La Realtà Aumentata fa l’opposto: il mondo resta, e il digitale si sovrappone.
Non ti porta altrove.
Aggiunge livelli di informazione a ciò che stai già vivendo.
È meno spettacolare di quanto sembri.
Ed è proprio per questo che cambia il modo in cui guardiamo, decidiamo, scegliamo.
C’è una frase che negli ultimi mesi ho sentito ripetere più volte.
Non l’ho letta in un romanzo di fantascienza.
Non l’ho sentita a un convegno.
L’hanno detta quelli che costruiscono le piattaforme che usiamo ogni giorno.
Mark Zuckerberg, per esempio, in un’intervista a The Verge: lo smartphone non sarà più il centro della nostra vita digitale. Gli occhiali intelligenti saranno la prossima grande piattaforma. Non un accessorio. Una piattaforma.
Pensavo fosse una boutade da CEO. Poi ho visto cosa succedeva al CES di Las Vegas il mese scorso.
Prototipi ovunque. Visori sempre più leggeri. Occhiali che aumentano la realtà. Apple che parla di spatial computing. Google che ci riprova. Meta che insegue un progetto chiamato Orion da anni.
Strade diverse.
Stessa direzione.
Ne sentivo parlare ventisei anni fa, negli Stati Uniti. E iniziavo a vederla applicata. Quando sono tornato in Italia e ne parlavo, come consulente per un progetto operativo di museo digitale, molti pensavano fosse fantascienza.
Oggi quella fantascienza è diventata roadmap. E la chiamano spatial computing.
E a quel punto la domanda non è più: “Funzioneranno?”
La domanda è un’altra.
Cosa succede il giorno in cui smettiamo di abbassare lo sguardo?
Perché lo smartphone è anche questo: un gesto.
Testa china. Miliardi di volte al giorno. Il mondo intorno che si sospende, e al centro un rettangolo luminoso che diventa l’unica cosa che conta.
Con la Realtà Aumentata ( in gergo AR) il gesto cambia.
Non guardi più il dispositivo.
Guardi il mondo.
È il dispositivo che guarda con te.
Ho deciso di iniziare questa serie dall’AR non perché sia la tecnologia più impressionante.
Ma perché rende visibile qualcosa che sta accadendo sottotraccia: il digitale esce dallo schermo.
Smette di essere un luogo in cui entriamo.
La Realtà Aumentata non aggiunge un altro posto in cui entrare.
Aggiunge uno strato che si sovrappone a ciò che già c’è.
I luoghi che attraversi, gli oggetti che tocchi, le persone che incontri: tutto può diventare contesto, istruzione, avviso, suggerimento. E quando il contesto non lo devi più cercare ma ti viene mostrato, cambia il modo in cui decidi cosa è importante.
Non è una rivoluzione.
È un’infiltrazione.
Perché il punto non è l’effetto wow. Il punto è che l’informazione non la cerchi più: appare.
Il suggerimento non lo chiedi più: arriva prima.
L’orientamento smette di essere un atto consapevole e diventa naturale.
Il digitale smette di rispondere.
Comincia ad anticipare.
E questo cambia la postura mentale, prima ancora della tecnologia.
Nei prossimi episodi vi porterò in posti strani. Dentro stanze fredde dove girano computer quantistici. Dentro conversazioni con l’AI dove le domande contano più delle risposte.
Ma per capire dove stiamo andando, ho pensato che fosse giusto partire dal gesto più semplice.
Lo sguardo.
Perché quando cambia lo sguardo, cambia il gesto.
E dietro al gesto cambia il pensiero.
Alcune lezioni le impari guardando indietro, tra storia e memoria.
Altre le impari osservando i cantieri del domani.
Le prime sono Lezioni dal Passato.
Le seconde sono Lezioni dal Futuro.
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