Ci sono parole che, a forza di ripeterle, smettono di descrivere il mondo e iniziano a coprirlo.
Non sono più mappe: sono vernice.
“Ordine internazionale basato sulle regole” è una di quelle formule.
Per anni ha funzionato come un pavimento psicologico: la sensazione che, sotto la superficie, qualcosa tenesse.
A Davos, Mark Carney fa un gesto semplice e scomodo: non alza la voce, non cerca applausi, non fa propaganda.
Dice: non siamo in transizione. Siamo in rottura.
E soprattutto: smettiamola di fingere.
Per spiegarsi richiama Václav Havel. Non come ornamento culturale, ma come colpo secco: la storia del droghiere che espone in vetrina un cartello ideologico non perché ci crede, ma perché “così si fa”, e così evita problemi.
È quel gesto ripetuto da tutti che regge la finzione.
Carney suggerisce che, con il “rules-based order”, spesso abbiamo fatto lo stesso: abbiamo tenuto il cartello in vetrina anche quando il mondo fuori era cambiato.
E quando la distanza tra parole e realtà diventa troppo visibile, non crolla solo un ordine: crolla la fiducia nel linguaggio che lo giustificava.
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Havel, Davos e quel “rules-based” che ormai suona come un rosario
Il rimando ad Havel
Havel racconta una scena normale: un negoziante, un cartello in vetrina.
Niente grandi teorie. Solo una persona che fa un gesto per stare tranquilla.
Il cartello non è lì perché il droghiere ci crede. È lì perché “così si fa”.
Perché togliendolo rischia. Perché lasciandolo, in fondo, campa.
Questa è la forza del paragone: ti fa capire che un sistema non vive solo di potere e polizia. Vive di abitudini, di piccoli atti di conformità, di frasi ripetute senza pensarci. Vive di un “sì” detto per non complicarsi la vita.
Quando Carney richiama Havel, io lo leggo così: sta dicendo che l’Occidente ha continuato a mettere in vetrina il cartello “rules-based order” anche quando molti dentro e fuori avevano capito che quel cartello non descriveva più la bottega.
Václav Havel scrive questa “storiella” vivendo nella Cecoslovacchia comunista degli anni Settanta. Non un regime fondato sull’entusiasmo popolare, ma su un controllo silenzioso e capillare della vita quotidiana: partito unico, censura, polizia politica, nessuna libertà di stampa, nessuna vera possibilità di dissenso.
In quel contesto, la maggior parte delle persone non era composta da fanatici ideologici. Erano cittadini comuni: lavoravano, avevano famiglie, volevano semplicemente vivere senza problemi. Il sistema non chiedeva entusiasmo, chiedeva adattamento.
È qui che Havel introduce l’immagine del droghiere: un negoziante che espone in vetrina un cartello ideologico imposto dal regime. Non perché ci creda, ma perché così “si fa”, perché toglierlo attirerebbe attenzioni, controlli, possibili conseguenze. Esporlo è un gesto piccolo, quotidiano, apparentemente innocuo.
Ma Havel spiega che è proprio grazie a questi gesti minimi che il sistema si regge. Non sulla fede, ma sull’abitudine. Non sull’ideologia, ma sulla partecipazione silenziosa di milioni di persone che, per quieto vivere, scelgono di non mettere in discussione la finzione. Il cartello non serve a convincere nessuno: serve a dire “io sto al mio posto”.
Ripetuto ogni giorno, da tutti, quel gesto diventa un rito. E quando una frase o un simbolo diventa solo un rito, smette di descrivere la realtà e diventa una gabbia. È questo il punto di Havel. Ed è per questo che, a Davos, il richiamo di Carney è inquietante: il “rules-based order” rischia di funzionare come quel cartello in vetrina, ripetuto per inerzia anche quando il mondo fuori è cambiato.
Le regole vengono recitate, questo è il vero problema.
Il problema non è che le regole vengono violate, qui bisogna essere onesti: le regole sono state sempre violate. Anche prima.
La novità è un’altra: oggi la distanza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo è diventata troppo visibile.
È come quando una casa ha una crepa e per anni la copri con una mano di pittura. Poi un giorno la crepa si allarga e la pittura non basta più. Ti accorgi che non stavi riparando: stavi solo mantenendo l’apparenza.
Ecco perché la crisi è di legittimità.
Non perché “il mondo è cattivo”, perchè quello lo è sempre stato.
Ma perché la narrativa che teneva insieme pezzi diversi – interessi, valori, alleanze – oggi suona come una formula ripetuta per inerzia.
E qui Carney fa la cosa più difficile per un leader: dice “basta finzione”.
Dice: non è transizione. È rottura.
L’onestà come gesto politico, non come moralismo
Quando Carney dice che “il potere dei meno potenti comincia dall’onestà”, non sta facendo il predicatore.
Sta dicendo: se sei una potenza media, la tua prima difesa è smettere di raccontarti favole.
Perché le favole, in geopolitica, diventano vulnerabilità.
Se si finge che l’ordine tornerà, si rimane fermi.
Se si finge che le regole ci proteggono, non costruiamo protezioni vere.
Se si finge che “basta stare buoni”, si diventa un bersaglio perfetto per chi usa leve economiche, energia, supply chain, tecnologia.
L’onestà intellettuale qui è: guardare in faccia la dipendenza. E chiamarla con il suo nome.
L’ Europa, è davvero il continente che parla meglio di come dovrebbe essere il mondo?
E qui arriviamo a noi, europei.
L’Europa è bravissima nel linguaggio dell’ordine.
È la casa delle norme, degli standard, dei principi scritti bene.
Ma la domanda è: quanta capacità reale accompagna quel linguaggio?
Perché se il mondo entra in “rottura”, come dice Carney, allora non basta più dire “c’è una regola”. Serve poter dire: “ecco cosa succede se la regola viene ignorata”.
Non parlo solo di carri armati. Parlo di energia, materie prime, industria, tecnologia, infrastrutture critiche. Parlo del fatto che oggi la sovranità non è solo un confine: è anche un contratto, un chip, una catena logistica, un cavo, una piattaforma.
In Italia siamo spesso dentro la frase, ma fuori dal tavolo
L’Italia questa cosa la sente sulla pelle perché vive di interdipendenze.
E spesso, in politica, l’interdipendenza viene raccontata come virtù (e in parte lo è), ma quando l’interdipendenza viene usata come leva di pressione, allora capisci che hai scambiato il mondo per un’aula e invece eri in un mercato.
La frase di Carney (“se non sei al tavolo, sei nel menù”) è brutale, ma è esatta.
E l’Italia, troppo spesso, è stata convinta che bastasse “essere corretti” per essere protetti.
Non funziona così. Non ha mai funzionato così.
Togliamo il cartello dalla vetrina
Il valore di Havel è questo: ti mostra che la verità non è un discorso, è un gesto.
Togliere il cartello dalla vetrina significa smettere di ripetere formule che non reggono più.
Non per cinismo. Non per anti-occidentalismo.
Ma per salvare ciò che conta davvero: la credibilità.
Perché quando la gente e i Paesi smettono di credere alle parole, non resta il “rules-based order”. Resta solo il rapporto di forza. E quello, per le potenze medie, è un terreno scivoloso.
La domanda finale, allora, non è: “chi ha ragione?”.
La domanda è: vogliamo continuare a recitare l’ordine, o cominciare a costruire le condizioni perché le regole tornino ad avere peso reale?
Il premier canadese Mark Carney, a Davos, non ha fatto un discorso “da convegno”: ha fatto una dichiarazione di clima. Il punto centrale è netto: non siamo in una transizione dell’ordine mondiale, ma in una rottura.
Carney sostiene che l’idea di un “ordine internazionale basato sulle regole” stia sbiadendo e che la geopolitica stia tornando a somigliare a un gioco duro: i forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono. Ma aggiunge la parte più importante: le potenze medie non sono condannate a subire. Hanno una leva decisiva: l’onestà e la capacità di costruire cooperazioni concrete, plurilaterali, fondate su interessi e valori condivisi.
Tradotto in lingua umana: smettiamo di recitare formule, riconosciamo il mondo com’è, e organizziamoci per non restare spettatori.
Nota di trasparenza: la seguente trascrizione è stata realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale e successivamente rivista per stile e chiarezza. Le revisioni non modificano la sostanza delle parole dell’oratore.
Grazie davvero, Larry. Essere qui con voi questa sera è, insieme, un piacere e un dovere: siamo in un passaggio cruciale che riguarda il Canada e riguarda il mondo.
Oggi voglio parlare di una frattura nell’ordine internazionale: la fine di una finzione confortevole e l’inizio di una realtà più dura. Una realtà in cui la geopolitica, quella delle grandi potenze, tende a non riconoscere limiti, a non accettare vincoli, a non tollerare costrizioni.
Eppure sarebbe un errore pensare che gli altri Paesi, soprattutto le potenze intermedie, siano condannati all’impotenza. Non lo sono. Hanno margine d’azione. Hanno la capacità di contribuire a un nuovo ordine, capace di custodire e rendere operativi valori che non possono diventare semplice retorica: il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati.
Il potere di chi ha meno potere comincia dall’onestà.
Ogni giorno sembra ricordarci che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze; che l’ordine fondato sulle regole sta perdendo forza; che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono.
E l’aforisma di Tucidide viene riproposto come destino: inevitabile, naturale, come se la logica delle relazioni internazionali non potesse che essere questa.
Di fronte a tale logica, c’è una tentazione ricorrente: “stare al gioco” per evitare guai. Adeguarsi, accomodarsi, non esporsi. Sperare che la conformità compri sicurezza.
Ma non la comprerà.
Allora, quali alternative abbiamo?
Nel 1978 il dissidente ceco Václav Havel, che più tardi sarebbe diventato presidente, scrisse un saggio intitolato Il potere dei senza potere. E pose una domanda semplice, spietata: come si reggeva davvero il sistema comunista?
La sua risposta comincia con un fruttivendolo.
Ogni mattina, questo negoziante espone in vetrina un cartello: «Proletari di tutto il mondo, unitevi». Non ci crede. Nessuno ci crede. Eppure lo espone lo stesso: per evitare problemi, per segnalare obbedienza, per dimostrare che “sta al suo posto”.
E poiché ogni negoziante, in ogni strada, fa lo stesso, il sistema continua a reggersi: non soltanto sulla forza, ma anche sulla partecipazione quotidiana di persone comuni a rituali che, nel segreto della coscienza, sanno essere falsi.
Havel chiamò tutto questo “vivere nella menzogna”.
Il potere del sistema non nasce dalla sua verità,
ma dalla disponibilità di tutti a recitare come se fosse vero.
E la sua fragilità nasce dalla stessa radice.
Basta che anche uno soltanto smetta di recitare;
basta che il fruttivendolo tolga quel cartello,
e l’illusione comincia a incrinarsi.
Amici: è tempo che aziende e Paesi tolgano i loro cartelli.
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