La stanza fredda. Lezioni dal Futuro – Episodio 1

Il computer quantistico come oggetto simbolico

Stamattina non ho visto il futuro arrivare.
L’ho visto montare.

Non in una presentazione. Non in una narrazione. Dentro una stanza..
Al centro: un computer quantistico. Sessantaquattro qubit. Tecnologia superconduttiva.

Non era “bello”. Non era “spettacolare”.
Era preciso. Necessario. Quasi impersonale.

Se me lo avessero descritto, forse avrei immaginato altro. Invece dal vivo non sembrava un oggetto “del futuro”.
E’ un oggetto già del presente, già installato, già parte di un’infrastruttura. Non chiedeva di essere capito subito. Chiedeva di essere messo in funzione.

La cosa che mi ha colpito non è stata la promessa. È stata la postura che impone. Perché davanti a certi oggetti non si attiva solo la curiosità: si attiva il senso del limite. Non come frustrazione, ma come confine mentale. Quel punto in cui ti accorgi che le metafore quotidiane non bastano più, e che sapere non coincide sempre con spiegare in due frasi.

È un’esperienza noetica: riguarda la cosa e riguarda te mentre la guardi. Riguarda il rapporto tra il reale e la mente che prova a prenderne le misure.

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Contesto scientifico

Presso il Quantum Lab dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, diretto dal Prof. Francesco Tafuri, è in corso l’installazione del secondo computer quantistico pubblico italiano a 64 qubit basato su tecnologia superconduttiva.

Nel video che accompagna questo articolo si osservano alcune fasi del montaggio e della messa in opera del sistema, un’infrastruttura di ricerca avanzata che rappresenta un passaggio importante per lo sviluppo della computazione quantistica nel contesto accademico nazionale.

La disponibilità di una piattaforma di questo tipo consente attività di ricerca sperimentale, formazione avanzata e sviluppo di competenze in uno dei settori più strategici della scienza contemporanea.

Per anni ci siamo raccontati una frase rassicurante: il digitale pensa come noi.

È rassicurante perché mantiene l’umano al centro: la macchina come strumento, come servitore veloce, come braccio lungo. E in parte è vero: progettiamo sistemi per farli assomigliare alle nostre esigenze.

Ma c’è anche l’altra faccia, quella più difficile da ammettere: noi abbiamo assorbito la grammatica delle macchine.

Zero e uno. Vero e falso. Sequenza. Scelta discreta.
Una griglia.

Non una griglia teorica. Una griglia pratica: il modo più economico di tradurre il mondo in qualcosa che possa essere calcolato, archiviato, trasmesso. È stata una potenza immensa: ha ordinato, semplificato, reso replicabile.

E a forza di usarla, quella griglia ha fatto un lavoro silenzioso: è diventata abitudine mentale. La realtà, per essere reale, sembrava dover entrare in un sì/no.

È lo stesso tipo di meccanismo che spiega perché, davanti a temi enormi e complessi, spesso reagiamo male o non reagiamo affatto: la mente cerca economia, riduce, taglia, evita. Non per stupidità. Per sopravvivenza cognitiva. Quando il reale è troppo grande, cerchiamo un formato che stia in mano.

Il binario, in questo, è seducente: è semplice.

Ma la natura non è obbligata a essere semplice nel modo che piace a noi.

Qui entra il quantistico. E qui serve cautela, perché è facile scivolare nella poesia e perdere il rigore.

Quando diciamo “probabilistico” non stiamo parlando del “più o meno” quotidiano. Non è il meteo, non è la sensazione. È una proprietà fisica del sistema.

Prima della misura, certi stati non coincidono con un solo esito. Ci sono sovrapposizioni, interferenze, ampiezze. La macchina lavora con questo materiale.

E allora, detta con un’immagine che non è perfetta ma aiuta: nel digitale classico traduci il mondo in una griglia. Nel quantistico, invece, la griglia non basta. Il calcolo accade dentro un comportamento fisico che non è già ridotto in alternative nette.

Non simuli soltanto la fisica.
La usi, come fa la Natura.

E questo, come oggetto simbolico, è enorme. Perché sposta il centro: non è la natura ad adattarsi ai nostri formati; siamo noi che iniziamo a costruire strumenti che accettano un po’ di più la grammatica della natura.

A quel punto, mentre la macchina è lì – fredda, silenziosa, apparentemente indifferente –  succede un’altra cosa: cambia la domanda.

La domanda “come funziona?” resta legittima, ovviamente. Ma perde la sua sovranità. Perché si affaccia una domanda più difficile, più lenta: che tipo di conoscenza è questa?
Che tipo di rapporto col reale comporta?

Per secoli abbiamo legato il conoscere al ridurre: spezzare, isolare variabili, ricomporre. Il mondo come meccanismo. La mente come ingegnere. È stata una strategia potentissima.

Il quantistico ti costringe a tenere in mente un’idea più scomoda: non sempre riduci. A volte convivi con una pluralità di possibilità e solo dopo, attraverso una scelta di interrogazione,  ottieni un esito.

Qui entra il punto più delicato, quello che vale anche fuori dal laboratorio: l’osservatore non è neutro.

Non nel senso ingenuo “la mente crea la realtà”, ma in un senso più concreto: l’apparato con cui interroghi il sistema determina quali risposte possono emergere.

E questa frase, oggi, risuona per chiunque lavori con l’AI.
Nel prompting lo vedi subito: la domanda non è un dettaglio. È architettura.
Cambi un aggettivo e cambia il mondo che ti ritorna indietro. Non perché la macchina “capisca”, ma perché tu hai spostato il perimetro del possibile.

Qui è più rigoroso e più freddo: la misura non è solo lettura, è selezione.

In entrambi i casi, conoscere non è soltanto trovare. È anche configurare.

Quando siamo usciti dalla stanza, non era cambiato nulla di visibile. La macchina era ancora lì. Fredda. Inaccessibile.

Eppure qualcosa si era spostato. Non un’idea. Una postura.

Perché certi oggetti, più che spiegarti una verità, ti costringono a essere più preciso su cosa chiami reale, su cosa chiami prova, su cosa chiami domanda.

E se c’è una cosa che mi porto via senza slogan è questa: non tutte le tecnologie sono strumenti.
Alcune cambiano la grammatica di senso.

E quando cambia la grammatica di senso, cambia il modo in cui pensi anche quando non te ne accorgi.


Alcune lezioni le impari guardando indietro, tra storia e memoria.
Altre le impari osservando i cantieri del domani.

Le prime sono Lezioni dal Passato.
Le seconde sono Lezioni dal Futuro.

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