Il futuro entra nella legge, ma non basta una norma per cambiare il tempo della politica.
C’è una tensione silenziosa che attraversa tutte le democrazie contemporanee: la difficoltà di pensare il tempo lungo.
La politica vive immersa nel presente, compressa tra emergenze, cicli elettorali e urgenze mediatiche. In questo contesto, il futuro diventa spesso una categoria retorica più che un criterio operativo.
È dentro questa frattura che si colloca la Valutazione di Impatto Generazionale (VIG), introdotta con la Legge 167/2025. Non una misura economica, non un intervento redistributivo, ma un dispositivo che prova a inserire nella produzione normativa una domanda semplice e radicale: quali effetti avranno le decisioni di oggi su chi vivrà domani.
Si tratta di un passaggio apparentemente tecnico, ma dal forte valore simbolico. Per la prima volta il legislatore prova a rendere esplicito che il futuro non è solo una conseguenza delle politiche, ma un criterio con cui valutarle.
La VIG non promette soluzioni immediate. Segnala però un cambiamento di sensibilità: l’idea che governare significhi anche assumersi una responsabilità verso chi non è ancora parte della scena sociale.
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Il tempo corto della politica
La politica contemporanea tende a funzionare come un sistema di risposta continua. Reagisce, corregge, gestisce. Raramente anticipa.
Questo non dipende soltanto dalla volontà degli attori politici, ma da una struttura profonda del sistema democratico, che premia il risultato visibile nel breve periodo più della costruzione lenta e silenziosa del futuro.
Il risultato è un progressivo slittamento verso il presentismo: una politica che amministra il presente più che generare il domani.
La VIG nasce come tentativo di correggere questa inclinazione strutturale. Introducendo una valutazione preventiva sugli effetti sociali, ambientali ed economici delle leggi sulle giovani e future generazioni, cerca di inserire nella decisione pubblica una dimensione temporale più ampia.
Che cos’è la VIG
La Legge 10 novembre 2025 n. 167 introduce la Valutazione di Impatto Generazionale come strumento informativo integrato nell’Analisi di Impatto della Regolamentazione.
In termini concreti, ogni atto normativo del Governo — con alcune esclusioni — deve essere accompagnato da un’analisi degli effetti che produrrà sulle giovani generazioni e su quelle future, con l’obiettivo di promuovere l’equità intergenerazionale.
Non si tratta quindi di una politica pubblica in senso tradizionale, ma di un dispositivo di qualità normativa.
La sua funzione non è distribuire risorse, ma rendere visibili le conseguenze nel tempo delle decisioni politiche.
Un passaggio culturale
Il significato della VIG non risiede tanto nei suoi meccanismi tecnici quanto nella trasformazione simbolica che implica.
Per la prima volta il processo legislativo riconosce formalmente che ogni decisione pubblica ha una dimensione generazionale e che questa dimensione deve essere esplicitata.
Si introduce così nel diritto una domanda che appartiene più alla filosofia politica che alla tecnica normativa: chi paga nel tempo le decisioni di oggi.
È una domanda che richiama direttamente il tema della sostenibilità e del patto intergenerazionale.
Il pensiero generativo
La VIG può essere letta come un tentativo di tradurre in procedura ciò che nel dibattito culturale viene definito pensiero generativo.
La generatività non coincide con la semplice produzione di valore. È la capacità di costruire condizioni che permettano ad altri di crescere, di sviluppare autonomia, di continuare il processo sociale.
In questa prospettiva, governare in modo generativo significa assumere una responsabilità verso il futuro, non come astrazione, ma come dimensione concreta della decisione pubblica.
La VIG prova a trasformare questa responsabilità da principio etico a criterio operativo.
Il vero significato politico
Guardata in profondità, la VIG introduce una nuova categoria del tempo nella politica.
Accanto al breve termine del consenso e al medio termine della programmazione, compare il lungo termine come dimensione esplicita della responsabilità istituzionale.
È un tentativo di riequilibrare una dinamica che negli ultimi decenni ha visto prevalere la logica dell’immediatezza.
Non si tratta di una rivoluzione, ma di un segnale: la consapevolezza crescente che la qualità della democrazia si misura anche nella sua capacità di prendersi cura del futuro.
Il rischio della ritualizzazione
Ogni strumento di valutazione porta con sé un rischio: trasformarsi in adempimento formale.
Se gli indicatori restano generici, se i risultati non vengono resi pubblici, se non esiste una verifica delle previsioni, la VIG può diventare un semplice passaggio procedurale privo di reale incidenza.
La sua efficacia dipenderà quindi dalla qualità della sua applicazione e dalla capacità delle istituzioni di utilizzarla come strumento di responsabilità e non solo di conformità normativa.
Una lettura antropologica
Da una prospettiva antropologica, la VIG può essere interpretata come il tentativo di ricostruire in forma istituzionale il patto tra generazioni.
Ogni società stabile sviluppa dispositivi simbolici per garantire continuità tra passato, presente e futuro.
La modernità ha progressivamente indebolito molti di questi meccanismi, sostituendoli con logiche di breve periodo.
La VIG rappresenta il tentativo di reinserire nel funzionamento dello Stato una dimensione di continuità temporale.
In sintesi, la Valutazione di Impatto Generazionale non cambierà da sola il modo di fare politica.
Non convertirà automaticamente il presentismo in visione, né scioglierà la tensione strutturale tra consenso immediato e responsabilità nel tempo lungo.
Ma segna un passaggio non banale: riconosce, dentro la macchina normativa, che il futuro non è un semplice effetto collaterale delle decisioni pubbliche, bensì una dimensione da rendere esplicita e misurabile.
Il suo valore, oggi, è soprattutto simbolico: introduce nel processo legislativo una domanda che non dovrebbe più uscire di scena:
cosa stiamo davvero lasciando ai nostri figli e ai nostri nipoti.
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