Ipnocrazia. La finzione che ci costringe a tenere gli occhi aperti

Come nella quantistica, qualcosa esiste per noi solo quando viene osservato.
Jianwei Xun esiste e non esiste. È un nome, un’idea, forse un autore, forse un algoritmo.

Un’entità liminale che abita lo spazio tra cultura, tecnologia e manipolazione.
Come l’ipnosi mediatica che ci avvolge, è ovunque e in nessun luogo.
Ipnocrazia è anche questo: un gioco di specchi tra finzione e realtà, tra presenza e simulazione.
Esiste e non esiste. Come tutto ciò che oggi forma la nostra percezione del reale.

Il 22 gennaio 2025 mi ritrovai a sfogliare per la prima volta Ipnocrazia, e ne scrissi una riflessione per i suoi contenuti. Tuttavia, ho l’abitudine di verificare l’attendibilità e la storicità delle competenze di un autore, e lavorando come analista OSINT, non riuscendo a trovare fonti di riferimento, attendibili, sulla persona Xun, avvertii un leggero brivido di sospetto: è una deformazione professionale. Inoltre lavoro per la mia ricerca con sistemi di intelligenza artificiale generativa e so quanto sia facile popolare il web di profili che sembrano più veri del vero. Oggi ne abbiamo la conferma definitiva: Jianwei Xun non esiste. Il suo nome è la maschera di un progetto editoriale che ha messo in scena, in tempo reale, ciò che afferma: un potere capace di diluire la realtà fino a renderla indiscernibile.

La scoperta, lungi dall’indebolire la tesi, ne diventa la prova vivente. In un mondo che ci ipnotizza per 143 minuti al giorno di scrolling medio globale (quasi un decimo delle ore di veglia) la firma dell’autore conta meno della nostra capacità di filtrare ciò che leggiamo.

Ed è proprio qui che la retorica catastrofista sui “mostri d’algoritmo” inciampa. Non siamo condannati all’abbrutimento digitale; abbiamo margini enormi di autodifesa cognitiva. Basti pensare a uno studio pubblicato su Scientific Reports: un semplice corso online di un’ora, pensato per un pubblico di over‑60, ha fatto salire la loro accuratezza nel distinguere notizie vere da bufale dal 64 % all’85 %:un balzo di oltre venti punti percentuali in sessanta minuti. Se bastano sessanta minuti per scalpellare una vita di abitudini, il problema non è l’invincibilità dell’algoritmo, ma la pigrizia con cui spesso lo affrontiamo.

Anche i numeri sull’efficacia delle macchine nel catturare la nostra attenzione sono meno lineari di quanto si creda. Una ricerca condotta su un grande quotidiano online tedesco ha mostrato che le raccomandazioni automatiche raccolgono più click solo finché il lettore resta passivo; quando interviene l’occhio critico, magari guidato da un editor umano esperto, il margine dell’algoritmo si assottiglia e, in alcuni contesti, scompare.
Non è un duello “uomo contro macchina”: è una partita che si vince combinando la granulosità dei dati con l’intuizione umana.

Allora che cosa ci insegna il caso Xun? Primo: la verità non si certifica con un timbro d’autorevolezza, ma con un lavoro vigile di lettura e rilettura. Secondo: la stessa infrastruttura tecnologica che può narcotizzarci è anche un laboratorio dove allenare la lucidità. Terzo: chi oggi dipinge l’IA come ordigno apocalittico ignora la dimensione performativa della critica stessa: a volte la finzione è il miglior auscultatore del reale.

Scrivo queste righe per intrecciarle agli articoli precedenti e ai prossimi che verranno, perché il dibattito sull’IA non può fermarsi alla paura. La sfida è costruire pratiche di “attenzione attiva”, capaci di trasformare l’ipnosi algoritmica in palestra di coscienza. Se Xun ha potuto nascere dal nulla e far parlare di sé, significa che la scenografia è pronta: sta a noi decidere se restare spettatori imbambolati o riscrivere il copione, una verifica alla volta.


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