«Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.»
— Sant’Agostino, Confessioni, XI
Con questa citazione, Gabriel Zuchtriegel, Direttore del Parco Archeologico di Pompei, ha aperto una riflessione straordinaria al nostro convegno Timeless Entanglement.
Una riflessione che parte dall’archeologia, attraversa la filosofia e arriva fino alla fisica quantistica.
Pompei è un’ambivalenza: la più grande catastrofe naturale dell’antichità è diventata un’eccezionale occasione di conoscenza. In meno di 20 ore, il 24 agosto del 79 d.C., una pioggia di lapilli prima e una valanga di cenere caldissima dopo hanno sepolto la città sotto circa 5 metri di materiale vulcanico.
Ma quella stessa distruzione ha conservato ciò che la storia solitamente dimentica: il pane nei forni, i soldi nelle casse, i disegni dei bambini sui muri. La vita quotidiana delle persone comuni, non solo quella delle élite raccontata dalle fonti ufficiali.
Oggi, davanti ai calchi delle vittime, proviamo una sensazione potente. Come ha spiegato Zuchtriegel mostrando i recenti ritrovamenti nella Regio IX, Insula 10, riconosciamo noi stessi in quelle persone.
Due donne e, nelle vicinanze, un bambino, trovati con gli scheletri ricoperti di fratture dalla testa ai piedi. Non uccisi direttamente dal vulcano, ma schiacciati dal crollo degli edifici durante le 17 ore di pioggia di lapilli. Porte bloccate, lapilli che entrano dagli spazi aperti, scosse di terremoto, il peso che fa collassare i piani superiori. Immobilizzati nelle case mentre il mondo intorno crollava, senza sapere cosa stesse accadendo. Come loro, anche i testimoni dell’epoca credevano fosse la fine del mondo.
«È come un collasso della distanza temporale», dice Zuchtriegel. «Riconosciamo in loro la stessa umanità nostra. Sono in fondo gli stessi scheletri che portiamo noi dentro i nostri corpi e possiamo immaginare le emozioni che loro provavano, le scelte con cui erano confrontati in questo momento. E dunque pensiamo automaticamente: cosa avremmo fatto noi?»
Tra le scoperte più toccanti, i disegni dei bambini in una casa di ceto medio-basso. Sulle pareti hanno tracciato con il carbone ciò che avevano visto: probabilmente i giochi nell’anfiteatro. In fondo c’è anche il contorno di una manina: dalle dimensioni, avevano 5-6 anni. A quell’età, osserva Zuchtriegel, questi bambini erano già stati esposti a forme di intrattenimento estremamente violente.
E poi il quartiere servile di una grande villa: un’area enorme, con una densità che racconta la condizione materiale di chi viveva come proprietà di altri. Zuchtriegel ricorda che gli schiavi potevano costituire una quota molto rilevante della popolazione della città.
Ma la domanda più profonda riguarda il tempo. Zuchtriegel racconta di aver letto, mentre lavorava al suo libro L’ultima estate di Pompei, anche materiali che lo hanno portato a interrogarsi su un’ipotesi suggestiva: che ciò che percepiamo come tempo possa emergere dalle relazioni, e che l’entanglement, nel dibattito scientifico contemporaneo, possa offrire un linguaggio utile per pensare questa possibilità.
E qui torna Sant’Agostino. Il passato non esiste più, il futuro non esiste ancora. E allora, che senso ha il lavoro dell’archeologo?
La risposta è nella memoria.
Per Sant’Agostino, il passato è il presente della memoria. Il futuro è il presente dell’attesa.
In questa prospettiva, Pompei non è una traccia di un passato lontano e perduto per sempre: è la presenza della memoria. Ciò che sappiamo oggi di Pompei vive attraverso archivi, diari di scavo, pubblicazioni, fotografie, piante. Sistemi di memoria che abbiamo il compito di conservare e trasmettere.
«Questa consapevolezza ci ricorda la nostra responsabilità», sottolinea Zuchtriegel. «Non è solo una questione materiale… ma anche immateriale: di quello che noi… come parliamo di Pompei, come raccontiamo Pompei.»
Ogni generazione aggiunge qualcosa a questa memoria. E ogni generazione può perderne dei pezzi. Per questo, incontri come quello di oggi fanno parte di quell’eterno presente di cui parlava Agostino: non un tempo lunghissimo, ma un attimo che continuamente si rinnova.
Pompei è quell’attimo. Ogni volta che qualcuno cammina tra le sue strade, ogni volta che uno studioso interroga i suoi archivi, ogni volta che un visitatore si ferma davanti a un calco e capisce che lì c’è una vita reale, quel presente si rinnova.
E noi non siamo solo eredi. Siamo custodi.
Verso chi c’era. E verso chi verrà.
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