San Francisco. Capitale dell’IA, ma non una Società 5.0

San Francisco è una delle capitali mondiali dell’intelligenza artificiale.
Taxi senza conducente, scanner dell’iride, uffici delle big tech, promesse di futuro ovunque. Eppure, accanto a questa vetrina dell’innovazione, il reportage di Repubblica racconta anche una città svuotata: negozi chiusi, strade rarefatte, senzatetto sui marciapiedi, una sensazione diffusa di assenza umana.

È forse questa la vera immagine del nostro tempo: tecnologie sempre più intelligenti dentro società che non diventano automaticamente più giuste, più calde, più abitabili.

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C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel reportage che la Repubblica ha dedicato a San Francisco, città-simbolo dell’intelligenza artificiale contemporanea e, allo stesso tempo, scenario di una contraddizione che non può essere liquidata come semplice incidente di percorso.


Da una parte ci sono i taxi senza conducente, gli scanner dell’iride, gli uffici delle grandi aziende dell’IA, le promesse di un mondo più efficiente, più intelligente, più automatizzato. Dall’altra ci sono strade vuote, negozi chiusi, uffici semideserti, senzatetto sui marciapiedi, una sensazione diffusa di rarefazione umana. Come se il futuro, arrivando, non avesse portato con sé una nuova pienezza, ma una forma più sofisticata di vuoto.

Il reportage di Pier Luigi Pisa coglie bene questa ambivalenza. San Francisco appare come la capitale mondiale dell’intelligenza artificiale, ma anche come una città dove la modernità tecnologica sembra convivere con una crisi sociale e simbolica sempre più evidente. È proprio questo il punto che merita di essere colto: non basta che una tecnologia sia avanzata per produrre automaticamente un mondo più abitabile.

La scena della Waymo, il taxi autonomo che arriva senza conducente, è in questo senso quasi perfetta. Nessuna voce umana, nessuno sguardo, nessuna presenza al volante. Solo un comando da premere e una macchina che parte da sola. Tutto funziona. E proprio qui si apre il paradosso. Perché il problema, a volte, non è quando la tecnologia non funziona, ma quando funziona così bene da togliere attrito, mediazione, contatto, relazione.
Avevo provato a riflettere su questo aspetto in Quando la tecnologia funziona troppo bene. Appunti di chi ha attraversato il digitale, dove il nodo non era il malfunzionamento della macchina, ma il rischio che l’efficienza tecnica, portata al massimo grado, finisca per impoverire l’esperienza umana.

Nel racconto di Repubblica emerge infatti una sensazione che colpisce più dei dati: la solitudine. Non una solitudine romantica o esistenziale in senso generico, ma una solitudine tecnologicamente mediata, prodotta da un ambiente in cui molte delle interazioni minime che componevano la vita urbana sembrano essere state svuotate o rese superflue. La macchina ti porta a destinazione. L’algoritmo ti assiste. Il sistema ti riconosce. Ma intanto la città intorno perde voce, densità, prossimità.

È qui che San Francisco smette di essere soltanto un luogo e diventa una metafora. Perché quello che si vede lì, in forma più spettacolare, riguarda in realtà una domanda più ampia che investe tutti noi. Da anni viviamo immersi in una cultura dell’accelerazione, in cui ogni innovazione viene presentata come inevitabile, desiderabile, quasi moralmente necessaria. In questo senso San Francisco sembra la messa in scena concreta di una logica che avevo già provato a interrogare in Accelerazionismo… stiamo accelerando anche noi?. Non si tratta solo di correre più veloci. Si tratta di capire se, mentre acceleriamo, stiamo ancora governando la direzione del movimento o se ne siamo già diventati semplici passeggeri.

L’altro grande equivoco del nostro tempo è pensare che il progresso tecnico coincida automaticamente con un progresso umano. Non è così. Una città può diventare il centro mondiale della ricerca sull’intelligenza artificiale e, nello stesso tempo, mostrare una lacerazione sociale sempre più visibile. Può attrarre capitali, talenti, startup, dispositivi avanzatissimi, e insieme perdere abitanti, equilibrio, accessibilità, relazioni. Può costruire macchine sempre più intelligenti senza riuscire a costruire un orizzonte collettivo altrettanto intelligente.


Per questo il tema non è essere “pro” o “contro” l’intelligenza artificiale. Il problema posto dalla lettura di una San Francisco sempre più (intelligente) artificiale e, forse proprio per questo, non necessariamente più smart, è più serio e più interessante.

Più IA non vuol dire automaticamente più smart city

Una città può diventare altamente tecnologica senza diventare, per questo, più intelligente nel senso pieno del termine.

Una vera smart city non si misura soltanto dalla densità di sensori, algoritmi, automazioni o servizi digitali, ma dalla capacità di tradurre l’innovazione in qualità della vita, accessibilità, prossimità, equilibrio sociale e dignità dell’esperienza urbana.

In questo senso, il modello San Francisco -così come emerge dal reportage – non coincide automaticamente con una piena idea di Società 5.0. La Società 5.0 non è semplicemente una società più tecnologica: è una società in cui l’innovazione viene orientata in senso umanocentrico, al servizio della persona e del bene comune.

Su questa prospettiva avevo già sviluppato una riflessione più ampia in Verso una Società 5.0: navigare nel cambiamento superando la resistenza degli arretranti .

Riguarda il tipo di rapporto che vogliamo stabilire tra potenza tecnica e responsabilità umana. L’IA può certamente aiutarci a pensare, ad analizzare, a progettare, a prendere decisioni migliori.
Ma non può sostituire ciò che rende il pensiero umano davvero umano: coscienza del contesto, capacità di giudizio, senso del limite, densità etica, esperienza vissuta. È una linea che avevo già sviluppato in Quando le macchine ci aiutano a pensare – Coach AI, leadership e il futuro della consapevolezza riflessiva.

Tra tutte le immagini riportate nel reportage, quella che più resta impressa è forse la più semplice: un senzatetto seduto sull’asfalto che legge un libro, accanto a biciclette a noleggio che pubblicizzano un assistente di intelligenza artificiale. In quel fotogramma c’è quasi tutto: la promessa del futuro e la fragilità del presente, l’algoritmo e la marginalità, la cultura e l’abbandono, l’innovazione e il suo scarto umano.

Forse è proprio questo che San Francisco ci sta mostrando in anticipo.
Non un futuro compiuto, ma un avvertimento.
La tecnologia può diventare sempre più capace, più pervasiva, più raffinata. Ma senza una bussola civile, culturale e politica, rischia di produrre ambienti efficienti e insieme disabitati nel senso più profondo del termine.

Ed è qui che la riflessione sull’intelligenza artificiale dovrebbe smettere di essere soltanto tecnica o commerciale. La questione decisiva non è quanto l’IA diventerà potente, ma verso quale idea di società verrà orientata. Se verrà usata per concentrare ulteriormente vantaggi, velocità e asimmetrie, o se invece sapremo inscriverla dentro una visione di dignità, responsabilità, equità e bene comune.
È il tema che avevo già affrontato in Intelligenza artificiale per il bene comune.

Perché il rischio, altrimenti, è che il futuro finisca per assomigliare proprio a certe strade di San Francisco: tecnologicamente avanzatissime, simbolicamente potentissime, ma sempre più povere di di umanità.

Il futuro ha bisogno anche di etica

San Francisco ci mostra una verità scomoda: l’intelligenza artificiale può avanzare rapidamente senza che la società diventi, per questo, più umana.

Il punto non è fermare l’innovazione, ma orientarla. E orientarla significa assumersi una responsabilità che non è solo tecnica o economica, ma profondamente culturale ed etica.

La vera domanda non è quanto diventeranno intelligenti le macchine, ma se sapremo restare abbastanza intelligenti – e abbastanza etici – da dare loro una direzione.


Questo articolo non nasce nel vuoto. Fa parte di una ricerca che porto avanti da tempo e che, pezzo dopo pezzo, prova a interrogare l’intelligenza artificiale non come moda del momento, ma come specchio del nostro tempo.
Ad oggi questa traiettoria raccoglie già 96 articoli, attraversando temi diversi: creatività, cognizione, educazione, etica, immaginario, linguaggio, potere.
Per chi desidera seguire questo filo più ampio, qui c’è l’intera categoria:
 https://vittoriodublinoblog.org/category/intelligenza-artificiale/

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