Episodio II – L’acqua vivente

Il corpo come paesaggio d’acqua

Nell’Episodio 0 avevamo seguito l’acqua nei cunicoli nascosti di Napoli.
Nell’Episodio I l’abbiamo guardata da vicino, come oggetto imbarazzante per la fisica: niente teoria completa, solo modelli parziali, domini ordinati e disordinati che si inseguono.

In questo Episodio II l’acqua si avvicina ancora di più: non è più solo quella nel bicchiere o nelle falde sotterranee, ma l’acqua che ci abita.
Quella che riempie le nostre cellule, che scorre nel sangue, che vibra con il cuore, che avvolge ogni proteina e ne decide la forma.

Il fisico teorico Giuseppe Vitiello, allievo e collaboratore di Emilio Del Giudice, ci invita a cambiare ancora una volta il frame: non basta dire che siamo fatti per il sessanta o settanta per cento di acqua. Se guardiamo al numero di molecole, la percentuale sale a oltre il novanta.
Tradotto: non siamo un po’ d’acqua che bagna molecole “più importanti”. Siamo, prima di tutto, un immenso ambiente acquoso organizzato.

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Siamo quasi solo molecole d’acqua

Quando leggiamo che il corpo umano è composto per la maggior parte di acqua, archiviamo spesso la cosa come una curiosità da libro di scuola.
Fa effetto, ma resta astratta.
Vitiello, invece, ci costringe a guardare quel numero da un’altra angolazione: non in termini di peso, ma di numero di molecole.

In massa, è vero, l’acqua si aggira intorno a quel famoso sessanta per cento.
Ma se contiamo le singole unità che compongono il corpo, scopriamo che le molecole d’acqua sono di gran lunga predominanti. Sono loro la folla, il mare di sfondo su cui galleggiano tutte le altre strutture: lipidi, proteine, acidi nucleici.

Improvvisamente l’immagine cambia.
L’acqua smette di essere “il solvente neutro in cui avvengono le reazioni” e diventa l’ambiente strutturante in cui la vita prende forma. È come passare da una città immaginata come somma di edifici a una città vista come intreccio di strade, piazze, flussi. Gli edifici contano, certo, ma senza la geometria dei percorsi non sapremmo nemmeno come attraversarla.

L’acqua come campo di gioco, tra dipoli, frecce, correlazioni

La molecola d’acqua non è simmetrica. La distribuzione delle cariche non è perfettamente bilanciata: una parte tende a essere più negativa, un’altra più positiva.
Per questo, in fisica, si dice che l’acqua è un dipolo elettrico.
È come se ogni molecola fosse una minuscola freccia con un verso preciso.

Immaginare il corpo come un paesaggio di frecce elettriche che si orientano, si disorientano, si riallineano di continuo, aiuta a capire perché l’acqua non è semplicemente un “riempitivo”.
Queste frecce non puntano tutte in direzioni casuali. Vivono in un ambiente dove arrivano campi elettrici, segnali chimici, variazioni di temperatura, onde meccaniche. Ogni molecola d’acqua sente le altre, si lascia influenzare, si coordina a volte in modo quasi corale, a volte in modo più disordinato.

È qui che ritorna il discorso dei domini di coerenza introdotti nell’Episodio I.
Dentro un essere vivente non abbiamo solo molecole isolate che si urtano alla cieca, ma regioni dove l’acqua sembra comportarsi in maniera più ordinata, quasi come se un campo invisibile tenesse insieme le frecce orientandole in modo coerente. Altre regioni, invece, restano più caotiche, più libere. L’equilibrio dinamico fra queste due modalità di esistenza è ciò che, secondo questa linea di ricerca, permette al sistema vivente di rispondere agli stimoli del mondo esterno.

L’acqua che dialoga con il mondo in un sistema aperto

Un organismo vivente è un sistema aperto. Respira, mangia, elimina scorie, riceve luce, suono, tocco, stress, farmaci.
Ogni scambio modifica, anche se di poco, l’assetto interno del sistema: non solo a livello di singole molecole, ma anche a livello di come l’acqua che le circonda è organizzata.

Se prendiamo sul serio l’idea che l’acqua non è solo un “supporto” ma una parte attiva dell’organizzazione vivente, allora ogni intervento esterno, come un cambiamento di dieta, un farmaco, un campo elettromagnetico, non agisce soltanto sulla sua “molecola bersaglio”, ma inevitabilmente tocca anche la rete di correlazioni dell’acqua.

Vitiello lo dice in modo molto semplice e allo stesso tempo spiazzante: quando assumiamo un farmaco, non stiamo introducendo una particella isolata in un vuoto neutro. Lo stiamo immergendo in un mare di molecole d’acqua che reagisce, si riassesta, ridefinisce legami e distanze. Una parte di ciò che chiamiamo “effetti collaterali” potrebbe essere letta anche come la traccia di questo riassetto globale, e non soltanto come l’impatto di quella sostanza su un singolo recettore.

Non è una verità già dimostrata, è un’ipotesi di lavoro. Ma è un’ipotesi che allarga lo sguardo: dalla biochimica locale alla biofisica del tutto, dal singolo ingranaggio al movimento dell’intera macchina.

Quando l’acqua non si disperde tra  cascate, aerosol e nuvole

Nel documentario che ha ispirato questa serie, c’è un passaggio che riguarda lo studio dell’aria vicino alle cascate alpine.
Chi misura la distribuzione delle minuscole goccioline in sospensione nell’aria scopre che alcune scompaiono molto rapidamente quando ci allontaniamo dal getto, come era prevedibile. Altre, invece, restano curiosamente stabili: certe dimensioni di goccia sembrano “resistere”, come se qualcosa tenesse insieme quella struttura anche a distanza dalla cascata.

Quando questi dati vengono portati a Emilio Del Giudice, lui propone una lettura che intreccia fisica e immaginazione. Parla di domini di coerenza nell’acqua, di zone in cui le molecole si muovono come un corpo unico, sostenute da un campo elettrodinamico che conferisce loro stabilità. Non sono i numeri a cambiare, è il modo in cui si tengono insieme che fa la differenza.

L’immagine è quella di una nuvola che galleggia nel cielo: le goccioline potrebbero disperdersi come fumo, ma restano aggregate, come se obbedissero a una regola comune. Non è la stessa cosa, ma è una metafora che aiuta a visualizzare l’idea.
Nel laboratorio, invece, ci accorgiamo che campi elettromagnetici anche deboli, non “termici”, possono disturbare questi assetti, rompere la coerenza, far “collassare” strutture che fino a un attimo prima sembravano stabili.

A quel punto la crisi non è solo teorica, ma quasi personale: ci rendiamo conto che la nostra percezione è ancora legata a oggetti separati -particelle, molecole, gocce- mentre ciò che davvero conta, nel modo in cui l’acqua si comporta, sono i legami invisibili che le tengono insieme.

I legami che non si vedono

C’è un passaggio del documentario che porta questo discorso fuori dai laboratori e dentro le relazioni umane.
Una psicoterapeuta, Margherita Tosi Del Giudice, lavora con neonati e genitori usando un massaggio delicatissimo, quasi impercettibile, per sostenere il legame madre–bambino. È un lavoro che sembra lontanissimo dai dipoli, dalle frequenze, dai domini di coerenza. Eppure parla della stessa cosa: dei legami che non si vedono, ma che fanno la differenza.

Nel corpo a corpo con il neonato non ci sono solo muscoli e pelle, c’è un dialogo di ritmi e di acque: respiri che si sincronizzano, tensioni che si sciolgono, sistemi nervosi che si regolano l’un l’altro.
L’acqua, in questo, non è mai nominata, ma è sempre presente.
È il mezzo in cui si propagano le vibrazioni del cuore, la temperatura della pelle, il rilascio di ormoni e neuromediatori.

Mentre ascolto queste storie, mi viene naturale pensare che forse la difficoltà non è tanto capire se l’acqua “ha memoria” in senso tecnico, ma imparare a riconoscere che una parte della realtà è fatta di legami più che di cose.
E l’acqua, con la sua capacità di organizzarsi, di risuonare, di fare da ponte fra ciò che è separato, è una delle immagini più potenti di questo modo di vedere il mondo.

Dall’acqua alla crisi di percezione

Arrivati qui, non abbiamo ancora risposto alla domanda che ossessiona l’immaginario: l’acqua conserva tracce, ricorda, si comporta come un archivio invisibile?
Per ora, la risposta resta prudente. L’acqua non è un registratore che conserva un nastro fedele di tutto ciò che ha toccato. Non basta pronunciare la parola “frequenza” per trasformare un discorso in fisica.

Quello che possiamo dire, però, è che siamo nel mezzo di una crisi di percezione.
Da un lato, abbiamo una fisica che, con la QED e con i modelli quantistici più recenti, ci mostra un’acqua molto più complessa, duttile e sensibile di come l’abbiamo studiata per decenni.
Dall’altro, abbiamo un immaginario che corre più veloce dei dati e tende a trasformare qualunque spiraglio in una promessa assoluta: l’acqua che guarisce, l’acqua che ricorda tutto, l’acqua che si carica di intenzioni.

Fra questi due estremi c’è lo spazio che mi interessa: quello in cui possiamo tenere aperta la domanda senza smettere di essere rigorosi.

Possiamo riconoscere che l’acqua è un attore fondamentale della vita, che non è neutra rispetto a ciò che la attraversa, che potrebbe essere più coinvolta di quanto pensiamo nei modi in cui il corpo risponde ai farmaci, allo stress, ai campi.
Possiamo farlo senza trasformare ogni ipotesi in dogma, e senza ridurre tutto a superstizione solo perché disturba il quadro che conosciamo.

Nel prossimo episodio continuerò a restare su questo crinale sottile, dove la fisica più rigorosa sfiora un immaginario che corre sempre un po’ più veloce dei dati. Proverò a farlo con due antenne accese: da un lato quella del fisico che chiede prove, dall’altro quella del Decimo Uomo che si domanda perché, anche quando le prove non bastano, certe storie sull’acqua e sulla vita continuano comunque a parlarci così forte.

Forse, ancora una volta, la risposta è da cercare nell’acqua.
Non solo in quella che beviamo, ma in quella che siamo.

L’ispirazione per questa nuova riflessione mi è arrivata ascoltando le parole del prof. Giuseppe Vitiello nel documentario “L’acqua e le frequenze della vita”, trasmesso su Prime Video.


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