitabili, normalità condivise, rituali che tengono insieme senza costringere.
Una cucina misurata, economica ma signorile, capace di tenere insieme due Italie – Nord e Sud – non con la propaganda, ma con l’esperienza quotidiana.
Artusi non parla agli estremi: parla al centro. Perché è lì che una società, lentamente, si stabilizza.
E poi c’è quella parola che, nel titolo, suona quasi provocatoria: “scienza”. Oggi la leggiamo e pensiamo al laboratorio, alla chimica, alle provette. Ma in Artusi, “scienza” è un’altra cosa. È metodo. È il coraggio di dire che non basta la tradizione, se non è trasmissibile. È la pazienza della prova, dell’errore, della correzione. È rendere un sapere ripetibile. È togliere il mistero dove il mistero non serve, senza togliere l’anima dove l’anima serve. È una scienza umile, quotidiana, domestica. Ma è proprio quella forma di sapere che rende possibile una convivenza stabile, perché sposta il baricentro dal “si è sempre fatto così” al “si può fare, e si può rifare”.
Guardato oggi, il lavoro di Artusi appare sorprendentemente moderno. Osserva pratiche reali, ne coglie il valore sociale, interviene per renderle funzionali alla vita insieme. Non descrive l’uomo per studiarlo come oggetto. Lo osserva per aiutarlo a stare nel mondo. È antropologia senza chiamarla così, applicata senza bandiere, e soprattutto esercitata nel luogo più sottovalutato di tutti: il quotidiano.
Artusi osserva pratiche reali, non le idealizza. Le raccoglie dal territorio, le mette alla prova, le confronta, le corregge. Non si limita a descriverle: interviene, le rende funzionali, trasmissibili, adattabili a contesti diversi.
Non studia l’uomo per archiviarlo, ma per aiutarlo a vivere meglio insieme agli altri. Il suo non è uno sguardo contemplativo, ma operativo.
In questo senso, il suo manuale non è solo un ricettario: è uno strumento di mediazione culturale che lavora sul quotidiano, trasformando differenze locali in pratiche condivise.
Senza chiamarla così, Artusi esercita una forma di antropologia che non resta nei libri, ma entra nelle case e diventa abitudine.
E allora la lezione si chiarisce. Quando una società è frammentata da secoli, non la ricostruisci con un atto fondativo. La ricostruisci insegnando gesti comuni, creando rituali condivisi, offrendo strumenti semplici e replicabili. Senza slogan. Senza proclami. Senza rumore. Il libro di Artusi non parlava solo di cucina. Parlava, nel linguaggio più concreto possibile, di come si diventa comunità. Ed è per questo che, ancora oggi, continua a dirci qualcosa. Non sul passato, ma su come si vive insieme quando la politica, da sola, non basta.
La lezione dal passato è semplice: quando una società è frammentata, non la ricostruisci solo con idee astratte. La ricostruisci con pratiche condivise, con rituali minimi, con strumenti che entrano nelle case e diventano abitudine.
È qui che un manuale smette di essere “solo un manuale” e diventa una tecnologia culturale.
Forse la lezione più profonda di Artusi non è solo che si può contribuire a unificare un Paese con un manuale, ma che si può incidere sul reale lavorando sul quotidiano, con metodo e misura.
E chissà che, rileggendolo oggi con questi occhi, non venga voglia di immaginare qualche progetto capace di fare la stessa cosa: tradurre una cultura in pratiche comprensibili, senza slogan.
Questa serie non nasce per offrire soluzioni né per distribuire colpe. Nasce per allenare uno sguardo: quello che prova a riconoscere i pattern prima che diventino destino. E nasce sotto lo sguardo del Decimo Uomo: la figura cognitiva che, quando il consenso sembra compatto e l’urgenza impone una sola direzione, si assume il compito ingrato di rallentare, dubitare, cercare l’ipotesi impopolare prima che l’inerzia diventi irreversibile. La storia, quando ritorna, raramente lo fa con le stesse forme; cambia linguaggio, strumenti, retoriche. Ma conserva le stesse fragilità cognitive: l’illusione della necessità, l’accelerazione dell’urgenza, la rimozione del limite. Lezioni dal passato è un invito a pensare quando sembra già “troppo tardi”, a ricordare che la responsabilità non coincide sempre con l’azione più visibile. A volte, il gesto più difficile – e più umano – è fermare il meccanismo mentre è ancora possibile.
Serie in corso (in ordine):
- — Lezioni dal passato – episodio 1 – Assonanze tra la fine del XIX Secolo e l’epoca contemporanea..?
- — Lezioni dal passato. episodio 2: la Pedagogia del riarmo
- — Episodio 3 – Lezioni dal passato. Lo schiaffo americano, l’ombra di Dugin e l’occasione italiana
- — Lezioni dal passato – episodio 4. Dalla fine degli imperi alla psicopolitica della NATO
- — Episodio 5 – Lezioni dal passato. Il limite rimosso
- — Tredici giorni, un agosto evitato. Lezioni dal passato – episodio 6
- — Libri, Armi e Codici. Lezioni dal passato – episodio 7
- — Arte e scienza della cucina italiana. Lezioni dal Passato – Episodio 8
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