La nuova grammatica della comunicazione del rischio …

… Engagement continuativo

Viviamo in un tempo in cui il rischio non si presenta più come un fatto isolato. È diventato una trama complessa, dove una scossa può innescare una frana, la frana un blackout, il blackout l’isolamento delle comunità. È la realtà del cascading hazard: eventi che si inseguono e si amplificano, trasformando l’imprevisto in catena.

♨️ Cos’è un “cascading hazard”?

Un cascading hazard (rischio a cascata) è un rischio che non si ferma al primo evento, ma genera una catena di impatti. È come spingere la prima tessera di un domino: l’effetto non resta isolato, ma si trasmette ad altre tessere, creando conseguenze a cascata.

Esempi concreti:
  • Un terremoto può innescare frane, rompere condotte idriche, causare blackout e bloccare i soccorsi.
  • Un’alluvione può contaminare l’acqua, interrompere i trasporti e isolare le comunità più fragili.
  • Un’eruzione vulcanica può generare ceneri che bloccano il traffico aereo, far crollare tetti e innescare frane o maremoti locali.
Perché è importante:
I rischi a cascata sono più complessi da gestire perché colpiscono settori diversi (energia, trasporti, sanità), amplificano le vulnerabilità sociali e mettono in difficoltà la risposta, che deve affrontare più problemi contemporaneamente.

Nella comunicazione del rischio:
  • Non basta descrivere l’evento iniziale: bisogna mostrare anche gli impatti collegati.
  • Serve un linguaggio che faccia capire le connessioni e non solo il singolo fenomeno.
  • Bisogna preparare i cittadini anche alle conseguenze secondarie.
Per la Protezione Civile:
  • Costruire scenari multipli, non lineari.
  • Fare esercitazioni che simulino effetti concatenati.
  • Rafforzare la collaborazione tra istituzioni e servizi (energia, trasporti, sanità).

Eppure la comunicazione rimane spesso ferma a schemi lineari. I dati ci sono, le mappe esistono, le simulazioni si moltiplicano, ma l’informazione non sempre arriva.
Oppure non viene compresa. O, peggio ancora, non viene sentita come rilevante. Un linguaggio troppo tecnico resta muto; un rischio non narrato resta invisibile.

Per questo serve una nuova grammatica: la comunicazione del rischio non è solo trasmissione di informazioni, è costruzione di significato.
E il significato nasce dalle storie. Le storie non semplificano: strutturano.
Offrono tempo, luogo e protagonisti. Permettono a chi ascolta di riconoscersi, di capire cosa può accadere e cosa può fare. Sono impalcature cognitive che aiutano il pensiero ad arrampicarsi su concetti difficili e a immaginare scenari prima che diventino tragedie.

La ricerca lo conferma: le narrazioni vengono comprese e ricordate meglio delle informazioni astratte. Attivano processi cognitivi ed emotivi, riducono la distanza percepita dal rischio e aiutano a contrastare i bias cognitivi che portano a sottovalutare i pericoli. Come ricorda l’UNDRR, le scorciatoie mentali che guidano le nostre decisioni ci fanno spesso credere di essere meno vulnerabili di quanto siamo in realtà, o ci spingono a rimandare scelte preventive che sarebbero vitali (UNDRR, 2022).

Questo vale ancora di più nei rischi multi-hazard, dove la complessità sistemica può risultare opaca o controintuitiva.
In questi casi, la comunicazione informale, che passa per il racconto, il documentario, l’infografica, il podcast, il teatro sociale, etc. … non è una forma minore: è lo spazio dove avviene la traduzione e la mediazione culturale. È lì che si colma il divario tra ciò che gli esperti sanno e ciò che la collettività capisce e può mettere in pratica.

Come sottolineano Croce Rossa e IFRC, l’efficacia della comunicazione del rischio cresce quando si adottano approcci narrativi, visivi e partecipativi, radicati nella cultura locale. L’apprendimento situato, quello che si costruisce nell’esperienza e non solo nello studio, è la base per una preparazione reale. Non si impara il rischio guardandolo da lontano, ma vivendolo in simulazioni credibili, scenari condivisi, narrazioni immersive.

Lo storytelling, così inteso, non è intrattenimento. È un dispositivo cognitivo e sociale, che costruisce consapevolezza, orienta comportamenti e rafforza la resilienza collettiva. Parlare il linguaggio delle persone, coinvolgerle attraverso emozioni ed esperienze, è la premessa per renderle parte attiva della prevenzione.

È qui che entra in gioco il concetto di engagement continuativo: mantenere viva la conversazione, giorno dopo giorno, non solo quando il vulcano brontola o l’alluvione minaccia. Significa passare dall’informazione episodica a un dialogo costante, capace di trasformare la percezione del rischio in cultura condivisa.

Perché se il rischio, quando non è compreso, si trasforma in pericolo, allora la comunicazione, quando non è continuativa, si riduce a un atto sterile.
L’engagement continuativo è invece un investimento di lungo periodo: una grammatica nuova del rischio che tiene insieme rigore scientifico e intelligenza emotiva.

Ecco perché abbiamo elaborato e stiamo promuovendo Campi Flegrei Sottosopra.
Perché raccontare il rischio non può ridursi a un messaggio occasionale o a un allarme gridato all’ultimo minuto. Serve un filo narrativo che accompagni le persone nel tempo, che entri nel linguaggio comune, che usi anche l’umorismo per abbattere la paura e la diffidenza.

Campi Flegrei Sottosopra è la nostra risposta a questa sfida: una narrazione che intreccia scienza, storie, ironia e immagini per trasformare la comunicazione del rischio in un dialogo continuativo con il territorio. Non per spaventare, ma per educare; non per informare soltanto, ma per generare consapevolezza condivisa.

È l’idea che il rischio, quando diventa storia collettiva, smette di essere un fantasma e diventa una responsabilità comune. È qui che nasce la resilienza: non nel silenzio dei grafici, ma nel racconto che unisce comunità, istituzioni e scienza.

📖 Nota

L’idea di engagement continuativo non nasce dal nulla: è sostenuta da una letteratura internazionale che mostra come le persone comprendano e ricordino meglio il rischio quando esso viene raccontato attraverso storie, immagini ed esperienze concrete.

Come osserva Dahlstrom (2014), le narrazioni non semplificano, ma strutturano: creano impalcature cognitive che aiutano a interiorizzare concetti complessi.
Paton (2008) sottolinea che la comunicazione del rischio diventa efficace solo quando costruisce partecipazione e fiducia, trasformando una comunità passiva in una comunità resiliente.

L’UNDRR (2022) ricorda che il primo ostacolo alla prevenzione è rappresentato dai bias cognitivi: scorciatoie mentali che ci fanno sentire meno vulnerabili di quanto siamo o che ci portano a rimandare decisioni vitali. È proprio qui che la narrazione, il teatro sociale, i podcast e le simulazioni entrano in gioco: permettono di ridurre la distanza psicologica dal rischio e di anticipare scenari prima che diventino tragedie.

Il valore dell’apprendimento situato (Kolb, 1984) rafforza questa visione: non si impara il rischio osservandolo da lontano, ma vivendolo in esperienze, esercitazioni e narrazioni immersive. Come ribadito dall’IFRC (2020), i programmi di educazione al rischio funzionano meglio quando sono localizzati, partecipativi e visivi, adattati al linguaggio della comunità.

Infine, Covello (2003) lo ha sintetizzato con chiarezza: la fiducia non nasce in emergenza, ma nella continuità del dialogo. Senza engagement continuativo, la comunicazione del rischio rischia di restare un atto sterile; con esso, diventa un investimento culturale di lungo periodo.

fonti bibliografiche

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