open DATA JOURNALISM: il Giornalismo fatto con i Dati


Con il Data Journalism, il Giornalismo fatto con i Dati, finalmente possiamo uscire dal Mainstream

In un mio precedente post – “Citizen Journalism” – riflettevo su come «il digitale, utilizzando la natura interattiva di internet, possa abilitare anche l’uomo comune a partecipare direttamente allo scambio delle notizie e delle idee, trasformando l’informazione da lezione ad una informazione come conversazione e partecipazione»

Ma le nuove tecnologie ed internet stanno abilitando anche altre forme di creazione delle notizie e di diffusione delle idee. Una di queste forme è:  l’open Data Journalism.  

Il Data Journalism è una specialità giornalistica che si basa sul ruolo crescente che assumono i dati numerici (a disposizione del Pubblico e individuati con una sapiente metodologia di indagine e ricerca) quando vengono utilizzati per la produzione e nella distribuzione di informazioni nell’era digitale. Questa forma di giornalismo si caratterizza per la sua capacità di facilitare una maggiore interazione tra il produttore di contenuti informativi (il giornalista) e i professionisti di altri campi, come il design comunicativo (mediatico) , l’ informatica e la statistica . Dunque, dal punto di vista del giornalismo, questo diventa “un insieme sovrapposto di competenze tratte da campi disparati”.

Il Giornalismo fatto sui Dati ( questa la sua traduzione in italiano)  inizia ad essere utilizzato per unire diversi concetti per poterli collegare ad una notizia giornalistica. Secondo l’autore e formatore di Data Journalism, Henk van Ess, “Il Giornalismo fatto sui dati si basa su tutti quei dati che (necessariamente propedeuticamente elaborati)  costituiscono la base di analisi per rendere possibile che una storia diventi giornalisticamente rilevante e sia portatrice di una notizia oggettivamente fondata: non si limita quindi nella pubblicazione del dato in sé”.

La letteratura riporta il primo uso registrato da parte di un’importante giornale nel 2009; quando l’inglese  ‘The Guardian’ si apprestò a lanciare su internet  il suo Datablog. Tuttavia, precedentemente, alcuni giornalisti già si facevano aiutare dai computer per elaborare dati in loro possesso:  come nel caso del giornalista investigativo, Bill Dedman dell’Atlanta Journal-Constitution’, che nel 1989 ha vinto un premio Pulitzer per la sua inchiesta ‘The Color of Money’: in cui pubblicava una serie di storie che analizzavano e portavano in evidenza ai lettori la discriminazione razziale operata da banche ed altri finanziatori, nei quartieri neri a medio reddito.

Che cos’è il Data Journalism? (*)

Cos’è il Data Journalism? Potremmo semplicemente rispondere con la sua traduzione in italiano: “è il giornalismo fatto con i dati. Ma questa semplice traduzione non aiuta molto. Sia “dati” che “giornalismo” sono termini problematici. Alcune persone pensano ai ‘dati’ come ad una semplice raccolta di numeri, probabilmente pensando che siano elencati su un foglio Excel di calcolo.
Venti anni fa, infatti, era praticamente quello,  l’unico modo di trattare i dati dai giornalisti, ma oggi con Internet non è più così. Ora viviamo in un mondo digitale, un mondo in cui quasi tutto può essere – e quasi tutto lo è – descritto con i numeri: E su Internet si può trovare praticamente quasi ogni informazione, a meno che non sia secretata da qualche governo, organizzazione o azienda per qualche loro motivo. Su Internet tutto è digitale, codificato da una sequenza di 0 ed 1. Foto, video e audio sono tutti descritti con gli stessi due numeri: zero e uno. Storie personali e pubbliche, Storie del passato dell’Umanità e Visioni future,  Notizie di cronaca nera e bianca, omicidi e malattie, scoperte scientifiche e innovazione, propaganda e voti politici, corruzione e …  menzogne (fake news) : zero e uno.
Cosa rende il giornalismo dei dati diverso dal resto del giornalismo? Forse sono le nuove possibilità che si aprono quando combini il tradizionale “fiuto per le notizie” e la capacità di raccontare una storia avvincente, con la vastità e la gamma di informazioni digitali ora disponibili. E queste possibilità possono presentarsi in qualsiasi fase del processo del giornalista: usare la programmazione per automatizzare il processo di raccolta e combinazione di informazioni da parte del governo locale, della polizia e di altre fonti civiche, come ha fatto Adrian Holovaty con Chicago Crime e poi EveryBlock .
O usando il software per trovare connessioni tra centinaia di migliaia di documenti, come ha fatto The Telegraph  per ‘raccontare’ agli elettori inglesi le spese dei parlamentari . Il giornalismo fatto con i dati può aiutare un giornalista a raccontare una storia complessa attraverso infografiche coinvolgenti. Gli spettacolari discorsi di Hans Rosling sulla visualizzazione della povertà nel mondo con Gapminder , per esempio, hanno attirato l’attenzione di milioni di persone in tutto il mondo che si sono formate la loro personale opinione su questo tema. Oppure può aiutare a spiegare come una Storia si collega a un individuo: come la BBC e il Financial Times ora fanno abitualmente. E può incentivare ad aprire il processo stesso di raccolta di notizie nello stesso pubblico, come lo fa con successo The Guardian, condividendo dati, contesto e domande con il suo Datablog.
Dunque i dati possono essere la fonte del Data Journalism o possono essere lo strumento con cui viene raccontata una storia, oppure possono essere entrambi. Ma come ogni fonte, dobbiamo fare attenzione che queste dovrebbero essere trattate con scetticismo; e come qualsiasi strumento, dovremmo essere consapevoli di come si possono modellare e limitare le storie che vengono create con questo.

Sempre più spesso sentiamo dire che le notizie divulgate dai giornali tradizionali tendono ad esprimere volutamente con una (nella) notizia una opinione, piuttosto che divulgare informazioni in maniera oggettiva. Non è mia intenzione giudicare se sia vero, tanto meno, se vero, esprimermi se sia eticamente corretto. Mi piace sottolineare, però,  che da sempre il giornalista tradizionale si può trovare inevitabilmente ad esprimere anche la sua opinione  con la narrazione della notizia.

Ma oggi, se è vero che viviamo nella “Era dell’Accesso (Jeremy Rifkin)”  nella cosiddetta ‘Società dell’Informazione’, chi desidera avere a disposizione informazioni o notizie che si possono (almeno) avvicinare oggettivamente alla Realtà dei Fatti, può averle a disposizione:  basta saperle cercare e verificarle. Chi critica il ‘mainstream’, non si può più giustificare assumendo che non esiste modo per rimanere informati allo scopo di costruirsi una propria opinione personale.

Il MAINSTREAM è il PENSIERO CORRENTE PREVALENTE PIU’ DIFFUSO TRA I MASS-MEDIA. L’etichetta “Mainstream Media” è generalmente applicato alle pubblicazioni stampate, come giornali e riviste che contengono il maggior numero di lettori tra il pubblico, e ai formati radio e alle emittenti televisive che contengono il più alto pubblico di ascoltatori. Il Mainstream è in contrasto con vari media indipendenti , come i giornali e i media alternativi, le riviste specializzate o di nicchia, e le varie fonti elettroniche come podcast e blog, anche se non è raro che alcuni blog si presentano più tradizionali di altri  dato che si associano alle fonti tradizionali proprie del Mainstream.

Chi, finalmente, vuole “uscire dal gregge”,  dal pensiero di gruppo, finalmente, lo può fare!

Reference
(*) The Data Journalism Handbook 

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