Quando studiare aiuta a capire in quale direzione stiamo andando
L’esito delle elezioni politiche del marzo 2018 ha prodotto un evidente scompiglio nel panorama politico italiano. Da settimane giornali, talk show, opinionisti e politologi discutono le cause della vittoria dei due principali soggetti definiti populisti, Lega e Movimento 5 Stelle, che si apprestano in questi giorni a dar vita a un’alleanza di governo
Eppure, a ben guardare, ciò che sta accadendo non era del tutto imprevedibile. Se molti dei nostri esperti si fossero soffermati negli anni scorsi sulle conclusioni di alcune ricerche e sulla lettura di testi scientifici fondamentali nell’ambito delle scienze politiche e della sociologia, probabilmente avrebbero potuto intuire con maggiore anticipo la direzione verso cui il mondo, e con esso anche l’Italia, si stava muovendo.
A questo proposito, può essere utile richiamare il pensiero di Manuel Castells e in particolare alcune riflessioni contenute ne Il potere delle identità.
Più che limitarsi a commentare l’attualità politica, Castells aveva già individuato, con largo anticipo, alcune tendenze profonde capaci di trasformare la democrazia contemporanea nella società in rete.
Il suo ragionamento parte da una distinzione fondamentale: lo Stato non coincide con la Nazione. Lo Stato è un’organizzazione politica, dotata di autorità, di risorse e di strumenti materiali per esercitare un potere indipendente all’esterno e supremo all’interno. La Nazione, invece, appartiene a un’altra dimensione: quella dell’identità, della storia e dell’appartenenza collettiva. Confondere i due piani significa non comprendere fino in fondo la natura della crisi attuale.
Nel ragionamento di Castells questo passaggio non è un dettaglio teorico, ma una chiave di lettura decisiva. Lo Stato è un’organizzazione politica: amministra, esercita autorità, dispone di apparati, risorse e strumenti di potere. La Nazione, invece, appartiene soprattutto al piano dell’identità collettiva: memoria, appartenenza, immaginario condiviso.
Quando questi due livelli vengono confusi, si rischia di non capire la natura profonda di molte crisi contemporanee. Perché una democrazia può entrare in tensione non solo per il cattivo funzionamento delle istituzioni, ma anche per lo scarto crescente tra strutture politiche e vissuti identitari.
Secondo Castells, nel mondo stanno emergendo embrioni di una nuova politica democratica. Per comprenderli, però, non basta osservare i mutamenti delle istituzioni: bisogna guardare al nuovo ambiente in cui la politica prende forma.
È qui che entra in gioco un concetto decisivo del suo pensiero: quello di politica informazionale.
Con questa espressione, Castells non si riferisce semplicemente alla politica che usa Internet. Si riferisce a qualcosa di più radicale: a una politica che si sviluppa dentro un ambiente in cui informazione, comunicazione, reti, simboli e flussi mediali non sono più una semplice cornice esterna, ma diventano materia stessa del conflitto democratico.
In un contesto simile, il potere non si esercita soltanto nelle sedi istituzionali, nei partiti o nei parlamenti. Si esercita anche nella capacità di orientare percezioni, mobilitare identità, costruire visibilità pubblica e far circolare messaggi. È in questo senso che la società in rete modifica la forma stessa della politica.
Ed è proprio dentro questo scenario che Castells individua almeno tre tendenze particolarmente rilevanti.
1. Il ritorno del livello locale
La prima riguarda la ricostruzione della democrazia a livello locale. In molte società, osserva Castells, la democrazia locale sembra rifiorire più di quella politica nazionale. Questo accade soprattutto quando i governi regionali e locali cooperano tra loro e quando il decentramento riesce a coinvolgere i cittadini fino alla dimensione dei quartieri, favorendo una partecipazione più concreta e percepibile.
Quando poi i mezzi elettronici di comunicazione – dalla comunicazione via computer fino alle emittenti radiofoniche e televisive – si sommano a questo processo, la partecipazione e la consultazione dei cittadini possono espandersi ulteriormente. In questo senso, le nuove tecnologie non sono soltanto strumenti tecnici, ma fattori che possono contribuire a promuovere nuove forme di coinvolgimento politico, dal governo locale fino a livelli più ampi.
Esperienze di autogestione locale, come quella del comune di Cuiabá nel Mato Grosso citata da Castells, mostrano come sia possibile tentare di ricostruire legami di rappresentanza politica capaci di affrontare, almeno in parte, le sfide poste dalla globalizzazione economica e dall’imprevedibilità del sistema politico.
Naturalmente il localismo presenta anche i suoi limiti, perché può accentuare la frammentazione dello Stato-nazione. Tuttavia, se si guarda con attenzione a ciò che si osserva in molte aree del mondo, proprio a livello locale sembrano manifestarsi, già dalla metà degli anni Novanta, alcune delle tendenze più significative per una possibile ri-legittimazione della democrazia.
2. La partecipazione elettronica e i suoi limiti
La seconda tendenza riguarda la possibilità, offerta dai mezzi di comunicazione elettronici, di accrescere la partecipazione politica e favorire forme di comunicazione orizzontale tra i cittadini.
Qui il punto è particolarmente interessante. Grazie alle nuove tecnologie, i cittadini possono formare costellazioni politiche e ideologiche più flessibili, eludendo in parte le strutture prestabilite della politica tradizionale. Si apre così uno spazio politico più mobile, più adattabile, meno rigidamente organizzato secondo i vecchi canali della rappresentanza.
Ma Castells non cade in facili entusiasmi. Al contrario, sottolinea anche le critiche più serie alla cosiddetta democrazia elettronica. La politica online, infatti, potrebbe accentuare l’individualizzazione della politica e della società fino a un punto in cui integrazione, consenso e costruzione istituzionale diventano più difficili da conseguire.
Per approfondire la questione, Castells richiama anche alcune indagini svolte nel 1996 dagli studenti del suo seminario post-laurea a Berkeley sulla sociologia della società dell’informazione. Da quelle analisi emergeva già un dato significativo: Internet aveva svolto un ruolo importante nella diffusione di informazioni sui candidati, nel rafforzamento del sostegno e nell’aumento dei contributi elettorali. Tuttavia, i canali di comunicazione risultavano ancora fortemente monitorati e controllati, al punto da trasformarsi sostanzialmente in sistemi monodirezionali: più potenti e flessibili della televisione, ma non per questo realmente più aperti alla partecipazione dei cittadini.
Qui Castells coglie un nodo che oggi appare ancora più evidente: controllo politico del messaggio e apertura elettronica tendono facilmente a entrare in tensione. Finché il processo politico resta saldamente controllato dai partiti e dai comitati elettorali organizzati, la partecipazione elettronica dei cittadini rischia di restare sullo sfondo della politica informazionale, almeno per quanto riguarda le elezioni ufficiali e la formazione delle decisioni.
La rete promette apertura, velocità, accesso, interazione. Ma Castells invita a non confondere la crescita dei canali comunicativi con una crescita automatica della democrazia.
Più comunicazione non significa necessariamente più deliberazione. Le piattaforme possono moltiplicare le voci, ma anche accentuare individualizzazione, polarizzazione, dispersione del consenso e difficoltà di costruire mediazioni stabili.
Il paradosso è questo: la tecnologia può ampliare la partecipazione, ma può anche rendere più fragile l’integrazione politica che una democrazia ha bisogno di mantenere.
3. Le mobilitazioni su singole questioni
La terza tendenza è forse quella che più aiuta a comprendere il presente. Si tratta dello sviluppo di mobilitazioni simboliche e di campagne costruite attorno a singole questioni, promosse da gruppi e individui spesso esterni al sistema politico ufficiale.
Cause umanitarie, ambientali, civili, etiche: per Castells, queste forme di attivazione rappresentano uno dei più forti fattori di proposta e mobilitazione nella politica informazionale. Non si tratta necessariamente di movimenti schierati con un partito, né di soggetti che aspirano sempre a trasformarsi in rappresentanza politica diretta. Si collocano piuttosto in una zona intermedia tra movimenti sociali e azione politica.
Queste mobilitazioni si rivolgono direttamente ai cittadini, chiedendo loro di fare pressione sulle istituzioni pubbliche o sulle imprese private in grado di incidere sulle questioni oggetto delle singole campagne. In altri casi fanno appello direttamente alla solidarietà collettiva. Il loro orizzonte, in definitiva, consiste nell’agire sul processo politico, cercando di influenzare l’amministrazione della società senza passare necessariamente per i canali tradizionali della rappresentanza.
È proprio questo il punto più interessante: queste forme di mobilitazione, non partitiche e orientate a questioni specifiche, stanno conquistando crescente legittimazione in molte società e sembrano in grado di condizionare le regole e perfino gli esiti della competizione politica ufficiale.
Uno dei punti più acuti di Castells riguarda l’emersione di mobilitazioni costruite attorno a temi specifici: ambiente, diritti, cause umanitarie, sicurezza, identità, beni comuni.
Queste forme di attivazione non coincidono del tutto né con i partiti tradizionali né con i movimenti storici del Novecento. Si collocano in una zona intermedia: parlano direttamente ai cittadini, chiedono pressione su istituzioni e imprese, costruiscono consenso su singoli temi e possono influenzare in modo concreto la politica ufficiale.
È in questo spazio che la democrazia liberale classica entra in tensione con una nuova forma di partecipazione, più fluida, più simbolica, più intermittente, ma anche sempre più capace di incidere sugli equilibri del sistema.
Da una parte, esse restituiscono legittimità alla cura dell’interesse pubblico, introducendo nuove dinamiche e nuove questioni politiche. Dall’altra, però, contribuiscono anche ad approfondire la crisi della democrazia liberale classica, favorendo l’emergere di una democrazia informazionale ancora tutta da comprendere.
Una chiave di lettura per il presente
Alla luce di queste riflessioni, il caso italiano del 2018 appare meno sorprendente di quanto molti abbiano raccontato. L’ascesa di soggetti politici capaci di intercettare malcontento, domanda di disintermediazione, crisi della rappresentanza e mobilitazioni tematiche non è un fenomeno nato dal nulla. È piuttosto il segnale di una trasformazione più profonda, che studiosi come Castells avevano già cominciato a leggere oltre vent’anni fa.
Il punto, allora, non è soltanto spiegare una vittoria elettorale. Il punto è riconoscere che la politica contemporanea sta cambiando forma. Le vecchie categorie non bastano più da sole a interpretare ciò che accade. La crisi dei partiti tradizionali, il ruolo delle reti, l’emergere di identità politiche fluide, la forza delle mobilitazioni su singole questioni e la crescente tensione tra partecipazione e controllo della comunicazione stanno disegnando uno scenario nuovo.
Forse è proprio qui che dovremmo ricominciare a guardare, se vogliamo davvero capire in quale direzione stiamo andando.
Approfondimento finale – Che cosa significa politica informazionale
La politica informazionale è un concetto sviluppato da Manuel Castells per descrivere una trasformazione profonda della vita pubblica nelle società in rete. In sostanza, indica l’insieme delle strategie, dei conflitti e dei processi attraverso cui l’informazione diventa una risorsa di potere.
Questo significa che la politica non si gioca più soltanto sul controllo delle istituzioni o delle risorse materiali, ma anche sul controllo dei flussi informativi, delle percezioni collettive e delle interpretazioni della realtà. Chi riesce a orientare ciò che circola, ciò che viene visto, raccontato, enfatizzato o oscurato, esercita già una forma di potere politico.
È per questo che la politica informazionale riguarda almeno tre livelli: il controllo delle infrastrutture di comunicazione, la definizione delle regole che governano l’informazione e la lotta per imporre una certa lettura simbolica degli eventi.
Esempi pratici
- Fake news e guerre ibride: quando un Paese diffonde campagne di disinformazione per influenzare le elezioni o destabilizzare un altro Paese.
- Censura e firewall nazionali: quando uno Stato blocca piattaforme, filtra contenuti o limita l’accesso a informazioni considerate pericolose.
- Movimenti sociali e hashtag: quando campagne civili o mobilitazioni dal basso usano social media e reti digitali per aggirare i canali tradizionali e costruire consenso pubblico.
- Regolazione delle piattaforme: quando si discute se un contenuto debba essere rimosso, limitato, amplificato o lasciato circolare sulle grandi piattaforme digitali.
In questo senso, la politica informazionale è una delle chiavi più utili per leggere il presente. Perché nella nostra epoca il potere non passa soltanto attraverso il controllo dei territori, dei corpi o delle istituzioni, ma sempre più anche attraverso il controllo delle informazioni, delle percezioni e dei significati.
Riferimento
Rielaborazione da Manuel Castells, Il potere delle identità, volume II di The Information Age: Economy, Society and Culture, EGEA, Università Bocconi.
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