Negli ecosistemi naturali, ogni creatura si muove all’interno di un equilibrio complesso, regolato da relazioni che evolvono nel tempo. L’etologia, che studia il comportamento animale, ci mostra che la cooperazione, l’empatia, la regolazione sociale e persino forme elementari di giustizia non sono tratti esclusivi dell’essere umano, ma sono presenti in molte specie. L’etologia umana, che applica queste osservazioni all’uomo, ci invita allora a riconoscere che anche la nostra organizzazione sociale è, o dovrebbe essere, frutto di una lunga evoluzione cooperativa.
Eppure, guardando il modo in cui la politica si muove oggi, sembra che l’uomo stia rinnegando quelle stesse basi etologiche su cui ha costruito la sua sopravvivenza: la capacità di prendersi cura del gruppo, di progettare oltre il presente, di costruire alleanze non per dominare, ma per durare.
Dopo aver osservato, nel caso dei lupi a Yellowstone, quanto una singola presenza, o assenza, possa modificare l’intero equilibrio di un ecosistema, emerge spontanea una domanda: l’uomo, nella sua organizzazione sociale e politica, tiene conto di simili leggi sistemiche? In natura, ogni passaggio nella catena della vita comporta una perdita, un costo energetico. È la cosiddetta Legge del 10%: solo una parte di ciò che è ricevuto viene trasmesso. Eppure, proprio da questa apparente “inefficienza”, nasce l’equilibrio complesso e resiliente del vivente. Tutto è connesso, tutto si regola nel tempo lungo. Nel mondo umano, invece, le logiche politiche e istituzionali sembrano rispondere sempre più al tempo breve, al ritorno immediato, alla visibilità più che alla sostenibilità. È qui che si apre la seconda riflessione: può esistere una politica che sia davvero generativa, come lo sono certi equilibri naturali? Ciò che accade nei branchi animali, tra lupi, scimmie, elefanti, ci ricorda che cooperazione, empatia e regolazione collettiva non sono solo invenzioni culturali: hanno radici evolutive. E tuttavia, proprio l’uomo, che potrebbe elevarle a livello di coscienza e responsabilità, sembra spesso incapace di prendersi cura del futuro. Da questa tensione nasce una critica non distruttiva, ma orientata a un’idea diversa di politica: non più gestione tecnica del presente, ma custodia visionaria del possibile.
La politica non è generativamente sociale, perché non sa immaginare il futuro
Viviamo in un tempo in cui la parola “politica” suona spesso vuota. Non perché manchino i discorsi, le promesse, i programmi, ma perché manca il gesto più umano e trasformativo che la politica dovrebbe incarnare: la capacità di generare futuro.
Parlando di generatività, non ci riferiamo solo alla biologia, al mettere al mondo figli. In senso più profondo, generare significa aprire spazi di senso, costruire condizioni di vita migliori per altri da sé, prendersi cura di qualcosa che ci sopravvive. Questo è ciò che Erikson, nella sua teoria dello sviluppo psicosociale, chiamava generatività: il contrario della stagnazione. Una società generativa è quella che si proietta in avanti, che investe nel tempo lungo, che coltiva la promessa dell’avvenire.
E allora, la domanda diventa evidente: la nostra politica è capace di tutto questo? La risposta, a malincuore, è no. Non oggi. O almeno, non più. Perché la politica, intrappolata nella logica elettorale del consenso immediato, ha perso la tensione etica verso il futuro. Si è chiusa in una gestione del presente, spesso conflittuale, a tratti cinica, e ha smesso di immaginare.
La generatività sociale, quella che crea legami e li rigenera nel tempo, richiede visione, ma anche rinuncia. Chi genera sa che non vedrà tutto il frutto del proprio gesto. Un genitore, un insegnante, un innovatore sociale, spesso seminano senza raccogliere. La politica invece oggi chiede risultati visibili, rapidi, misurabili nel tempo breve. Ma così facendo tradisce la sua funzione più alta: farsi custode del divenire.
Ho maturato questa convinzione anche leggendo i risultati dello studio di di Brosnan e de Waal del 2003, Monkeys reject unequal pay. In quell’esperimento, le scimmie cappuccine rifiutavano una ricompensa quando si accorgevano che un’altra otteneva di più facendo lo stesso sforzo. Una reazione istintiva, che segnala un principio proto-etico: l’avversione all’ingiustizia.
Cos’è l’etologia umana?
L’etologia umana è una disciplina scientifica che studia il comportamento dell’essere umano da un punto di vista evolutivo e comparato, cioè osservando le radici biologiche, istintive e sociali dei nostri modi di agire, in parallelo con il comportamento degli altri animali sociali.
Nasce come estensione dell’etologia classica, fondata da studiosi come Konrad Lorenz o Nikolaas Tinbergen, e si arricchisce nel tempo con contributi dalla psicologia evoluzionista, dalle neuroscienze e dall’antropologia culturale.
L’etologia umana non nega la cultura, ma suggerisce che molti tratti che consideriamo “tipicamente umani” (empatia, cooperazione, aggressività, senso di giustizia, reciprocità) hanno radici profonde nella nostra storia evolutiva.
Un esempio concreto
Uno degli esperimenti più noti in questo campo è quello condotto da Sarah Brosnan e Frans de Waal con le scimmie cappuccine, che hanno dimostrato reazioni di protesta di fronte all’ingiustizia percepita: quando una scimmia riceve una ricompensa inferiore rispetto a un’altra pur avendo svolto lo stesso compito, rifiuta il premio o si ribella, segnalando un rudimentale senso di equità. Questo tipo di comportamento si ritrova anche negli esseri umani, fin dall’infanzia. Studi con bambini piccoli mostrano che, già a 2-3 anni, i bambini reagiscono negativamente se si sentono trattati in modo iniquo.
Questo suggerisce che la percezione di giustizia non nasce solo dall’educazione o dalle leggi, ma ha una base biologica ed evolutiva, condivisa con altri animali sociali.
Perché è importante?
Capire l’etologia umana ci aiuta a:
- riconoscere quanto del nostro comportamento affonda le radici nella biologia evolutiva;
- decostruire l’idea che l’uomo sia “superiore” perché razionale e separato dalla natura;
- riflettere sul fatto che cooperazione, solidarietà e giustizia sono pratiche che la natura ha selezionato per la sopravvivenza del gruppo … e non solo ideali morali astratti.
Una società che dimentica queste basi etologiche rischia di costruire istituzioni che contraddicono ciò che siamo davvero: animali sociali, interdipendenti, capaci di cura e di equilibrio.
Persino animali non umani reagiscono alla disuguaglianza quando la percepiscono come arbitraria.
Eppure la politica umana, che dovrebbe esprimere il massimo della coscienza collettiva, sembra ormai anestetizzata di fronte all’ingiustizia sociale e ambientale. Come se non ci riguardasse, come se non fosse una responsabilità condivisa. Anzi, troppo spesso legittima squilibri sistemici in nome dell’efficienza, della sicurezza o dell’economia.
Anche nella lettura del concetto di generatività che emerge dal saggio Il concetto di generatività (Dario, 2014), si evidenzia che la generatività non è una funzione ma un processo dinamico e relazionale, che mette in gioco l’identità del soggetto mentre costruisce legami di cura e responsabilità. Non è una tecnica, è un’etica del tempo e dell’altro.
In questo senso, la politica dovrebbe essere la forma più alta di generatività sociale: non solo organizzare il presente, ma predisporre il futuro. E invece vediamo leadership incapaci di visione, governi che non ascoltano le giovani generazioni, piani privi di orizzonte, una tecnocrazia che amministra ma non ispira.
Abbiamo bisogno di una politica generativa: che sappia ascoltare, immaginare, accompagnare. Che non tema il tempo lungo, che abbia il coraggio di seminare anche senza garanzia di raccolto. Che riconosca che il potere non è controllo, ma capacità di rendere possibile la vita degli altri.
Fino a quando la politica non recupererà questa vocazione profonda, continuerà a perdere senso. Perché la politica che non genera, degenera.
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