Lezioni di fisica e filosofia da Pompei attraverso le parole di Anthony J. Leggett e Michel Devoret
Pompei insegna una cosa brutale e semplice: la realtà può cambiare all’improvviso, e noi ce ne accorgiamo solo dopo.
Anthony J. Leggett (Premio Nobel per la Fisica 2003) apre la Nobel Session di Timeless Entanglement (Pompei, 14 novembre 2025) proprio con questa immagine.
Gli abitanti del 79 d.C. vivevano la loro normalità, convinti che nulla di davvero grande sarebbe mai cambiato… fino a quando la normalità è finita, sepolta sotto una coltre di cenere.
Poi, con la semplicità dei grandi, sposta la metafora dalla cenere vulcanica alla conoscenza umana. Forse, nel rapporto tra fisica e filosofia, siamo proprio in quella fase lì: il “prima dell’eruzione”. Potrebbe mancarci un fattore fondamentale, un evento concettuale o sperimentale capace di riscrivere le nostre percezioni da un giorno all’altro. In che direzione stiamo andando? Per rispondere, Leggett cita Louis Armstrong: “Man, if I knew where jazz was going, I would be there already …”
Non possiamo anticipare la svolta: possiamo solo continuare a suonare, pronti all’imprevisto.
- La tecnologia quantistica sta funzionando sempre meglio
- Ma il problema di fondo, cosa sia davvero la misura, resta aperto
- La fisica può avanzare senza chiudere le domande filosofiche
- Pompei diventa metafora della discontinuità nella conoscenza
Il prodigio ingegneristico … che non chiude la domanda
E mentre la “grande transizione” tra mondo quantistico e mondo classico resta una questione aperta, ai margini della domanda fondativa accade qualcosa di straordinario: la tecnologia quantistica funziona. E funziona in modo predittivo.
Leggett lo ammette con una franchezza rara: lo sorprende vedere che oggi siamo in grado di calcolare l’effetto della dissipazione su circuiti Josephson complessi – i mattoni dei computer quantistici a tecnologia supercoduttiva – e che quei calcoli tornano con l’esperimento.
È un trionfo dell’ingegneria, ma anche una trappola per il pensiero. Perché, come lui stesso ci ricorda, il successo tecnico non è una risposta alla domanda fondamentale. Funziona, ed è bellissimo. Ma non basta per dire “abbiamo capito”.
Le giunzioni Josephson sono minuscoli dispositivi superconduttivi formati da due materiali superconduttori separati da uno strato sottilissimo isolante.
In queste condizioni gli elettroni si comportano come un’unica “onda quantistica” capace di attraversare la barriera senza resistenza: un fenomeno chiamato tunneling quantistico.
Grazie a questa proprietà le giunzioni Josephson permettono di costruire circuiti che mantengono coerenza quantistica e possono essere controllati con estrema precisione.
Sono il cuore tecnologico dei qubit superconduttivi e degli “atomi artificiali” di cui parlano Leggett e Devoret, perché consentono di osservare e manipolare fenomeni quantistici su scale macroscopiche.
Dal “sì” di Leggett agli atomi di Devoret
A questo punto, la scena la prende Michel Devoret (Nobel 2025) e la metafora cambia registro. Dall’ignoto si passa al mestiere, dalla domanda filosofica alla risposta tecnica. Devoret ripercorre la genealogia del suo campo: molto del percorso sperimentale partì da una domanda posta da Leggett: “Le variabili macroscopiche obbediscono alla meccanica quantistica?” Se la risposta fosse stata no, avremmo risolto il problema della misura in un colpo solo. Ma la risposta fu sì.
E quel “sì” ha aperto la strada agli atomi artificiali: circuiti superconduttivi che possiamo letteralmente ingegnerizzare, a cui possiamo attaccare dei fili per accoppiarli fortemente tra loro. Il progresso si misura in sei ordini di grandezza nel fattore di qualità. Oggi, un transmon (un tipo di atomo artificiale) raggiunge una “purezza” paragonabile a quella dell’atomo di idrogeno, l’atomo modello dei libri di testo. Ma con una differenza cruciale: noi possiamo progettarlo.
Il problema del cavallo di Troia
Ma la sfida più affascinante resta un’altra, e Devoret la racconta con un’immagine perfetta: il “problema del cavallo di Troia”.
Come si fa a parlare con un atomo senza distruggerne la natura quantistica?
Devi entrare nel sistema per estrarre informazione (la misura), ma ogni accesso è anche una minaccia (back-action, rumore, ambiente).
Negli anni ’80 era una lotta titanica. Oggi abbiamo imparato la tecnica. La misura è diventata una scienza precisa, quasi chirurgica. Possiamo fermare un salto quantico a metà e persino invertirlo. Possiamo progettare una misura con un’obiettività da manuale: per avvicinarsi a soglie di fedeltà utili per la correzione dell’errore, come lo 0,1%, servono oggi tempi dell’ordine delle decine di nanosecondi.
La filosofia torna necessaria
Quello che rende questa sessione di snodo non è la somma di due Nobel. È la loro tensione implicita.
Leggett rappresenta l’idea che la tecnologia possa avanzare senza chiudere il problema di fondo. Devoret rappresenta l’altra metà: la fondazione teorica, una volta che diventa oggetto ingegnerizzabile, ti costringe a precisare cosa intendi per misura, per errore, per realtà.
Perché mostra qualcosa di raro:
la scienza che funziona senza pretendere di aver già capito tutto.
Tra laboratorio e filosofia emerge una lezione semplice:
controllare la materia non significa aver esaurito il mistero.
E qui sta il punto, il vero “timeless entanglement” di Pompei.
Non c’è bisogno che arrivi il “grande evento” catastrofico per capire che qualcosa si sta muovendo.
Basta guardare dove siamo arrivati: misure da 50 nanosecondi, atomi artificiali sempre più perfetti, salti quantici interrotti.
Il Vesuvio di Leggett non è ancora un teorema, e forse nessuno sa ancora dove stia andando il jazz. Ma intanto, senza clamore, si sta costruendo un mondo in cui la materia è così controllabile da rendere la filosofia… di nuovo necessaria.
E a Pompei, questo suona quasi inevitabile. Perché lì, tra gli scavi e la cenere, il tempo ti ricorda che l’imprevisto non è un’eccezione. È una forma della realtà.
Nota: questa mia riflessione è una lettura noetica in senso editoriale: un tentativo di estrarre una lezione di senso da contenuti scientifici, senza trasformarli in metafisica.
Nota:Questo articolo è stato realizzato a partire dalla trascrizione della Nobel Session I (qui sopra) del convegno Timeless Entanglement (Pompei, 14/11/2025).
Relatori e interlocutori del blocco: Paolo Silvestrini, Francesco Tafuri, Saverio Pascazio, Berardo Ruggiero, Anthony J. Leggett, Michel Devoret.
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