Sembra un film


In questi giorni la stampa mondiale scorre come un bollettino inquieto: reti di potere opache, élite compromesse, silenzi comprati, relazioni che non dovrebbero esistere e invece emergono una dopo l’altra. Fatti sporchi, imbarazzanti, a tratti grotteschi. E sotto ogni notizia, sempre lo stesso commento istintivo: “Sembra un film.”

Lo diciamo per incredulità, quasi per difesa.
Come se chiamarla fiction rendesse la cosa meno vera.

Ma forse stiamo guardando dal lato sbagliato.

Forse non è la realtà a diventare cinematografica.
Forse sono i film, i romanzi, le storie che da anni intercettano ciò che la società non osa dire ad alta voce. Non inventano l’impossibile: ascoltano le crepe, amplificano i segnali deboli, danno forma a tensioni che preferiremmo ignorare.

La fiction non profetizza.
Semplicemente legge il presente prima di noi.

E quando la cronaca la raggiunge, non è il mondo a diventare incredibile.

È la nostra ingenuità che crolla.

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🔎 Dietro le storie: cosa dice la ricerca
Non è solo un’intuizione narrativa. Diverse discipline mostrano che immaginazione, fiction e immaginario collettivo funzionano come strumenti cognitivi e sociali concreti.
  • Neuroscienze — immaginare significa ricombinare memoria ed esperienza in simulazioni mentali (Schacter, Addis, Buckner).
  • Psicologia della fiction — le storie agiscono come simulatori sociali: allenano a comprendere intenzioni, conflitti e dinamiche di potere (Oatley; Mar & Oatley).
  • Media studies — l’immersione narrativa può modellare ciò che percepiamo come plausibile o normale (narrative transportation).
  • Sociologia della letteratura — il fantastico non è evasione, ma rappresentazione simbolica di paure e tensioni collettive (Runcini).
  • Sociologia della cultura — opere e generi riflettono e strutturano il contesto sociale in cui nascono (Bourdieu; Ferrarotti).
In breve: la fiction non predice il futuro — spesso rende leggibile il presente prima che diventi cronaca.

La realtà sembra una sceneggiatura. Ma forse non è lei a copiare la fiction.

C’è un equivoco antico che accompagna tutto ciò che chiamiamo fantastico. Lo trattiamo come evasione, come intrattenimento, come fuga dalla realtà: un altrove in cui riposare dagli urti del mondo. Ma basta guardare meglio per accorgersi che spesso accade il contrario. Le storie non nascono fuori dal mondo. Nascono dentro le sue crepe.

Ogni epoca produce l’immaginario che riesce a sopportare. Le paure collettive, le tensioni sociali, le contraddizioni del potere non spariscono perché non le nominiamo: si spostano. Cambiano forma. Diventano metafora, mostro, distopia, gotico, thriller.
È lì che riemergono, perché è lì che possono essere guardate senza che il linguaggio diretto le faccia esplodere. Non è un caso se, quando una società percepisce instabilità, proliferano racconti di controllo e sorveglianza, di élite opache, di facciate rispettabili e retroscena irrappresentabili. Non è “fantasia”: è traduzione simbolica.

In sociologia della letteratura questo passaggio è noto da tempo.
Runcini, lavorando sul rapporto tra paura e immaginario sociale nel gotico, mostra proprio questo: generi apparentemente “irreali” funzionano spesso come dispositivi culturali attraverso cui una comunità rappresenta e negozia le proprie ombre, le tensioni, le rimozioni. Il fantastico, in questa prospettiva, non scappa dal reale. Lo rende dicibile.

E se ci pensi, la cosa torna anche sul piano cognitivo. L’immaginazione non è un atto magico. Non crea dal nulla. Ricombina. Lavora con frammenti di esperienza, memorie, segnali deboli raccolti nell’aria del tempo.
Quando “fantastichiamo”, stiamo simulando possibilità a partire da ciò che esiste già, anche se in forma dispersa. Per questo certe storie sembrano “profetiche”: non perché vedano il futuro, ma perché leggono il presente con una sensibilità diversa, più attenta alle strutture che ai singoli episodi.

La narrativa fa una cosa che la realtà, nel suo rumore, fatica a fare: distilla.
Prende mille frammenti e li organizza in una forma. E la forma, quando è ben costruita, diventa leggibile. Non è più caos: è schema. Non è più un fatto isolato: è pattern.
E noi, paradossalmente, riconosciamo i pattern più facilmente nelle storie che nei fatti, perché nelle storie il disordine del mondo viene tradotto in una grammatica.

Il cinema, allora, non è solo arte. È anche un simulatore sociale.
Un laboratorio in cui osserviamo cosa succede quando il potere si chiude su sé stesso, quando le istituzioni smettono di essere trasparenti, quando la lealtà diventa complicità, quando il silenzio diventa linguaggio.
Non guardiamo solo una trama: stiamo testando scenari. Come in un addestramento. Non impariamo i dettagli; impariamo i meccanismi. E i meccanismi restano, anche quando cambiano i nomi e le epoche.

Così, quando la cronaca ci mette davanti eventi che sembrano incredibili, la reazione automatica è: “Sembra un film”.
Ma quella frase è già una confessione. Significa che un autore aveva già immaginato quella struttura – non nei dettagli, ma nella sua forma –  e noi l’avevamo confinata nel territorio sicuro della finzione. Come se chiamandola “storia” potesse impedirle di essere vera.

E qui vale la pena essere precisi: a volte l’autore non intercetta soltanto per intuizione, come un’antenna immersa nell’atmosfera del tempo.
A volte scrive a ridosso del reale. Ascolta fonti credibili, frequenta ambienti istituzionali, accumula conoscenze tecniche, ricompone frammenti.
È successo con figure come John le Carré o Frederick Forsyth, passati dall’intelligence alla narrativa; ed è successo, in modo diverso, con Tom Clancy, la cui accuratezza fu così alta da far pensare a accessi impossibili, quando in realtà derivava soprattutto dalla paziente combinazione di materiale non classificato e cultura tecnico-militare raccolta nell’ecosistema giusto. In questi casi la fiction non predice: osserva meglio. Non rivela segreti; rende leggibile una struttura.
E qui vale una distinzione: una fiction che “legge il presente” non pretende di svelare il segreto finale. Ricompone frammenti credibili in un modello plausibile e resta falsificabile. Quella cospirativa, invece, parte dalla conclusione e piega ogni dettaglio a confermarla: non interpreta, chiude.

E quando una struttura diventa leggibile, diventa anche pensabile.
E quando diventa pensabile, diventa discutibile. Qui si vede la funzione profonda del fantastico: non intrattenere soltanto, ma addestrare lo sguardo. Abituarci a dubitare delle versioni troppo lineari, a diffidare del consenso unanime, a sospettare delle narrazioni che funzionano troppo bene. Insegnarci che dietro ogni superficie liscia c’è una macchina complessa. Che ciò che non si vede non è necessariamente inesistente. Che il potere raramente si manifesta in modo teatrale: preferisce l’ordinario, il burocratico, il relazionale.

In questo senso il fantastico è anche una forma di alfabetizzazione politica implicita.
Non ti dice cosa pensare. Ti allena a riconoscere dinamiche: appartenenza, conformismo, rimozione, dissonanza tra pubblico e privato, produzione di facciate, gestione del non detto. Ti educa all’idea che il reale è più stratificato delle spiegazioni comode e che molte cose accadono non perché “qualcuno è cattivo”, ma perché esistono sistemi capaci di proteggere sé stessi.

E allora, quando la cronaca raggiunge la fiction, non è la realtà a diventare incredibile. È la nostra ingenuità che crolla.
Crolla l’idea che certi meccanismi siano impossibili.
Crolla la fiducia automatica nelle facciate.
Crolla l’illusione che basti chiamare qualcosa “finzione” per tenerla fuori dal mondo.

Forse dovremmo smettere di dire “sembra un film” come se fosse una battuta.
E cominciare a chiederci, con un po’ più di onestà, che cosa avevano già intercettato gli autori, quali segnali deboli avevano ascoltato, quali crepe avevano visto prima degli altri. Perché la narrativa, a volte, non è evasione.
È un avvertimento gentile: il modo in cui una società prova a dirsi la verità prima di essere costretta a farci i conti.

#DecimoUomo


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