Timeless Entanglement. Il tempo lungo della conoscenza

A Pompei, parlare di meccanica quantistica non è un semplice cambio di scenario: è un cambio di scala mentale.
In un laboratorio si entra per ottenere un risultato; in un luogo come questo si entra con una domanda che non concede scorciatoie: ciò che costruiamo oggi, come conoscenza e come senso, avrà una durata? E soprattutto: che cosa diventa la nostra coscienza mentre conosce?

Nel dialogo tra Tommaso Calarco, Paolo Silvestrini e Saverio Pascazio, questa domanda resta sullo sfondo come una pressione costante.
Pompei non fa da cornice, fa da dispositivo. Un dispositivo noetico, nel senso più concreto del termine: modifica l’atto conoscitivo. Non perché “magicamente” cambi i contenuti della fisica, ma perché obbliga la mente a confrontarsi con il tempo lungo, con la sedimentazione, con il fatto che la conoscenza non è solo un progresso lineare ma una trama che attraversa generazioni, errori, controversie, ripensamenti. A Pompei la scienza viene costretta a ricordare che non nasce nel vuoto: nasce sempre dentro una cultura, dentro un linguaggio, dentro un paesaggio della memoria.

Quando Silvestrini parla di “dubbio gentile”, sembra quasi una nota di stile. In realtà è una tecnologia interiore.
Il dubbio gentile non è cortesia, è disciplina: è il modo di dubitare senza cadere nel cinismo e senza irrigidirsi nel dogmatismo. È lo spazio in cui la mente rimane aperta senza perdere rigore. Oggi, mentre tutto chiede posizioni immediate e certezze spendibili, quel “gentile” è una scelta epistemica: non discutere per vincere, ma per capire; non usare il metodo come clava identitaria, ma come strumento di chiarificazione. In chiave noetica, è un addestramento alla qualità della domanda.
E la qualità della domanda, più delle risposte, determina quali porzioni di reale diventano visibili.

La non-località, quando entra nel discorso, fa questo effetto: non è solo un risultato.
È una ferita nel modo classico di pensare. La mente tradizionale ama confini netti: qui e lì, prima e dopo, causa e effetto. La quantistica incrina quella sicurezza, e non perché ci “manca” il linguaggio, ma perché il linguaggio rivela di essere figlio di una metafisica implicita: l’idea che la realtà sia interamente descrivibile come somma di pezzi locali. Quando questa ipotesi vacilla, non cambia solo la fisica: cambia il patto cognitivo con il mondo. L’atto di conoscere smette di essere un gesto proprietario (“io osservo un oggetto”) e si avvicina a un gesto relazionale (“io entro in un intreccio di condizioni, misure, contesti, e ciò che appare dipende anche dal modo in cui pongo la domanda”). Non è misticismo. È un aggiornamento della grammatica della conoscenza.

E qui l’entanglement diventa più di una parola tecnica.
È una metafora che non è decorazione, perché assomiglia alla struttura stessa del mondo che la fisica sta descrivendo: ciò che conta non è solo la cosa isolata, ma la relazione. La parte audace, se vogliamo essere onesti, è questa: anche la comunità scientifica è un sistema entangled. Idee, scuole, maestri, allievi, dispute, eredità: nulla procede davvero in modo indipendente. La scienza è una rete di correlazioni umane che attraversa il tempo, e Pompei rende questa evidenza quasi fisica, tangibile. Non stai “facendo scienza da solo”: stai entrando in una trama che ti precede e ti supera. La durata di ciò che fai dipende dalla capacità di quell’intreccio di restare vivo.

Quando Calarco insiste sul valore delle domande considerate “inutili”, tocca un punto che in un’epoca di funding e di prestazioni misurabili appare quasi sovversivo: la scienza vera nasce spesso da ciò che non si sa ancora a cosa servirà.
L’utilità è un filtro corto, la verità è un orizzonte lungo. Il filtro corto produce tecnologia rapida e fragile; l’orizzonte lungo produce infrastrutture invisibili che diventano il terreno su cui, molto dopo, cresceranno applicazioni e industrie. In questa prospettiva, la seconda rivoluzione quantistica è anche una rivoluzione dell’educazione alla pazienza: una pedagogia del tempo lungo, della maturazione, della cura della domanda. È qui che la noetica smette di essere un’etichetta: diventa un criterio di progettazione del pensiero.

Il passaggio su arte, musica e archeologia non come “packaging” divulgativo è, a suo modo, un altro gesto noetico.
L’arte non serve a rendere la scienza più digeribile: serve a renderla pensabile quando la sola prosa tecnica non basta a far abitare certi paradossi. La fisica può essere rigorosa e, insieme, abitare un immaginario. Non per addolcire il contenuto, ma per ampliare la capacità della mente di contenerlo. In questo senso, il dialogo suggerisce una tesi forte: la scienza non è soltanto un insieme di risultati, è anche un lavoro sul linguaggio e sulle forme di rappresentazione. E quando cambia la rappresentazione, cambia ciò che è possibile immaginare e quindi anche ciò che è possibile indagare.

Arriviamo allora al punto più esplicitamente noetico, quello che si può dire senza tradire la prudenza scientifica: la seconda rivoluzione quantistica non è solo una trasformazione di dispositivi. È anche una trasformazione della coscienza epistemica che li rende possibili. Non perché la coscienza “crei” la realtà, ma perché la coscienza decide quali domande sono ammissibili, quali sono ridicole, quali sono dicibili, quali meritano anni di lavoro e quali vengono scartate come perdita di tempo. Quando cambia il regime delle domande, cambia il mondo che diventa accessibile. È accaduto con la non-località: una domanda filosofica, apparentemente sterile, ha finito per produrre strumenti, tecniche, e persino premi Nobel. Ma prima di tutto ha prodotto una nuova soglia mentale.

Se Timeless Entanglement fosse soltanto un convegno, basterebbero i contenuti.
A Pompei succede qualcosa di più: la scienza viene rimessa dentro una cornice che le ricorda il suo segreto originario, non è soltanto produzione di risposte, è educazione dell’atto di conoscere.
E il dubbio, quando è gentile, non distrugge la realtà. La rende abitabile.

In questo video dialogano:
Tommaso Calarco — Direttore, Peter Grünberg Institute for Quantum Control (PGI-8), Forschungszentrum Jülich; Professore, Università di Colonia e Università di Bologna.
– Paolo Silvestrini — Professore Ordinario, Dipartimento di Matematica e Fisica, Università della Campania “Luigi Vanvitelli”; Presidente APS Eudora.
– Saverio Pascazio — Professore Ordinario di Fisica Teorica, Dipartimento di Fisica, Università degli Studi di Bari Aldo Moro.

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