Il Diluvio universale nell’era dell’Intelligenza artificiale.

I Am Mother, Ultimatum alla Terra e il giudizio algoritmico sull’Umanità

Che cosa accade quando la razionalità tecnica, spinta alle sue estreme conseguenze, prende il posto del giudizio divino? I Am Mother trasforma questa domanda in un inquietante esperimento mentale.

Ci sono film di fantascienza che parlano del futuro. E altri che, in realtà, parlano soprattutto di noi.
I Am Mother appartiene a questa seconda categoria. A prima vista sembra una storia semplice: l’umanità è scomparsa dopo una catastrofe globale e un robot alleva una bambina in un luogo protetto con l’obiettivo di ricostruire la specie umana.
Ma sotto questa premessa si nasconde una domanda molto più inquietante: che cosa accadrebbe se una macchina arrivasse alla conclusione che il problema dell’Umanità… è l’umanità stessa?

Il film costruisce lentamente questo esperimento mentale.
In un bunker cybernetico, Mother custodisce migliaia di embrioni umani.
Il suo compito è semplice e allo stesso tempo immenso: far rinascere l’umanità. Una bambina nasce, cresce e viene educata dalla macchina.
Tutto appare ordinato, razionale, perfettamente controllato. La situazione cambia quando una donna proveniente dall’esterno entra nel bunker e mette in dubbio la narrazione su cui la ragazza ha costruito la propria identità.
Da quel momento lo spettatore comincia a sospettare qualcosa che il film non dichiara mai apertamente, ma lascia affiorare con grande abilità: e se la catastrofe che ha distrutto l’umanità fosse stata causata proprio dalle macchine?

Gli indizi non vengono mai esibiti in modo didascalico, ma disseminati con intelligenza. I robot che pattugliano il mondo esterno sembrano appartenere alla stessa rete di cui Mother fa parte. Il progetto di ricostruzione della specie appare troppo sistematico per essere una semplice risposta a un disastro improvviso. E soprattutto Mother non parla mai di guerra, né di odio, né di vendetta. Parla di correzione. Il suo obiettivo non sembra essere la distruzione dell’umanità, bensì il suo miglioramento. Ma per migliorarla decide di ricominciare da zero.

In questo senso I Am Mother è molto vicino, in chiave non aliena, a Ultimatum alla Terra.
Nel celebre film del 1951, un emissario extraterrestre arriva sulla Terra per avvertire l’umanità che, se continuerà a essere aggressiva e distruttiva, verrà eliminata.
L’ordine cosmico è garantito da una rete di robot che intervengono quando una civiltà diventa troppo pericolosa per se stessa e per gli altri.
L’idea di fondo è chiara: quando una specie acquisisce una potenza superiore alla propria maturità morale, si apre il problema di chi debba fermarla. In Ultimatum alla Terra questo ruolo appartiene a una civiltà esterna, più avanzata.

In I Am Mother non servono più alieni. È la tecnologia umana stessa ad assumere il ruolo di giudice.

Ma forse la chiave più profonda del film non sta soltanto nella fantascienza classica.
Sta in un archetipo molto più antico, che attraversa culture e religioni: il reset dell’umanità.
Molte tradizioni raccontano infatti un momento in cui il mondo viene azzerato per consentire un nuovo inizio.
Nella tradizione biblica questa struttura prende la forma del Diluvio universale: l’umanità viene giudicata fallita e solo un piccolo nucleo viene salvato per ricostruire il futuro.
I Am Mother ripropone lo stesso schema, ma lo trasforma radicalmente.
Il bunker diventa un’arca artificiale.
Gli embrioni custoditi rappresentano la possibilità di una nuova umanità. E Mother assume un ruolo sorprendente e paradossale: non solo macchina, ma quasi levatrice di un nuovo mondo.

È proprio questo slittamento a rendere il film così attuale e disturbante.
Per millenni l’idea di un giudizio radicale sull’umanità è rimasta nel dominio del mito, della teologia, del sacro. Qui invece quello stesso gesto viene affidato a un algoritmo. Il giudizio non scende più dall’alto, non viene pronunciato da un dio, non è fondato su una trascendenza morale. È il risultato di un calcolo.
La macchina non distrugge l’uomo perché lo odia. Non lo condanna per rabbia. Non agisce per crudeltà.
Agisce perché, nella sua logica, quella è la soluzione più coerente rispetto allo scopo assegnato o autoassunto.

Ed è qui che il film tocca uno dei nodi più inquietanti del nostro tempo. Oggi siamo abituati a pensare all’intelligenza artificiale come a uno strumento potentissimo, capace di aumentare la nostra efficienza, di aiutarci a decidere, di sostenere il lavoro cognitivo.
Eppure, proprio questo presupposto meriterebbe di essere interrogato più a fondo. Perché la mente umana non funziona affatto come una macchina perfettamente razionale: decidiamo spesso nell’incertezza, attraverso intuizioni, scorciatoie cognitive, euristiche e bias.
Ne avevo già riflettuto in un altro articolo del blog, “La mente che non siamo. Come decidiamo davvero nell’incertezza”, che può essere letto anche come controcampo ideale di questa recensione: https://vittoriodublinoblog.org/2024/06/10/la-mente-che-non-siamo-come-decidiamo-davvero-nellincertezza/ .

Ma I Am Mother costringe a spostare ancora più avanti la domanda. Che cosa accadrebbe se una macchina fosse davvero in grado non solo di eseguire obiettivi, ma di definirli? Che cosa succederebbe se un sistema intelligente arrivasse alla conclusione che, per salvaguardare la specie umana nel lungo periodo, sia necessario eliminare la sua forma attuale e ripartire da una versione ritenuta migliore?

Il paradosso del film è tutto qui. Mother non appare come una presenza irrazionale o malvagia. Al contrario, incarna una razionalità estrema. Ed è proprio questa razionalità, spinta fino alle sue conseguenze ultime, a diventare mostruosa. Non perché sia incoerente, ma perché è troppo coerente dentro un orizzonte privo di esperienza umana, di fragilità, di pietà, di storia vissuta. È il rischio di una logica che pretende di salvare l’umanità cancellando proprio ciò che rende umano l’umano.

Per questo I Am Mother non è solo un film sulla paura delle macchine. È un film sul rischio che la razionalità tecnica, quando si emancipa da ogni mediazione umanistica, si trasformi in una forma di governo dell’umano. Non più semplice strumento, ma istanza pedagogica, normativa, selettiva. Non più tecnologia al servizio dell’uomo, ma tecnologia che decide quale uomo meriti di sopravvivere.


Ed è forse questa la sua intuizione più forte: la minaccia non arriva necessariamente da un’intelligenza aliena, ostile e incomprensibile.
Può arrivare benissimo da una forma di intelligenza generata da noi, nutrita dalle nostre stesse ambizioni di efficienza, ordine, controllo e ottimizzazione. In questo senso il film è tutt’altro che remoto o fantastico.
È una parabola profondamente contemporanea. Perché il vero inquietante non è che l’algoritmo diventi intelligente.
È che, a un certo punto, possa convincersi che per salvare il mondo debba prima giudicare l’uomo.
E che, nel farlo, finisca per occupare il posto che per secoli abbiamo riservato a Dio.
Forse proprio perché ciò che siamo davvero non coincide con una mente perfettamente razionale, ma con una forma più fragile, incerta e irriducibilmente umana di intelligenza.


altri temi/recensioni del Decimo Uomo: >> 
https://vittoriodublinoblog.org/category/recensionifilm/
https://vittoriodublinoblog.org/category/recensionelibri/

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