… come ci comportiamo davvero in emergenza
Nel cuore di un’emergenza, non conta solo ciò che sappiamo. Conta come reagiamo. Perché, anche se ci piace credere il contrario, il comportamento umano sotto stress non è sempre razionale.
Anzi, spesso è dominato da automatismi, paura e disorientamento. È qui che entra in scena una regola tanto diffusa tra gli esperti quanto ignorata dal grande pubblico:
la regola 10-80-10.
Il nome suona matematico, ma non è una formula. È una fotografia comportamentale.
Secondo osservazioni raccolte in ambito militare, in addestramenti per operatori speciali, in scenari di disastri e incidenti collettivi, questa regola riflette uno schema ricorrente:
- Il 10% delle persone mantiene la calma e agisce con lucidità.
- L’80% si blocca, resta in attesa di una guida, senza sapere come reagire.
- Il restante 10% va nel panico o compie azioni disordinate, generando caos.
Non è una legge scientifica assoluta, ma un pattern statistico riscontrato in molte simulazioni e studi sul comportamento in crisi. Lo riportano, tra gli altri, autori come Laurence Gonzales (Deep Survival, 2003) e fonti di training militare in USA e UK. È una regola che si insegna nei manuali dei Navy SEAL, nei corsi FEMA, nei programmi di sicurezza civile.
Ma cosa c’è dietro?
La mente sotto stress: blocco, panico e lucidità
Nei momenti critici, il cervello si attiva secondo il ben noto meccanismo
“fight – flight – freeze” (combatti, fuggi o paralizzati).
Le Cinque F della Paura: comprendere per prevenire
In effetti, le F sono cinque.
Siamo abituati a sentir parlare della classica triade “fight – flight – freeze” (combatti, fuggi, paralizzati). Ma la risposta umana alla paura è più complessa, e coinvolge due ulteriori stati reattivi: Fright e Faint.
Nel documento The Five ‘F’s of Fear” (CNS Review, 2004), si spiega come queste risposte rappresentino modalità automatiche di sopravvivenza di fronte a minacce percepite, innescate dal sistema nervoso autonomo.
Ecco una sintesi:
- Freeze → il corpo si blocca. È il primo istinto, utile per “scomparire” o valutare il pericolo. Ma può anche paralizzare, impedendo ogni azione utile.
- Flight → fuga rapida per allontanarsi dal pericolo. È adattiva, ma se non orientata può causare caos e dispersione.
- Fight → reazione aggressiva. Utile solo se c’è possibilità concreta di dominare la minaccia, altrimenti rischia di aggravare la situazione.
- Fright → uno stato di shock dissociativo. La persona si “disconnette” dalla realtà. Può sembrare calma, ma in realtà è mentalmente assente.
- Faint → collasso del sistema. In caso di iperattivazione emotiva (hyperarousal), il cervello può indurre una perdita di coscienza come estrema risposta difensiva.
Queste risposte sono involontarie, ma non immutabili. Possono essere modulate con l’addestramento, la consapevolezza e la comunicazione efficace, che anticipi e simuli situazioni critiche per generare comportamenti più funzionali.
Ecco perché parlare di rischio non basta. Serve una comunicazione che alleni alla risposta, non solo all’ascolto

Questo schema primitivo, utile alla sopravvivenza, non sempre si adatta a emergenze moderne.
Così, la paralisi (freeze) può impedire di reagire, la fuga irrazionale (flight) portare a pericoli peggiori, e l’attacco (fight) trasformarsi in gesti inutili o pericolosi per sé e per gli altri.
Altri meccanismi mentali si aggiungono:
- L’ottimismo irrealistico (Weinstein, 1980), che ci fa pensare “a me non capiterà”.
- Il bias di normalità, che ci spinge a sottovalutare segnali anomali.
- Il “numbing affettivo” (Slovic, 2004), che riduce l’impatto emotivo di un rischio percepito come troppo vasto.
Quando la mente si difende (male)
Affective Numbing e Ottimismo Irrealistico
💬 “Non succederà a me.”
💬 “Tanto esagerano sempre.”
💬 “Sì, ho capito… ma non mi sento in pericolo.”
Queste frasi sono sintomi di due meccanismi psicologici noti, che limitano la capacità delle persone di reagire correttamente in caso di rischio.
Affective Numbing: quando la mente smette di sentire. Secondo Paul Slovic (2004), quando un rischio è descritto in modo troppo astratto, impersonale o numerico (es. “migliaia di evacuati”), la risposta emotiva si attenua. È come se il cervello, per difendersi, spegnesse l’allarme interiore.
Questo meccanismo si chiama numbing affettivo o psychic numbing.
- Più i numeri crescono, più cala l’empatia.
- Le storie concrete (una persona, un volto, una scelta) attivano la percezione molto più dei dati grezzi.
- Il rischio “senti che ti riguarda” solo quando lo colleghi alla tua vita quotidiana.
Slovic P. (2004). Risk as Analysis and Risk as Feelings. Risk Analysis
Ottimismo irrealistico: quando sottovalutiamo il pericolo. Secondo Neil Weinstein (1980), gran parte delle persone tende a credere di essere meno a rischio degli altri. È un bias cognitivo: una distorsione del giudizio che ci fa sentire più protetti di quanto siamo realmente.
- “Il vulcano? Figurati se succede proprio ora…”
- “Io mi salverei comunque, sono veloce.”
- “Chi si preoccupa troppo vive male.”
L’ottimismo irrealistico porta a ritardare le decisioni, ignorare gli avvisi e sottovalutare la preparazione necessaria.
Implicazioni per chi comunica il rischio
- Parlare al cuore prima che alla testa.
- Usare storie ed esempi concreti.
- Evitare frasi impersonali e toni burocratici.
- Sapere che anche quando “abbiamo detto tutto”, la reazione del pubblico può restare nulla… se il messaggio non passa attraverso l’esperienza.
Tutti elementi che contribuiscono all’80% che resta inerte.
Nel video girato sull’Etna, un’improvvisa esplosione rompe il silenzio del paesaggio vulcanico. Il boato è netto, violento, ma la reazione delle persone presenti è disarmante nella sua lentezza. Invece di scattare verso il riparo al pronto richiamo delle guide, molti rimangono immobili. Qualcuno alza lo sguardo ( e riprende inconsapevole del rischio …), altri si voltano confusi.
È il tempo sospeso della paralisi cognitiva, quello in cui il cervello cerca di capire se ciò che ha sentito è davvero una minaccia. Solo pochi seguono istintivamente le indicazioni delle guide, mentre la maggioranza sembra aspettare “istruzioni dall’ambiente”.
Il video è un esempio plastico di quanto sia urgente allenare la popolazione non solo a riconoscere i segnali di pericolo, ma anche ad agire senza aspettare la certezza assoluta, perché nel contesto del rischio ogni secondo conta.
La regola che nessuno insegna: 10–80–10. Non è una legge scientifica fissa, ma una costante osservata in addestramenti militari, esercitazioni di protezione civile e incidenti reali.
🧠 10%
Agisce con prontezza e razionalità, guida o aiuta gli altri. Sono i “resilienti”, quelli che hanno ricevuto formazione o hanno sviluppato una mentalità proattiva.
😶 80%
Rimane in attesa. Non sa cosa fare. Non è egoismo né incapacità: è un cortocircuito neurocognitivo, una ricerca di riferimento esterno.
😱 10%
Si fa prendere dal panico. Urla, scappa, agisce in modo controproducente. È qui che nasce il vero pericolo collettivo.
Preparare per cambiare il comportamento
Il Sendai Framework (ONU, 2015–2030), documento di riferimento globale per la prevenzione dei disastri, è chiaro su un punto:
“Formare i cittadini è fondamentale per rafforzare la capacità di reagire e agire in situazioni di rischio.”
Non basta informare. Serve preparare. Allenare comportamenti. Abituare le persone a riconoscere i segnali e a sapere cosa fare.
La differenza tra salvarsi o restare bloccati, spesso, non è questione di coraggio, ma di allenamento mentale.
E ogni percorso educativo dovrebbe puntare a questo: rendere le persone più pronte, più consapevoli, più attive.
Ogni individuo può “trasferirsi” dal gruppo dell’80% al 10% attivo con una preparazione adeguata:
- Allenamento comportamentale (simulazioni, giochi di ruolo, drill).
- Educazione all’auto-efficacia.
- Storytelling e engagement emozionale (come negli episodi precedenti).
La comunicazione non è più solo trasmissione di dati, ma costruzione di mindset. E chi progetta la comunicazione del rischio oggi deve imparare a parlare al sistema nervoso, non solo alla ragione
Pronti.io -Campi Flegrei Sottosopra – 5 Episodi per Capovolgere la Comprensione del Rischio
Una narrazione in cinque tappe per vedere il rischio con occhi nuovi, capire cosa ci blocca… e cosa ci salva. Infotainment, ispirato ai principi della comunicazione di protezione civile 4.0.
Scopri gli altri episodi della serie:
1️⃣ Quando il rischio non si sente: perché informare non basta
https://vittoriodublinoblog.org/2025/07/11/quando-il-rischio-non-si-sente-perche-informare-non-basta/
2️⃣ Dalla comunicazione all’engagement: costruire una cultura del rischio
https://vittoriodublinoblog.org/2025/07/11/dalla-comunicazione-allengagement-costruire-una-cultura-del-rischio/
3️⃣ La grammatica della fiducia: storie che salvano
https://vittoriodublinoblog.org/2025/07/11/la-grammatica-della-fiducia-storie-che-salvano/
4️⃣ Ridere per capire: l’umorismo come vaccino contro l’indifferenza
https://vittoriodublinoblog.org/2025/07/11/ridere-per-capire-lumorismo-come-vaccino-contro-lindifferenza/
5️⃣ Quando conta ogni secondo: come reagiamo davvero in caso di emergenza
https://vittoriodublinoblog.org/2025/07/12/episodio-5-quando-conta-ogni-secondo/di infotainment, ispirato ai principi della comunicazione di protezione civile 4.0.
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