Roger Penrose (fisico e cosmologo, nel 2020 gli viene assegnato il Premio Nobel per la fisica “per avere scoperto che la formazione dei buchi neri è una robusta previsione della teoria generale della relatività”) è una di quelle figure che non si accontentano di navigare nel pensiero dominante: preferisce esplorare i bordi, le crepe, i luoghi dove la scienza vacilla e dove la matematica può diventare intuizione quasi filosofica.
Non è la prima volta che Penrose entra nel mio orizzonte di riflessione. In un precedente articolo – “Sulla capacità delle macchine e la replicazione della mente umana” – avevo già esplorato le tesi descritte in “La mente nuova dell’imperatore”, dove Penrose smonta l’illusione che la coscienza possa essere ridotta a un algoritmo.
Anche lì, come in questo saggio più recente, si muove su un crinale rischioso ma necessario: quello tra conoscenza rigorosa e speculazione fondata. Tra ciò che possiamo formalizzare e ciò che, forse, dobbiamo ancora imparare a comprendere.
Nel suo saggio “Numeri, teoremi & minotauri” (titolo italiano forse più evocativo che fedele all’originale Fashion, Faith and Fantasy), Penrose mette sotto la lente critica tre dimensioni che, secondo lui, condizionano in modo sotterraneo – e spesso problematico – la fisica teorica contemporanea: la moda accademica, la fede cieca nei postulati non più messi in discussione e la fantasia matematica slegata dall’osservazione. Più che un libro tecnico, è un manifesto epistemologico. Un invito al dubbio attivo e alla speculazione disciplinata. Proprio per questo, risuona sorprendentemente con una riflessione che andavo elaborando da qualche tempo…
Penrose e il respiro lungo della speculazione
C’è una linea sottile, ma cruciale, che separa la fantasia dalla visione. Una linea che non va tracciata con righello, ma col respiro lungo del pensiero critico.
Nel mio articolo di ieri, ho provato a muovermi proprio su quel crinale, proponendo una forma di “noetica temperata”: un modello di conoscenza in cui anche le ipotesi ancora non verificate possono avere valore conoscitivo, purché mantengano una relazione, magari ancora timida ma concreta, con il mondo. Non si tratta di frenare la speculazione, ma di offrirle una bussola.

A distanza di poche ore da quella riflessione, ho riaperto un libro di Roger Penrose che da tempo tengo sul comodino: Numeri, teoremi & minotauri – titolo italiano del più esplicito Fashion, Faith and Fantasy in the New Physics of the Universe. E, come spesso accade con i pensatori che affrontano il limite con rigore e immaginazione insieme, ci ho ritrovato una sorprendente consonanza.
Nel cuore del libro, Penrose muove una critica profonda alle derive della fisica teorica contemporanea, smascherando il ruolo – spesso inconfessato – che giocano tre forze extra-scientifiche: la moda, la fede e la fantasia. Tre forze che non nega in assoluto, ma che interroga, soppesa, mette sotto torchio. E, in questo processo, finisce per proporre una postura epistemica molto simile a quella che ho cercato di descrivere: non chiudere all’intuizione visionaria, ma pretendere che essa non si allontani troppo dalla possibilità di essere – un giorno – interrogata dai fatti.
Penrose non ha mai avuto paura di immaginare. La sua teoria dei twistor, tanto quanto la Cosmologia Ciclica Conforme, non sono certo idee prudenti. Ma sono idee che, sebbene nate in territori poco frequentati, portano con sé una richiesta chiara: trovare un modo per confrontarsi, prima o poi, con l’osservazione. Anche quando quella verifica sembra lontana, anche quando il cammino per arrivarci è incerto.
In fondo, è questo lo spirito che cercavo di evocare nel modello noetico rivisto: il valore delle ipotesi visionarie, sì, ma senza scivolare nell’autoreferenzialità.
Senza confondere il piacere estetico di una teoria con la sua capacità di dire qualcosa sul mondo. Penrose, da questo punto di vista, è un alleato ideale. La sua critica alla “moda” della teoria delle stringhe non è un rigetto della bellezza matematica in sé, ma un rifiuto dell’equazione bellezza = verità.
Perché una teoria elegante, se resta chiusa nella sua eleganza, rischia di diventare una cattedrale nel deserto. Meravigliosa, ma disabitata.
Nel suo racconto, la “fede” che oggi molti fisici ripongono nei postulati della meccanica quantistica – applicati indiscriminatamente a qualsiasi scala – non è molto diversa da quella religiosa: dogmatica, protetta dal consenso, refrattaria al dubbio.
Ma Penrose non si ferma alla denuncia. Indica esperimenti futuri, suggerisce zone d’ombra da esplorare, rilancia una scienza che non abbia paura di rimettere in discussione i propri pilastri. È qui che la sua posizione si avvicina a quella che ho chiamato “noetica temperata”: una tensione costante tra apertura immaginativa e rigore epistemico, tra visione e verifica.
In fondo, è la stessa posizione che Penrose aveva già assunto quando si interrogava sulla possibilità – o, meglio, sull’impossibilità – di replicare artificialmente la coscienza.
Anche lì, come in questo testo, il cuore della questione non era la fantasia in sé, ma la sua sostenibilità teorica e sperimentale. Proporre che il cervello umano possa accedere a processi quantistici non è solo un’ipotesi ardita: è una sfida lanciata all’ortodossia computazionale e alla convinzione che tutto ciò che pensiamo possa essere simulato da una macchina. In entrambi i casi, Penrose rifiuta l’idea che basti la coerenza interna per giustificare un modello. Serve un’adesione, almeno potenziale, alla realtà dei fenomeni. Serve, come direbbe lui, un pensiero che non perda mai di vista la gravità – in ogni senso possibile del termine.
Non si tratta di opporre i due poli, ma di farli dialogare. La fantasia, ci ricorda Penrose, è necessaria proprio perché l’universo reale è più strano di quanto osiamo immaginare. Ma questa fantasia deve avere un destino: non può restare sospesa nel vuoto, deve essere accompagnata da un programma di ricerca che la metta in cammino verso il reale, anche quando la strada è tutta da costruire.
Leggendo Penrose, ho avuto la sensazione che la proposta noetica, se affiancata da un’etica della responsabilità scientifica, possa davvero trovare il suo posto nella pratica teorica contemporanea per affrontare il tema della divulgazione scientifica.
Una scienza che si concede il diritto di sbagliare, ma non quello di rinunciare a confrontarsi con l’universo che intende descrivere. Una scienza che non scambia il consenso accademico per criterio di verità, né l’estetica per fondamento. Una scienza che sa, come sapeva Einstein, che la realtà deve avere l’ultima parola, anche quando sembra contraddire le nostre intuizioni più affascinanti.
Forse è questa la sfida più interessante oggi: tornare a credere che l’immaginazione abbia un valore conoscitivo, ma solo se è disposta ad accettare la prova del nove. Come un’idea che osa, ma poi si mette in cammino. Come un modello noetico che sogna, ma sogna in direzione del mondo.
“Numeri, teoremi & minotauri” non è un libro per specialisti, ma per lettori curiosi.
Richiede attenzione, certo, ma restituisce in cambio uno sguardo lucido sullo stato della scienza e un incoraggiamento sottile a non abbandonare mai la domanda radicale: “ma è davvero così?”.
Più che una critica distruttiva, è un richiamo alla responsabilità creativa. A una scienza che sappia ancora meravigliarsi, senza perdersi nei suoi stessi riflessi.
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