Dopo aver esplorato il concetto di accelerazionismo e il ruolo di figure come Elon Musk e Peter Thiel nel dibattito sulle nuove ideologie emergenti (Accelerazionismo, stiamo accelerando anche noi?) e sulle loro implicazioni geopolitiche (Musk e Thiel: visioni a confronto nell’ipotesi accelerazionista), giungiamo a un punto cruciale: cosa sta accadendo oggi, con la nuova amministrazione Trump?
Se le teorie accelerazioniste vedono nella tecnologia e nello sviluppo un motore inarrestabile che ridefinisce il mondo in modi imprevedibili, possiamo ipotizzare che Trump abbia intuito questa dinamica e ne stia facendo il pilastro della sua politica?
Ma in che modo?
L’accelerazione politica, un nuovo assetto per gli Stati Uniti?
Speculando, sembra che l’attuale scenario globale, che si sta configurando dall’insediamento della nuova amministrazione americana, suggerisca che stiamo assistendo a ciò che sembra una radicalizzazione della politica americana, non più guidata dai principi del liberalismo classico, ma piuttosto da una nuova forma di democrazia illiberale. Vicina a concetti che già troviamo nelle teorie di Aleksandr Dugin in Russia e di Steve Bannon negli Stati Uniti; entrambi, pur con obiettivi diversi, convergono infatti nell’idea che il modello occidentale tradizionale sia entrato in una fase di crisi e che sia necessario un nuovo ordine politico.
Trump, guidato da una cultura tipica dell’uomo d’affari piuttosto che del politico tradizionale – …: da lui pensato come radicato su obsolete ideologie incapaci di gestire i cambiamenti in atto – potrebbe aver interpretato il futuro dell’egemonia statunitense non solo attraverso i tradizionali strumenti della diplomazia e del commercio internazionale, ma anche attraverso un’accelerazione strategica della tecnologia, della geopolitica e del controllo narrativo, come dimostrato da alcune delle sue recenti iniziative.
Competizione o modello ibrido?
Si discute spesso del fatto che la Cina abbia guadagnato un vantaggio competitivo in diversi settori tecnologici, grazie a un modello che combina pianificazione centralizzata e innovazione accelerata, considerato da alcuni analisti come un’alternativa più funzionale rispetto alla democrazia liberale occidentale. Nick Land, figura chiave nell’accelerazionismo citato nel mio succitato articolo, ha più volte sottolineato come la Cina abbia saputo integrare tecnologia e sviluppo economico in un sistema più adattabile e resiliente rispetto all’Occidente.
Trump, pur non dichiarando apertamente un allineamento con il nuovo modello cinese, potrebbe trarre ispirazione da esso. La sua retorica suggerisce una volontà di rompere con le vecchie strutture burocratiche e con i freni posti dalle istituzioni tradizionali, per spingere gli Stati Uniti verso un nuovo assetto politico e industriale che somigli sempre più a un ibrido tra democrazia e controllo strategico dell’innovazione.
Dove stiamo andando? Una speculazione sulla possibile direzione storica.
Osservando le tendenze attuali, è possibile ipotizzare (?) diversi scenari per la nuova amministrazione Trump, basati su analisi delle dichiarazioni pubbliche e delle strategie politiche emergenti:
- Riconfigurazione dell’economia statunitense in chiave accelerazionista
Maggiore enfasi sull’intelligenza artificiale, sull’automazione e sulla supremazia tecnologica come strumenti per mantenere l’egemonia globale. - Ridefinizione del concetto di democrazia
Un modello più vicino alla democrazia illiberale, con una centralizzazione del potere finalizzata a rendere gli Stati Uniti più competitivi e meno dipendenti dai vincoli interni ed esterni. - Scontro con il vecchio ordine occidentale
Un progressivo distacco dagli alleati storici che non riescono a tenere il passo con l’accelerazione tecnologica e geopolitica, portando a una frammentazione dell’Occidente.
Se le decisioni della nuova amministrazione seguiranno questa traiettoria, ci troveremo di fronte a una vera e propria discontinuità storica: non più una lotta tra progressisti e conservatori, ma una nuova dialettica tra chi vuole contenere l’accelerazione e chi vuole spingerla oltre ogni limite, introducendo nuove formule di governance politica ed economica. Questo potrebbe tradursi in una ridefinizione dei modelli di regolazione, con un ruolo sempre più attivo dello Stato nell’orientare le trasformazioni tecnologiche e nel garantire che l’innovazione non sfugga completamente ad un controllo pubblico che verrebbe definito con (da?) gli attori impegnati nell’innovazione tecnologica.
Da un lato, potremmo assistere a una maggiore integrazione tra intelligenza artificiale, automazione e politica, con strumenti predittivi utilizzati per la gestione della società e delle crisi globali. Dall’altro, emergerebbe il rischio di una concentrazione del potere nelle mani di pochi attori tecnologici e politici, in un sistema che potrebbe avvicinarsi a una tecnocrazia accelerata. Se questa tendenza dovesse consolidarsi, le istituzioni tradizionali dovrebbero adattarsi rapidamente per non perdere rilevanza, ridefinendo il concetto stesso di sovranità e rappresentanza democratica.
Il controllo della narrativa e il parallelo tra il Golfo del Messico (d’America) e il Mar Cinese Meridionale
Uno degli strumenti più potenti nelle mani di qualsiasi amministrazione politica è la capacità di plasmare e controllare la narrativa attraverso i media, i social network e le istituzioni culturali. La costruzione della narrativa non è semplicemente una strategia di comunicazione, ma un meccanismo di governance, in grado di orientare l’opinione pubblica, consolidare il consenso e delegittimare le voci contrarie. Un esempio di questa dinamica è il possibile parallelismo tra la posizione di Trump sul Golfo del Messico, ribattezzato Golfo d’America, e la strategia di comunicazione cinese riferita al Mar Cinese Meridionale. Storicamente, gli Stati Uniti hanno considerato il Golfo del Messico come un’area di influenza diretta, essenziale per la loro sicurezza nazionale e il controllo economico, proprio come la Cina vede il Mar Cinese Meridionale come parte integrante della propria sovranità strategica. Entrambi i paesi costruiscono la loro narrativa su basi storiche e geopolitiche, enfatizzando la necessità di mantenere il controllo su queste regioni per garantire la stabilità e proteggere i loro interessi economici e militari. La visione degli Stati Uniti sul Golfo del Messico e i Caraibi come area di influenza diretta risale alla Dottrina Monroe (1823), secondo cui il continente americano doveva rimanere libero da ingerenze europee. Durante la Guerra Fredda, la protezione di questa regione è stata una priorità strategica per contenere l’Unione Sovietica, come dimostrato dalla crisi dei missili di Cuba. Oggi, Trump potrebbe utilizzare questa narrativa in modo ancora più assertivo, rafforzando il concetto di sovranità statunitense sulle proprie aree di influenza naturale. L’amministrazione, enfatizzando il concetto con la trasformazione del nome del Golfo del Messico in Golfo d’America, simbolicamente ridefinisce questo spazio come esclusivamente statunitense. Questo potrebbe giustificare nuove politiche più aggressive nei confronti di attori esterni, come la Cina, che ha aumentato la propria presenza economica in America Latina. Trump potrebbe stare enfatizzando il Golfo del Messico come una zona di sovranità esclusiva, utilizzando una retorica simile a quella cinese sulla necessità di proteggere Taiwan e il Mar Cinese Meridionale dall’influenza occidentale. Se questa narrativa prendesse piede, potremmo assistere a una ridefinizione delle relazioni internazionali basata su nuove sfere d’influenza regionali, piuttosto che su un ordine globale condiviso. Se l’ipotesi dietro le motivazioni di questa narrativa dovesse confermarsi, potremmo trovarci di fronte a un cambio di paradigma nel rapporto tra la costruzione del consenso politico e il controllo delle aree di influenza. La ridefinizione delle sfere di potere attraverso la manipolazione del linguaggio e della percezione collettiva potrebbe rappresentare un modello sempre più adottato nelle relazioni internazionali, influenzando non solo il dibattito geopolitico, ma anche le strategie di governance globale nel futuro prossimo.
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