Il Lupo di Yellowstone, l’Uomo e la Legge del 10%

L’eredità di un pensiero disconnesso

Questa sera sono stato spettatore di una puntata di Sapiens, condotta da Mario Tozzi, che ha offerto spunti molto interessanti per una riflessione che porto avanti da tempo.
Il tema, in fondo, è semplice quanto ineludibile: la nostra posizione nel mondo, e quanto davvero comprendiamo i meccanismi che lo regolano.

Nel cuore di ogni ecosistema, invisibile a uno sguardo superficiale ma chiaramente leggibile per chi osserva i flussi della vita, opera una regola fondamentale, che nessun organismo può eludere: a ogni passaggio della catena alimentare si perde circa il 90% dell’energia. Solo una piccola parte, in media il 10%, viene trasferita al livello trofico successivo. Questa dinamica, nota come Legge del 10% formalizzata da Raymond Lindeman nel 1942, non è una teoria: è un vincolo termodinamico che determina la struttura stessa degli ecosistemi.
Le piante fissano l’energia solare tramite fotosintesi; gli erbivori assimilano solo una frazione di questa energia; i carnivori ne assorbono ancora meno, e così via, in una piramide sempre più stretta, dove la vita si regge su un equilibrio fatto di dispersione e limitazione.



Cosa serve a un lupo per vivere ?
Un lupo adulto ha bisogno in media di circa 40 kg di carne a settimana per sopravvivere.
Non si tratta solo di saziare la fame, ma di sostenere il metabolismo, la termoregolazione, la mobilità, la caccia, la riproduzione. È un predatore attivo, che consuma moltissima energia.

Ma cosa significa questo in termini di catena trofica?

  • Per ottenere 40 kg di carne effettiva, un lupo deve predare animali molto più pesanti, perché gran parte del corpo della preda non è assimilabile (ossa, pelle, organi non digeriti, ecc.).
  • Per esempio, un cervo adulto pesa tra i 100 e i 150 kg, ma solo 30-50 kg sono utilizzabili come carne digeribile per il lupo.
  • Dunque, servono almeno un cervo a settimana per un solo lupo, e un branco di 6-8 lupi può arrivare a consumare oltre 1.500 kg di prede al mese.

E i cervi, a loro volta?

  • Un cervo erbivoro consuma ogni giorno tra 5 e 10 kg di vegetazione (foglie, erba, germogli).
  • Per accumulare i 100-150 kg di massa corporea, ha bisogno di tonnellate di piante cresciute nel tempo, grazie alla fotosintesi.

Ora immaginiamo l’intero ciclo:

🌞 Energia solare🌿 Piante🦌 Cervo🐺 Lupo

Ma a ogni passaggio, si perde circa il 90% dell’energia disponibile:

  • Solo una parte dell’energia solare viene trasformata in biomassa vegetale.
  • Solo una parte di quella biomassa viene convertita in carne dal cervo.
  • E solo una parte di quella carne viene assimilata dal lupo.

Questo è il principio della piramide trofica: serve una base enorme per sostenere pochi individui al vertice.
Ecco perché gli ecosistemi non possono sostenere un numero illimitato di predatori, ed ecco perché forzare questi equilibri (come fa l’uomo) porta al collasso del sistema.


Ogni organismo partecipa a questa logica di trasferimento energetico, e nessuno può farne eccezione.

Nessuno, apparentemente, tranne l’uomo.

Con l’avvento dell’agricoltura industriale, della meccanizzazione, dei combustibili fossili e della digitalizzazione dei flussi di consumo e informazione, l’uomo ha costruito un sistema che sembra sfuggire a questo principio.
Abbiamo moltiplicato l’energia a disposizione, creato infrastrutture che ci consentono di conservare, trasformare, spostare, accumulare in modi che nessun altro essere vivente è in grado di fare. Le catene produttive globali, le filiere alimentari artificiali, l’energia fossile che sostituisce il sole, l’informatica che comprime lo spazio e il tempo: tutto sembra suggerire che siamo riusciti a uscire dalla piramide trofica.

Ma è un’illusione. Ogni hamburger industriale, ogni contenuto digitale, ogni bene di consumo porta con sé un carico occulto di energia estratta, trasformata e dissipata altrove: foreste abbattute, suoli esauriti, falde prosciugate, popoli impoveriti.
Abbiamo creato una piramide parallela, drogata, che si regge su prelievi a debito da ecosistemi lontani e da generazioni future. Non siamo mai usciti dalla Legge del 10%. Semplicemente, la stiamo forzando, accelerando l’esaurimento delle risorse e destabilizzando la base su cui ci illudiamo di restare in equilibrio.

Ecco perché il caso del Lupo di Yellowstone, raccontato nella puntata di Sapiens, mi ha colpito così profondamente.
Nel 1995, dopo settant’anni di assenza forzata, il lupo grigio fu reintrodotto nel Parco nazionale di Yellowstone.
Quella che a prima vista poteva sembrare una semplice misura di tutela faunistica, si rivelò ben presto una dimostrazione straordinaria di come un singolo predatore, reinserito al vertice della catena alimentare, possa generare un effetto sistemico profondo e duraturo.

Per decenni, in assenza del suo principale antagonista naturale, la popolazione dei cervi wapiti era cresciuta in modo eccessivo. Non solo erano aumentati in numero, ma avevano anche modificato il loro comportamento, spingendosi nelle zone aperte delle valli e lungo i corsi d’acqua dove potevano brucare indisturbati la vegetazione più giovane. In particolare, salici e pioppi venivano sistematicamente divorati prima che potessero crescere, con gravi conseguenze sull’intero ecosistema ripariale.

Con il ritorno del lupo, non fu solo la quantità dei cervi a diminuire: cambiò radicalmente il loro comportamento. Per evitare di esporsi alla predazione, cominciarono ad abbandonare le aree più aperte e vulnerabili, consentendo così alla vegetazione di riprendersi. I salici fondamentali per molte altre specie ricominciarono a crescere, permettendo il ritorno degli alci, che se ne nutrono, e offrendo nuovi habitat per numerose specie di uccelli ripariali.

Ma l’effetto più sorprendente fu forse quello sui castori. In precedenza, la scarsità di vegetazione lungo i fiumi ne aveva ridotto drasticamente la presenza. Ora, con il ritorno dei salici e dei pioppi, poterono costruire di nuovo le loro dighe, creando microhabitat umidi che favorivano anfibi, rettili, pesci, insetti acquatici e numerose specie di uccelli. E, cosa ancora più interessante, i cambiamenti vegetazionali e faunistici modificarono la morfologia stessa del paesaggio: i corsi d’acqua si stabilizzarono, le sponde divennero meno erodibili, il suolo si arricchì.

A tutto questo si aggiunse un riequilibrio nelle dinamiche predatorie: in assenza dei lupi, la popolazione dei coyotes era cresciuta troppo, causando un declino drammatico nei piccoli mammiferi come conigli, topi e uccelli nidificanti. Con la reintroduzione dei lupi, i coyotes tornarono a livelli più naturali, e ciò permise il ritorno anche di predatori minori in declino, come alcune specie di rapaci.

In meno di due decenni, l’intero ecosistema aveva risposto alla presenza del lupo con una trasformazione strutturale e funzionale, attraverso quella che in ecologia viene chiamata cascata trofica: un effetto a catena in cui l’azione di un predatore al vertice influenza indirettamente le specie vegetali, gli animali erbivori, i mesopredatori e perfino la geografia fisica del territorio.

Il lupo non aveva imposto un ordine. Lo aveva riattivato, semplicemente reinserendosi nel sistema.
Non aveva esercitato controllo, ma funzione. La sua sola presenza aveva restituito complessità e resilienza a un ambiente degradato, dimostrando che la vita quando non viene ostacolata è in grado di rigenerarsi in modi che la tecnica da sola non sa imitare.

Questo dovrebbe farci riflettere. Anche noi siamo al vertice della piramide, ma con una differenza sostanziale: a differenza del lupo, l’uomo è dotato di coscienza sistemica.
Ha la possibilità di comprendere gli impatti delle proprie azioni, di modellare intenzionalmente i propri effetti sul mondo. Ma qui nasce il paradosso: più cresce il nostro potere, più sembriamo usarlo in modo inconsapevole o autodistruttivo. Invece di orientare il nostro ruolo verso l’equilibrio, intensifichiamo l’estrazione, acceleriamo i consumi, svincoliamo le nostre scelte dalle conseguenze ecologiche.

Le ragioni non sono solo economiche. Sono culturali. La civiltà occidentale ha costruito la propria identità sulla separazione tra uomo e natura. Con Cartesio abbiamo separato la mente dalla materia, con la scienza moderna abbiamo analizzato il vivente come una macchina, con il capitalismo industriale abbiamo trasformato la natura in capitale da sfruttare. È una genealogia del dominio che ha funzionato sul piano tecnico, ma che ci ha portati a disimparare i codici dell’interdipendenza. Abbiamo spezzato i legami tra il sapere e il sentire, tra l’etica e l’ecologia, tra il presente e la memoria del futuro.

Chi oggi cerca di ricucire queste connessioni, si trova spesso a parlare da solo. La divulgazione ecologica è sminuita, vista come catastrofismo. La sostenibilità, ridotta a strategia di marketing. L’approccio sistemico, derubricato a teoria per specialisti. Ma il vero cambiamento non avverrà per imposizione, né solo per innovazione tecnologica: avverrà quando cambieremo modo di vedere il mondo. Una transizione cognitiva, simbolica, perfino spirituale.


La Sostenibilità ambientale è un equilibrio tra quantità, consumo e tempo

 Come si definisce la sostenibilità ambientale?

In termini semplici, possiamo dire che un sistema è sostenibile quando le risorse disponibili sono in grado di rigenerarsi nel tempo e di sostenere il numero di individui che le utilizzano, senza degradare l’ecosistema.

Possiamo rappresentarla con una formula concettuale

A = R / (N × C × T)
Dove:
A = Sostenibilità ambientale
R = Risorse disponibili (rigenerabili)
N = Numero di individui
C = Consumo medio per individuo
T = Tempo di utilizzo

Più crescono N (la popolazione), C (i consumi) o T (la durata nel tempo di uno stile di vita insostenibile), più A ( la sostenibilità ) diminuisce.

Un esempio semplificato

Immaginiamo un ecosistema che produce naturalmente 1000 unità di biomassa vegetale al mese.

  • Se vivono lì 100 cervi, ciascuno consuma 10 unità → il sistema è in equilibrio.
  • Se i cervi diventano 200, consumano 2000 unità → il sistema entra in disequilibrio.
  • Se si introduce un branco di lupi che richiede 4000 unità indirettamente (via prede) → il sistema crolla se non ha tempo e spazio per rigenerarsi.

Ora, sostituiamo “cervi” con “uomini”, “biomassa” con “risorse naturali e industriali”, e abbiamo una fotografia del problema globale.

 Il fattore tempo: la rigenerazione è più lenta del consumo

Il vero nodo non è solo quanto consumiamo, ma quanto in fretta lo facciamo rispetto alla velocità con cui la natura può riparare, ricostruire, rifiorire.

Serve 1 secondo per abbattere un albero,
decenni perché cresca di nuovo.
Serve un giorno per svuotare una falda,
anni o secoli per riempirla.

Per questo la sostenibilità non è un’opzione etica o ideologica, ma una questione di compatibilità fisica tra il tempo della natura e quello dell’economia.

Oltre il limite

Quando A scende sotto una soglia critica, si innescano:

  • Collassi ecologici
  • Crisi alimentari
  • Migrazioni forzate
  • Conflitti per le risorse
  • Perdita di biodiversità
  • E, infine, un rischio sistemico per l’intera civiltà.

In conclusione, ogni sistema vivente ha un carico massimo sostenibile. Superarlo significa consumare il futuro.
Per rimanere entro i limiti, dobbiamo rallentare, riequilibrare e ridurre, ripensando il rapporto tra ciò che siamo, ciò che vogliamo e ciò che il pianeta può realmente offrire.


Ecco perché non basta ridurre le emissioni o riciclare meglio. Occorre rientrare nel sistema, nel senso più profondo del termine: accettare che ogni azione ha un costo energetico, ogni consumo genera una catena di effetti, ogni scelta umana si inscrive in reti biologiche più grandi. L’uomo al vertice della piramide non può più essere un predatore cieco. Deve diventare un regolatore consapevole. Come il lupo, può ristabilire l’equilibrio non con la forza, ma con la presenza. Ma per farlo, deve abbandonare l’illusione dell’eccezionalismo, riconoscere di essere parte del tutto, e imparare nuovamente a pensare in termini di limiti, di cicli, di responsabilità sistemica.

Perché nessuna civiltà può resistere a lungo se dimentica di essere radicata nella biosfera da cui trae tutto ciò che la sostiene.

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