Quando la cenere conserva la vita e la luce conserva il tempo
Camminando tra le strade di Pompei, dopo il nostro convegno Timeless Entanglement, ho scoperto qualcosa che non avevo mai compreso fino in fondo: Pompei non è un sito archeologico.
È una istantanea! Il Vulcano è stata la polaroid che ha frizzato un fotogramma di semplice vita romana, rimasto immobile per diciotto secoli.
E mentre ascoltavo il responsabile degli scavi descrivere con naturalezza come la vita si fosse congelata in quella mattina del 79 d.C., ho capito che gli archeologi terrestri fanno lo stesso mestiere degli astronomi.
Solo che gli archeologi scavano nella terra.
Gli astronomi scavano nella luce.
Pompei ricostruisce un passato sepolto dalla cenere.
Il telescopio ricostruisce un passato sepolto dalla distanza.
E la quantistica ci aggiunge l’ultimo tassello: il tempo non è un fiume da attraversare, ma una relazione. Una memoria che emerge dalle correlazioni tra sistemi.
Forse, davvero, il tempo non scorre.
Forse si deposita.
E noi siamo gli interpreti di queste tracce.
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Archeologia Cosmica, Archeologia Terrestre e il Tempo che non esiste
Dopo Timeless Entanglement, tra le ombre lunghe delle case pompeiane, il Direttore del Parco ci ha fatto accompagnare in una visita guidata riservata. È lì che ho compreso fino in fondo l’unicità di Pompei, Ercolano e degli altri insediamenti sepolti nel 79 d.C.
Una sospensione di un Tempo che si trasforma in pietra
Ho capito che Pompei non è una rovina. L’eruzione ha congelato la vita: il gesto interrotto, il pane nel forno, il cavallo nella stalla, l’uomo che fugge, il cane legato alla catena.
È un istante rimasto immobile per quasi due millenni.
La cenere è diventata archivio.
La materia è diventata memoria.
Il tempo, qui, si è solidificato.
Questo è il primo volto dell’archeologia: il passato che sopravvive nella materia.
Per l’Archeologia cosmica la luce è il reperto
C’è però un secondo volto, meno noto e ancora più radicale: l’astronomia.
Quando guardiamo una galassia a dieci miliardi di anni luce, non stiamo osservando ciò che è oggi.
Stiamo osservando ciò che era, quando la luce è partita.
I fotoni sono messaggeri del tempo: frammenti di un universo giovane che hanno attraversato lo spazio per miliardi di anni prima di raggiungerci.
L’archeologo scava nei sedimenti.
L’astronomo scava nei fotoni.
Due archivi diversi. Stesso principio: il passato è un’informazione che sopravvive.
Pompei è un deposito di cenere.
Il cielo è un deposito di luce.
Ma la quantistica ribalta tutto, perchè il tempo non è una cosa
Ed è qui che entra in scena Timeless Entanglement.
Le teorie emergentiste del tempo (come ad esempio quelle di Page–Wootters, Rovelli, Coppo et al.) ci dicono una cosa sconcertante: il tempo non è un’entità fisica. È una correlazione.
Non un fiume che scorre.
Non una dimensione che attraversiamo.
Ma un effetto che emerge quando due sistemi si osservano, si influenzano, si correlano.
Il tempo nasce dalla relazione tra:
- un sistema
- un clock
- una memoria
- una misura
Senza correlazione → non esiste tempo.
Esiste uno stato statico, “eterno”, indifferenziato.
È la rete di relazioni a creare l’illusione del prima e del dopo.
Allora perché Pompei e le galassie ci commuovono?
Perché rivelano che il passato non è un luogo.
È una traccia.
Pompei è la traccia materiale di un istante.
Una galassia lontana è la traccia luminosa di un istante cosmico.
La quantistica è la traccia informazionale che collega gli istanti tra loro.
Tre linguaggi diversi, materia, luce, informazione,
che raccontano la stessa cosa: l’universo non ricorda attraverso il tempo, ma attraverso le correlazioni.
Timeless Entanglement
Il tempo come memoria quantistica
Nel nostro convegno abbiamo esplorato esattamente questo:
- che il tempo emerge dall’entanglement,
- che la dinamica appare solo quando un sistema “osserva” un altro sistema,
- che la freccia del tempo è una proprietà informazionale,
- che l’universo non scorre: si collega.
L’idea centrale è semplice e devastante: se il tempo è una conseguenza delle correlazioni,
allora la memoria è l’unica vera forma di temporalità.
Pompei è memoria nella terra.
Le galassie sono memoria nella luce.
La quantistica è memoria nello stato globale dell’universo.
Sono tre archeologie parallele: tre modi di leggere come l’universo trattiene le sue trasformazioni.
La rivelazione finale
L’archeologo e l’astronomo, in fondo, fanno lo stesso mestiere:
- raccolgono reperti,
- ricostruiscono storie,
- leggono ciò che resta,
- interpretano la memoria del mondo.
Solo che uno usa un pennello.
L’altro un telescopio.
E il fisico quantistico… un’equazione di entanglement.
E allora la domanda cambia: non che cos’è il tempo?
Ma: che cosa resta della realtà quando la correlazione cambia?
Forse il tempo è proprio questo: una trama di relazioni che, a volte, la cenere trattiene e la luce trasporta.
Un entanglement senza tempo.
Il Tempo come emergenza quantistica
Le teorie emergentiste del tempo, sviluppate in forme diverse da Page–Wootters, Carlo Rovelli (Relational Quantum Mechanics) e, più recentemente, da Coppo et al. con una realizzazione esplicita del modello, condividono una conclusione sorprendente:
Il tempo non è un’entità fisica fondamentale.
Il tempo è una correlazione fra sistemi.
Nella meccanica quantistica standard il tempo compare come un parametro esterno, non osservabile, imposto “da fuori”. Ma se si scava più in profondità, emergono tre idee chiave.
Il tempo appare solo quando mettiamo in relazione un sistema con un “clock”
Nel modello di Page–Wootters, un sistema completamente isolato e non correlato non evolve:
non ha un “prima” e un “dopo”.
L’evoluzione nasce quando:
– un sistema (S)
– è entangled con un altro sistema che funge da orologio (C)
e le loro correlazioni cambiano.
Il tempo non scorre: emerge dalla relazione S ↔ C.
Per Rovelli non esiste un tempo assoluto: esistono tempi locali, relativi, relazionali
Nella Relational Quantum Mechanics:
– non c’è un tempo “in sé”,
– esiste il tempo per qualcuno, o rispetto a qualcosa.
Il mondo non è una pellicola che scorre: è un insieme di eventi in relazione reciproca.
Il tempo è la trama di queste relazioni.
La realizzazione di Coppo et al. (2024): il tempo nasce da un clock quantistico portato al limite classico
La realizzazione proposta da Coppo e colleghi mostra esplicitamente che:
- un clock quantistico
- entangled con un sistema quantistico
- e reso macroscopico (grande, stabile, energeticamente dominante)
genera la variabile continua che riconosciamo come il “tempo”: - nell’equazione di Schrödinger,
- e nella dinamica classica di Hamilton
La conseguenza più radicale: niente correlazione → niente tempo
In un universo privo di:
– scambio di informazione,
– osservazione
– relazione,
Esisterebbe solo uno stato globale, statico, “atemporale”.
L’evoluzione nasce quando un sistema diventa clock per un altro.
In sintesi, le teorie emergentiste del tempo ci dicono che:
- il tempo non è un ingrediente della realtà,
- è un prodotto della relazione tra sistemi,
- è memoria, informazione, entanglement,
- non scorre: si organizza.
Il tempo non è ciò che l’universo è.
Il tempo è ciò che l’universo ricorda.

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