Libri, Armi e Codici.

Lezioni dal passato – episodio 7

Il Rinascimento non è stato solo arte.
È stato un laboratorio di governo.

Nel mondo di Federico da Montefeltro convivono tre cose che oggi preferiamo tenere separate: libri, armi, codici.
Non per contraddizione, ma per metodo.
I libri non sono ornamento: sono infrastruttura cognitiva.
Le armi non sono solo violenza: sono organizzazione, contratto, reputazione.
I codici non sono complotto: sono consapevolezza che l’informazione è potere e va protetta.

La lezione è netta: una società diventa fragile quando separa pensiero, forza e informazione.
Quando li tiene insieme, può governare il reale senza distruggerlo

[Questo episodio prende avvio dalla puntata del 26/01/2026 di Passato e Presente non come citazione o commento, ma come scintilla: un invito a interrogare il passato per capire come libri, armi e informazione abbiano sempre costituito un unico dispositivo di governo.]

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Federico da Montefeltro. Signore della guerra, colto mecenate

Chi era Federico?
Federico da Montefeltro (1422–1482) fu una delle figure più complesse del Rinascimento italiano: condottiero, duca di Urbino, capo di Stato, diplomatico e mecenate.

Non governò solo con le armi: fondò il suo potere sulla reputazione, sul controllo delle informazioni e sulla capacità di muoversi tra reti politiche e militari. In un’Italia di alleanze instabili, seppe rendere il ducato di Urbino stabile e credibile.

La sua celebre biblioteca non fu un lusso: fu una vera infrastruttura cognitiva e simbolica. La cultura, per Federico, era parte del governo: formazione, costruzione dell’immagine pubblica, presidio del senso e della legittimazione.

Libri e guerra, nel suo mondo, non erano opposti: erano due funzioni dello stesso comando.


Il Rinascimento, nel racconto comune, è spesso una stanza illuminata: arte, armonia, proporzione.
Un’epoca addomesticata dalla bellezza.

Eppure basta avvicinare lo sguardo a una figura come Federico da Montefeltro per capire che quella stanza aveva un’altra porta: la porta del governo.
E il governo, nel Quattrocento, non era un’idea astratta. Era gestione di uomini, di tempi, di risorse, di reputazione. Era conflitto. Era decisione. Era rischio.

In questo scenario, l’idea che cultura e potere siano mondi separati comincia a scricchiolare.
Perché nelle corti rinascimentali la cultura non è solo elevazione: è parte della macchina politica. È formazione, legittimazione, costruzione dell’immagine pubblica, capacità di leggere e scrivere il mondo.

E le armi, a loro volta, non sono soltanto violenza. Sono economia, contratti, disciplina, logistica, rete di alleanze.
Il punto non è “arte contro guerra”.
Il punto è che, nel Rinascimento reale, libri e armi convivono perché rispondono alla stessa domanda: come si governa un sistema instabile?

Un signore come Federico fonda le sue azioni non solo sulle armi e sul denaro, ma anche sulla reputazione e sul controllo delle notizie.
Le lettere, pur contenendo dati reali, conformano gli eventi in modo da preservare onore e immagine pubblica: è una vera “costruzione dei fatti”. E quella costruzione, poi, condiziona persino ciò che gli storici possono ricostruire.

Se si entra in questa logica, cambia anche l’immagine della guerra quattrocentesca.
Non è il caos primitivo che spesso immaginiamo: è un sistema professionale, contrattuale, regolato da reputazioni e promesse. Un sistema che vive di continuità e che, proprio per questo, non può permettersi improvvisazione totale.

Le compagnie di ventura sono il cuore di quel modello: la guerra come mestiere, come organizzazione, come mercato con regole spesso ciniche, ma non casuali.
Il condottiero è insieme comandante e imprenditore: gestisce uomini, disciplina, paghe, logistica, alleanze.
E soprattutto gestisce fiducia: un capitano screditato perde ingaggi, influenza, futuro.

Le compagnie di ventura
Le compagnie di ventura furono organizzazioni professionali della guerra nell’Italia tra XIV e XV secolo. “Ventura” rimanda al contratto: si combatte a pagamento, per un periodo definito, con clausole su soldo, bottino, perdite e obblighi.

Non erano eserciti “nazionali”, ma sistemi mobili e specializzati, spesso composti da uomini di diverse provenienze. La fedeltà era legata al capitano e alla sua reputazione.

Il condottiero era insieme comandante e imprenditore: gestiva uomini, disciplina, logistica, alleanze e informazione. Per questo la reputazione era un capitale: un capitano screditato perdeva ingaggi.

Questo modello mostra una cosa: prima degli Stati moderni, la guerra era già governance, organizzazione e comunicazione, non solo violenza.

A questo punto emerge una dimensione decisiva: l’informazione.
Nelle corti rinascimentali, i “fatti” non vivono solo sui campi di battaglia. Vivono nelle cancellerie, nei messaggeri, nei (primi) resoconti diplomatici. Vivono nei tempi con cui una notizia viene fatta circolare o trattenuta. Vivono nel modo in cui un evento viene reso “presentabile” senza far collassare l’ordine delle alleanze.

L’idea che “informazione è potere” non nasce nel Rinascimento. È antica quanto la guerra e la politica. Sun Tzu la scrive senza giri di parole, dedicando un capitolo all’uso delle spie e distinguendone le tipologie operative.
E Roma, come ogni impero, non poteva permettersi il lusso dell’ignoranza: reti di corrieri, ricognitori e figure dedicate alla raccolta e al controllo dell’informazione (i frumentarii, tra gli altri) diventano nel tempo strumenti essenziali del potere imperiale.
La soglia rinascimentale non è il principio, ma la forma: l’informazione diventa infrastruttura stabile di governo, e la sua protezione smette di essere episodica

Ed è qui che entra il terzo elemento dell’episodio: i codici.

La crittografia non è un dettaglio eccentrico. È un sintomo storico: indica che la politica sta ricordando che l’informazione è una materia strategica. Non a caso, nel fondo Urbinate Latino è attestata una raccolta di oltre settanta cifrari, usati dalla cancelleria per comunicare segretamente con ambasciatori e potenze del tempo.

Crittografia e nascita dell’intelligence (prima della parola)
Nel Quattrocento italiano non esistono ancora “servizi segreti” nel senso moderno del termine. Ma esiste già qualcosa di molto vicino: un ciclo dell’informazione strutturato.

Nell’ambiente di Federico da Montefeltro – e più in generale nelle corti rinascimentali – la gestione delle notizie segue una logica riconoscibile: raccolta → valutazione → protezione → circolazione selettiva.

La crittografia non è un espediente occasionale, ma uno strumento sistemico: nel fondo Urbinate Latino è attestata una raccolta di oltre settanta cifrari, usati dalla cancelleria per comunicare segretamente con ambasciatori e potenze del tempo.

Si usano cifrari di sostituzione, nomenclatori per nomi sensibili, cifre nulle e omofoni, e prescrizioni formali per rendere più difficile la decrittazione: segni di consapevolezza dell’intercettazione e della necessità di proteggere il flusso.

Ancora più significativo è il dato simbolico: nello studiolo di Gubbio compare un cartiglio con una scrittura non decifrata, a lungo liquidata come pseudo-scrittura. Studi recenti suggeriscono che possa trattarsi di un testo cifrato, o quantomeno di un richiamo consapevole alla pratica crittografica.

In questo senso, il Quattrocento segna una soglia: non nasce qui l’intelligence, ma nasce una mentalità informativa più moderna, in cui sapere, proteggere e distribuire l’informazione diventa una funzione stabile del governo.

Questo significa che non si parla di “un cifrario” ogni tanto, ma di un approccio sistemico: pluralità di chiavi, procedure, varianti, consapevolezza dell’intercettazione e della necessità di proteggere il flusso.
In altre parole: non ancora intelligence moderna come apparato, ma già una mentalità informativa: accolta, valutazione, protezione, distribuzione selettiva.

La cosa più interessante è che, in questo mondo, la tecnica non è separata dalla cultura.
Il Rinascimento non è solo ritorno all’Antico: è accelerazione tecnica. Cambiano ingegneria militare, architettura funzionale, misurazione del territorio, logistica, standardizzazione delle scritture amministrative e diplomatiche. La biblioteca non è solo prestigio: è laboratorio. Il disegno non è solo ornamento: è codice operativo.

Il Rinascimento tecnico (oltre l’arte)
Il Rinascimento non fu soltanto arte e bellezza: fu un’accelerazione tecnica. Cambiano l’ingegneria militare, l’architettura come scienza funzionale, la misurazione del territorio, la logistica, la contabilità, la standardizzazione delle scritture amministrative e diplomatiche.

La biblioteca non è solo prestigio: è laboratorio. Il disegno non è ornamento: è codice tecnico. La bellezza spesso è l’esito visibile di un ordine progettato.

Figure come Valturio e Francesco di Giorgio mostrano questa svolta: il Rinascimento è anche progettazione di sistemi, integrazione tra sapere teorico e sapere pratico.

Per questo può parlarci ancora: come lezione di integrazione tra umanesimo e tecnica.

Quando si mettono insieme questi tre piani – libri, armi, codici – la lezione diventa più netta e meno celebrativa.

Non è un invito a romanticizzare la guerra.
Non è nemmeno un invito a idolatrare la segretezza.
È un avvertimento: un sistema collassa quando spezza il legame tra pensiero, forza e informazione.

Forza senza comprensione è brutalità e reazioni a catena.
Cultura senza presa sul reale è ornamento e impotenza.
Informazione senza responsabilità è caos e manipolazione permanente.

Il Rinascimento, letto senza cartoline, suggerisce una disciplina: governare significa tenere insieme ciò che tende a separarsi. Decisione e legittimazione. Tecnica e visione. Segretezza e responsabilità pubblica.

E questa è la lezione dal passato:
non esiste sicurezza senza cultura, e non esiste cultura che possa sopravvivere senza responsabilità del potere.

Libri, armi e codici non sono tre mondi.
Sono tre funzioni dello stesso problema: come governare il reale senza distruggerlo.


Questa serie non nasce per offrire soluzioni né per distribuire colpe. Nasce per allenare uno sguardo: quello che prova a riconoscere i pattern prima che diventino destino. E nasce sotto lo sguardo del Decimo Uomo: la figura cognitiva che, quando il consenso sembra compatto e l’urgenza impone una sola direzione, si assume il compito ingrato di rallentare, dubitare, cercare l’ipotesi impopolare prima che l’inerzia diventi irreversibile. La storia, quando ritorna, raramente lo fa con le stesse forme; cambia linguaggio, strumenti, retoriche. Ma conserva le stesse fragilità cognitive: l’illusione della necessità, l’accelerazione dell’urgenza, la rimozione del limite. Lezioni dal passato è un invito a pensare quando sembra già “troppo tardi”, a ricordare che la responsabilità non coincide sempre con l’azione più visibile. A volte, il gesto più difficile – e più umano – è fermare il meccanismo mentre è ancora possibile.

Serie in corso (in ordine):
— Lezioni dal passato – episocio 1 – Assonanze tra la fine del XIX Secolo e l’epoca contemporanea..?
— Lezioni dal passato. episodio 2: la Pedagogia del riarmo
— Episodio 3 – Lezioni dal passato. Lo schiaffo americano, l’ombra di Dugin e l’occasione italiana
— Lezioni dal passato – episodio 4. Dalla fine degli imperi alla psicopolitica della NATO
— Episodio 5 – Lezioni dal passato. Il limite rimosso
— Tredici giorni, un agosto evitato. Lezioni dal passato – episodio 6

Libri, Armi e Codici. Lezioni dal passato – episodio 7

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