Lezioni dal passato – episodio VII
Il Rinascimento non è stato solo arte.
È stato un laboratorio di governo.
Nel mondo di Federico da Montefeltro convivono tre cose che oggi preferiamo tenere separate: libri, armi, codici.
Non per contraddizione, ma per metodo.
I libri non sono ornamento: sono infrastruttura cognitiva.
Le armi non sono solo violenza: sono organizzazione, contratto, reputazione.
I codici non sono complotto: sono consapevolezza che l’informazione è potere e va protetta.
La lezione è netta: una società diventa fragile quando separa pensiero, forza e informazione.
Quando li tiene insieme, può governare il reale senza distruggerlo
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Federico da Montefeltro. Signore della guerra, colto mecenate
Non governò solo con le armi: fondò il suo potere sulla reputazione, sul controllo delle informazioni e sulla capacità di muoversi tra reti politiche e militari. In un’Italia di alleanze instabili, seppe rendere il ducato di Urbino stabile e credibile.
La sua celebre biblioteca non fu un lusso: fu una vera infrastruttura cognitiva e simbolica. La cultura, per Federico, era parte del governo: formazione, costruzione dell’immagine pubblica, presidio del senso e della legittimazione.
Libri e guerra, nel suo mondo, non erano opposti: erano due funzioni dello stesso comando.
Il Rinascimento, nel racconto comune, è spesso una stanza illuminata: arte, armonia, proporzione.
Un’epoca addomesticata dalla bellezza.
Eppure basta avvicinare lo sguardo a una figura come Federico da Montefeltro per capire che quella stanza aveva un’altra porta: la porta del governo.
E il governo, nel Quattrocento, non era un’idea astratta. Era gestione di uomini, di tempi, di risorse, di reputazione. Era conflitto. Era decisione. Era rischio.
In questo scenario, l’idea che cultura e potere siano mondi separati comincia a scricchiolare.
Perché nelle corti rinascimentali la cultura non è solo elevazione: è parte della macchina politica. È formazione, legittimazione, costruzione dell’immagine pubblica, capacità di leggere e scrivere il mondo.
E le armi, a loro volta, non sono soltanto violenza. Sono economia, contratti, disciplina, logistica, rete di alleanze.
Il punto non è “arte contro guerra”.
Il punto è che, nel Rinascimento reale, libri e armi convivono perché rispondono alla stessa domanda: come si governa un sistema instabile?
Un signore come Federico fonda le sue azioni non solo sulle armi e sul denaro, ma anche sulla reputazione e sul controllo delle notizie.
Le lettere, pur contenendo dati reali, conformano gli eventi in modo da preservare onore e immagine pubblica: è una vera “costruzione dei fatti”. E quella costruzione, poi, condiziona persino ciò che gli storici possono ricostruire.
Se si entra in questa logica, cambia anche l’immagine della guerra quattrocentesca.
Non è il caos primitivo che spesso immaginiamo: è un sistema professionale, contrattuale, regolato da reputazioni e promesse. Un sistema che vive di continuità e che, proprio per questo, non può permettersi improvvisazione totale.
Le compagnie di ventura sono il cuore di quel modello: la guerra come mestiere, come organizzazione, come mercato con regole spesso ciniche, ma non casuali.
Il condottiero è insieme comandante e imprenditore: gestisce uomini, disciplina, paghe, logistica, alleanze.
E soprattutto gestisce fiducia: un capitano screditato perde ingaggi, influenza, futuro.
Non erano eserciti “nazionali”, ma sistemi mobili e specializzati, spesso composti da uomini di diverse provenienze. La fedeltà era legata al capitano e alla sua reputazione.
Il condottiero era insieme comandante e imprenditore: gestiva uomini, disciplina, logistica, alleanze e informazione. Per questo la reputazione era un capitale: un capitano screditato perdeva ingaggi.
Questo modello mostra una cosa: prima degli Stati moderni, la guerra era già governance, organizzazione e comunicazione, non solo violenza.
A questo punto emerge una dimensione decisiva: l’informazione.
Nelle corti rinascimentali, i “fatti” non vivono solo sui campi di battaglia. Vivono nelle cancellerie, nei messaggeri, nei (primi) resoconti diplomatici. Vivono nei tempi con cui una notizia viene fatta circolare o trattenuta. Vivono nel modo in cui un evento viene reso “presentabile” senza far collassare l’ordine delle alleanze.
L’idea che “informazione è potere” non nasce nel Rinascimento. È antica quanto la guerra e la politica. Sun Tzu la scrive senza giri di parole, dedicando un capitolo all’uso delle spie e distinguendone le tipologie operative.
E Roma, come ogni impero, non poteva permettersi il lusso dell’ignoranza: reti di corrieri, ricognitori e figure dedicate alla raccolta e al controllo dell’informazione (i frumentarii, tra gli altri) diventano nel tempo strumenti essenziali del potere imperiale.
La soglia rinascimentale non è il principio, ma la forma: l’informazione diventa infrastruttura stabile di governo, e la sua protezione smette di essere episodica
Ed è qui che entra il terzo elemento dell’episodio: i codici.
La crittografia non è un dettaglio eccentrico. È un sintomo storico: indica che la politica sta ricordando che l’informazione è una materia strategica. Non a caso, nel fondo Urbinate Latino è attestata una raccolta di oltre settanta cifrari, usati dalla cancelleria per comunicare segretamente con ambasciatori e potenze del tempo.
Nell’ambiente di Federico da Montefeltro – e più in generale nelle corti rinascimentali – la gestione delle notizie segue una logica riconoscibile: raccolta → valutazione → protezione → circolazione selettiva.
La crittografia non è un espediente occasionale, ma uno strumento sistemico: nel fondo Urbinate Latino è attestata una raccolta di oltre settanta cifrari, usati dalla cancelleria per comunicare segretamente con ambasciatori e potenze del tempo.
Si usano cifrari di sostituzione, nomenclatori per nomi sensibili, cifre nulle e omofoni, e prescrizioni formali per rendere più difficile la decrittazione: segni di consapevolezza dell’intercettazione e della necessità di proteggere il flusso.
Ancora più significativo è il dato simbolico: nello studiolo di Gubbio compare un cartiglio con una scrittura non decifrata, a lungo liquidata come pseudo-scrittura. Studi recenti suggeriscono che possa trattarsi di un testo cifrato, o quantomeno di un richiamo consapevole alla pratica crittografica.
In questo senso, il Quattrocento segna una soglia: non nasce qui l’intelligence, ma nasce una mentalità informativa più moderna, in cui sapere, proteggere e distribuire l’informazione diventa una funzione stabile del governo.
Questo significa che non si parla di “un cifrario” ogni tanto, ma di un approccio sistemico: pluralità di chiavi, procedure, varianti, consapevolezza dell’intercettazione e della necessità di proteggere il flusso.
In altre parole: non ancora intelligence moderna come apparato, ma già una mentalità informativa: accolta, valutazione, protezione, distribuzione selettiva.
La cosa più interessante è che, in questo mondo, la tecnica non è separata dalla cultura.
Il Rinascimento non è solo ritorno all’Antico: è accelerazione tecnica. Cambiano ingegneria militare, architettura funzionale, misurazione del territorio, logistica, standardizzazione delle scritture amministrative e diplomatiche. La biblioteca non è solo prestigio: è laboratorio. Il disegno non è solo ornamento: è codice operativo.
La biblioteca non è solo prestigio: è laboratorio. Il disegno non è ornamento: è codice tecnico. La bellezza spesso è l’esito visibile di un ordine progettato.
Figure come Valturio e Francesco di Giorgio mostrano questa svolta: il Rinascimento è anche progettazione di sistemi, integrazione tra sapere teorico e sapere pratico.
Per questo può parlarci ancora: come lezione di integrazione tra umanesimo e tecnica.
Quando si mettono insieme questi tre piani – libri, armi, codici – la lezione diventa più netta e meno celebrativa.
Non è un invito a romanticizzare la guerra.
Non è nemmeno un invito a idolatrare la segretezza.
È un avvertimento: un sistema collassa quando spezza il legame tra pensiero, forza e informazione.
Forza senza comprensione è brutalità e reazioni a catena.
Cultura senza presa sul reale è ornamento e impotenza.
Informazione senza responsabilità è caos e manipolazione permanente.
Il Rinascimento, letto senza cartoline, suggerisce una disciplina: governare significa tenere insieme ciò che tende a separarsi. Decisione e legittimazione. Tecnica e visione. Segretezza e responsabilità pubblica.
E questa è la lezione dal passato:
non esiste sicurezza senza cultura, e non esiste cultura che possa sopravvivere senza responsabilità del potere.
Libri, armi e codici non sono tre mondi.
Sono tre funzioni dello stesso problema: come governare il reale senza distruggerlo.
Questo episodio prende avvio dalla puntata odierna di Passato e Presente non come citazione o commento, ma come scintilla: un invito a interrogare il passato per capire come libri, armi e informazione abbiano sempre costituito un unico dispositivo di governo.
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