Dallo scontro tra Trump e Papa Leone XIV riemerge una questione più profonda: la politica informazionale descritta da Castells non produce solo nuove mobilitazioni e nuove identità, ma può spingere la leadership a caricarsi di una funzione quasi salvifica, entrando in tensione con l’autorità religiosa.
Qualche anno fa, rileggendo Manuel Castells per interpretare il voto italiano del 2018, avevo trovato una chiave utile per comprendere la crisi della rappresentanza nell’epoca della società in rete.
Non si trattava soltanto di spiegare la vittoria di questo o quel soggetto politico, ma di riconoscere una mutazione più profonda: la crescita di mobilitazioni identitarie, la centralità delle reti, la tensione tra apertura comunicativa e controllo del messaggio, la crisi dei partiti tradizionali, l’emergere di quella che Castells chiamava politica informazionale.
Con questa espressione Castells non indica semplicemente una politica che passa da Internet. Indica una trasformazione più profonda dell’ambiente democratico: informazione, comunicazione, reti, immagini, simboli e flussi mediali diventano parte costitutiva del conflitto politico.
In questo quadro, il potere non si gioca soltanto nelle istituzioni, nei partiti o nei parlamenti, ma anche nella capacità di orientare percezioni, mobilitare identità, produrre visibilità e costruire appartenenza. È qui che la società in rete modifica la forma stessa della politica.
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Oggi quella stessa chiave può essere riutilizzata, con le dovute differenze, per osservare un fenomeno ancora più denso e inquieto: MAGA. Non come semplice slogan elettorale, né come mera variante americana del populismo europeo, ma come ecosistema politico-identitario in cui leadership carismatica, comunicazione disintermediata, mobilitazione simbolica e cornice morale tendono a fondersi in modo sempre più evidente.
Lo scontro esploso in questi giorni tra Donald Trump e Papa Leone XIV rende visibile proprio questo punto. Dopo le critiche del pontefice alla guerra contro l’Iran, Trump lo ha attaccato pubblicamente, definendolo “terrible” sulla politica estera e “weak on crime”.
Il Papa ha risposto che continuerà a parlare di pace sulla base del Vangelo e che non ha paura dell’amministrazione Trump. Poco dopo, in una lettera diffusa dal Vaticano, Leone XIV ha avvertito che le democrazie degenerano quando il potere si separa da virtù, saggezza e bene comune.
Nel merito, lo scontro non è nato nel vuoto. Papa Leone ha definito il conflitto con l’Iran “atrocious”, mentre nell’universo evangelico vicino a Trump la guerra è stata rilanciata anche come scontro spirituale tra bene e male, con riferimenti biblici, richiami profetici e perfino giustificazioni scritturistiche della violenza da parte di figure di vertice come Pete Hegseth. Proprio questa asimmetria è rivelatrice: il Papa richiama un limite morale universale; il trumpismo risponde caricando la decisione politica di una missione morale e quasi civile-religiosa.
In fondo, una previsione di tensione di questo tipo era già affiorata in un mio articolo del maggio 2025, Leone contro i Leoni, dove leggevo l’elezione di Leone XIV come possibile contraltare spirituale a un Occidente sempre più tentato di piegare il cristianesimo a strumento identitario e politico. Riletto oggi, quel passaggio aiuta a vedere meglio il punto: il Papa non entra qui solo come capo religioso, ma come voce che sottrae al potere politico la pretesa di monopolizzare il linguaggio morale.
Se ci limitassimo alla superficie, potremmo leggere la vicenda come l’ennesima polemica tra due personalità forti. Ma fermarsi qui significherebbe perdere la questione decisiva.
Perché ciò che emerge non è soltanto un dissenso diplomatico o morale. È un conflitto tra forme concorrenti di legittimazione.
Da una parte c’è una leadership politica che tende a presentarsi come unica interprete del destino collettivo, concentrando su di sé il bisogno di protezione, eccezione, forza e riscatto.
Dall’altra c’è un’autorità religiosa che, richiamando il limite morale del potere, sottrae a quella leadership una parte della sua pretesa simbolica. Quando il Papa denuncia la guerra, l’idolatria della forza o l’uso improprio del linguaggio religioso, non contesta solo una scelta di governo: colpisce anche la narrazione che cerca di investire il capo politico di una funzione quasi provvidenziale.
Naturalmente non si tratta di attribuire a Trump una teologia politica compiuta, né di chiamare automaticamente messianismo ogni uso politico del linguaggio religioso. Il punto è più circoscritto: osservare se, dentro l’universo MAGA, la leadership non stia tentando di caricarsi di una investitura morale più ampia di quella strettamente politica.
Lo scampato attentato di Butler, in Pennsylvania, può aver avuto un effetto decisivo.
Non soltanto sul piano elettorale o emotivo, ma su quello simbolico. Dopo quell’evento, una parte importante del suo mondo di riferimento ha letto la sopravvivenza come segno provvidenziale, come prova del fatto che Trump fosse stato risparmiato per una missione. La cosa più interessante è che questa lettura non è rimasta confinata ai sostenitori: Trump ha poi dichiarato di essere stato “salvato da Dio” per rendere di nuovo grande l’America, e nel febbraio 2025 ha detto che i tentativi di assassinio avevano cambiato il suo rapporto con la religione, annunciando anche la creazione di una White House Faith Office.
Più che parlare di una convinzione messianica in senso pieno, conviene allora distinguere tre piani.
Il provvidenzialismo è la lettura di un evento come segno di protezione o elezione superiore.
La sacralizzazione della leadership è il processo attraverso cui il leader viene investito di un’aura simbolica che eccede la normale rappresentanza democratica.
Il messianismo, invece, implica un salto ulteriore: non soltanto eccezionalità o protezione, ma missione necessaria, quasi redentiva, presentata come risposta storicamente decisiva a una crisi collettiva.
Nel caso Trump, parlare oggi di tonalità provvidenzialista e di sacralizzazione della leadership appare più prudente e più fondato che parlare di messianismo in senso pieno.
In fondo, un’intuizione di questo tipo era già affiorata in un mio articolo del gennaio 2025 dedicato al lessico dell’“Ipnocrazia”, dove osservavo come la nuova comunicazione politica non si limiti a persuadere, ma tenda a modellare stati di coscienza collettivi, economie emotive e percezioni condivise.
In quel contesto notavo anche come il tentato attentato contro Trump potesse rafforzarne l’immagine di figura invulnerabile, quasi messianica. Riletto oggi, quel passaggio aiuta a capire meglio il punto: non siamo solo davanti a una leadership che cerca consenso, ma a una leadership che tende a trasformare eventi biografici, traumi e sopravvivenze in segni di investitura simbolica.
Ed è proprio qui che il tentato attentato di Butler torna a collegarsi al conflitto con il Papa.
Quanto più una leadership viene percepita, o si autorappresenta, come investita da una missione eccezionale, tanto meno tollera l’esistenza di una autorità morale autonoma che ne relativizzi la pretesa simbolica. Lo scontro con Leone XIV può essere letto anche così: non solo come dissenso sulla guerra, ma come urto tra una leadership che tende a caricarsi di una legittimazione quasi provvidenziale e una voce religiosa che le ricorda che il potere non si auto-assolve.
In questo senso, Castells torna utile. Non perché avesse “previsto Trump”, formula che banalizzerebbe sia Castells sia il fenomeno MAGA. Piuttosto perché aveva colto la trasformazione dell’ambiente in cui fenomeni di questo tipo sarebbero diventati possibili. Aveva visto che la crisi della democrazia liberale classica non passa soltanto per il declino dei partiti, ma per la riorganizzazione del conflitto attorno a reti, identità, simboli, mobilitazioni tematiche, flussi informativi e nuove forme di appartenenza.
La sua intuizione sulla politica informazionale aiuta a capire perché oggi la lotta politica non si giochi più solo sulle decisioni, ma sulle immagini, sugli affetti, sulle fedeltà, sulla definizione stessa del bene e del male pubblici.
MAGA appare precisamente come una formazione di questo tipo.
Non è soltanto un partito nel partito, né solo una base elettorale. È una costellazione che tiene insieme identità nazionale, guerra culturale, sfiducia verso le istituzioni tradizionali, leadership personalizzata, ecosistemi mediatici paralleli e crescente densità morale della mobilitazione.
Qui conviene distinguere bene tre livelli, che spesso vengono confusi.
Il primo è il livello elettorale: la politica cerca il voto dei religiosi, come ha sempre fatto in molte democrazie.
Il secondo è il livello linguistico e simbolico: la politica non si limita più a cercare il consenso dei credenti, ma comincia a parlare religiosamente, a rivestire le proprie azioni di un’aura etica, provvidenziale, talvolta perfino escatologica.
Il terzo è il livello della legittimazione: il leader non si presenta più soltanto come rappresentante politico, ma tende a occupare anche uno spazio morale, come se fosse lui a interpretare in modo esclusivo il confine tra bene e male, salvezza e minaccia, ordine e caos.
È soprattutto su questo terzo livello che il caso diventa interessante.
Non siamo più soltanto di fronte a una politica che cerca il voto dei religiosi.
Siamo di fronte a una politica che prova a farsi leggere come missione. Quando l’apparato trumpiano usa la guerra come prova di fedeltà morale, quando i suoi alleati religiosi la interpretano entro un orizzonte spirituale più ampio, quando il leader stesso si muove dentro una retorica di eccezione, e arriva perfino a diffondere un’immagine generata con l’intelligenza artificiale che lo ritrae in una posa cristologica e in abiti sacri, non siamo ancora obbligati a parlare di messianismo in senso pieno; ma possiamo parlare, con maggiore prudenza, di una sacralizzazione della leadership politica.
Sacralizzare la leadership non significa trasformare automaticamente un leader in una figura religiosa. Significa, più precisamente, caricare il comando politico di attributi simbolici che eccedono la normale rappresentanza democratica.
Il leader non appare più solo come governante, mediatore o interprete di interessi, ma come figura eccezionale chiamata a proteggere, redimere, salvare, ristabilire un ordine minacciato. In questo passaggio la politica cambia tono: non domanda soltanto consenso, ma adesione; non cerca soltanto sostegno, ma investitura.
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Il punto, del resto, non riguarda soltanto il linguaggio di Trump. Riguarda anche il clima istituzionale che gli si sta formando attorno. In diverse agenzie federali, incluso il Pentagono, sono stati segnalati un aumento di servizi religiosi cristiani, email devozionali, uffici della fede e iniziative religiose presentate come volontarie ma percepite da alcuni dipendenti come potenzialmente pressanti, soprattutto in ambienti fortemente gerarchici. Qui l’argomento non è che esista un obbligo formale di “praticare la messa”, ma che la religione venga sempre più normalizzata come cornice simbolica dell’apparato pubblico, compreso quello della forza.
È qui che il conflitto con il Papa diventa particolarmente rivelatore.
Finché la religione resta ancella del consenso, il rapporto può funzionare. Ma quando un’autorità religiosa indipendente rivendica un proprio giudizio morale sulla guerra, sulla pace, sull’abuso del potere e sull’uso improprio del sacro, allora il rapporto si incrina.
Il Papa, in questo quadro, non è solo un capo religioso. È anche una contro-autorità morale.
E proprio per questo può disturbare una leadership che tende a presentarsi come centro esclusivo di interpretazione del bene collettivo. Se il leader politico cerca di occupare il terreno della protezione, della giustizia, della verità e della salvezza pubblica, il Papa rappresenta una voce che può sottrargli quel monopolio simbolico, ricordandogli che esiste un limite etico che il potere non può auto-definire da solo.
In un conflitto di questo tipo, il Papa non entra in scena solo come figura religiosa o diplomatica. Entra come istanza capace di contestare il potere sul piano della legittimazione morale.
La sua forza non dipende da apparati coercitivi né da una base elettorale, ma dal fatto che parla in nome di un ordine etico che pretende di non coincidere con il calcolo strategico del potere. Proprio per questo, quando critica guerra, violenza o idolatria della forza, non contesta soltanto una decisione politica: mette in questione la narrazione morale che quella decisione cerca di costruire.
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Del resto, il terreno su cui questo conflitto esplode era già preparato. La coalizione trumpiana, proprio perché fortemente simbolica, può entrare in tensione quando la fonte della legittimazione morale non coincide più con il leader ma con un’altra istanza di autorità. Questo non significa che Trump perderà automaticamente il sostegno religioso che lo sostiene. Significa però che una formazione politica costruita anche su fedeltà simboliche può incrinarsi quando il centro morale della scena non appare più univoco. L’attacco di Trump al Papa e la diffusione dell’immagine AI a sfondo cristologico hanno generato disagio e critiche anche in ambienti cattolici e conservatori.
A questo punto la domanda diventa più grande del singolo episodio. Politica e religione si stanno unendo? Forse non nel senso semplice di una fusione completa. Parlerei piuttosto di un intreccio crescente e di una competizione per il monopolio dell’autorità morale.
Da un lato, la politica contemporanea tende sempre più a caricarsi di linguaggi assoluti, a dividere il mondo tra salvati e nemici, a chiedere adesione più che consenso ragionato. Dall’altro, la religione, quando non si lascia assorbire da questa dinamica, torna a svolgere una funzione di limite, di giudizio, di contraddizione.
Ed è proprio qui che la lettura di Castells si rivela ancora attuale. Perché la politica informazionale non produce soltanto nuovi media o nuove forme di mobilitazione. Produce anche una nuova densità simbolica del potere. Il leader non deve più solo governare: deve incarnare. Deve rappresentare non soltanto interessi, ma destino. Deve mostrarsi come interprete esclusivo di un popolo, di una civiltà, di un ordine morale minacciato.
In un simile contesto, il conflitto con il Papa non è un incidente. È quasi inevitabile. Perché due autorità che parlano entrambe il linguaggio del bene comune, del male da combattere e della verità da difendere finiscono prima o poi per contendersi il centro morale della scena.
Il punto, allora, non è stabilire se Trump creda davvero nella religione che mobilita o se la usi soltanto come strumento. Questa domanda, pur legittima, rischia di essere secondaria. Nella politica informazionale ciò che conta non è solo l’intenzione privata del leader, ma l’effetto pubblico della narrazione. E l’effetto, oggi, è sotto gli occhi di tutti: la religione entra sempre più nel linguaggio della mobilitazione politica, mentre la politica tenta di assorbirne simboli, posture e promesse.
Forse è questo il passaggio che dovremmo osservare con più attenzione. Non soltanto una politica che usa la fede per rafforzarsi, ma una politica che comincia a desiderare per sé qualcosa di più: non solo obbedienza, non solo consenso, ma una forma di investitura morale totale.
Quando accade, il conflitto con un’autorità religiosa autonoma smette di essere marginale. Diventa una delle crepe attraverso cui si vede meglio la trasformazione in corso.
E allora il punto non è solo Trump. Non è solo MAGA. Il punto è capire se stiamo entrando in una fase in cui la crisi della rappresentanza non produce soltanto nuovi partiti o nuove piattaforme, ma anche nuovi tentativi di sacralizzare il comando.
Se è così, allora la vecchia domanda di Castells sulla democrazia informazionale si fa ancora più urgente. Perché non riguarda più soltanto il rapporto tra reti e politica. Riguarda il rapporto tra potere, immaginario, identità e verità morale.
In fondo, la posta in gioco è tutta qui: quando la politica non si accontenta più di governare il mondo, ma vuole anche redimerlo, chi resta a ricordarle che non è Dio?
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