Da molto tempo le imprese conducono una battaglia testa a testa con i propri concorrenti, alla ricerca di crescita, vantaggio competitivo, quote di mercato, differenziazione e redditività.
È la logica più conosciuta del mercato: osservare ciò che fanno gli altri, provare a farlo meglio, più velocemente, a minor costo, con una comunicazione più efficace o con un posizionamento più aggressivo.
Ma nei mercati sovraffollati questa logica produce spesso un effetto prevedibile: tutti finiscono per muoversi nello stesso spazio, secondo regole simili, contendendosi la stessa domanda.
È qui che nasce la metafora dell’oceano rosso.
L’oceano rosso è lo spazio della competizione frontale. È il mercato già conosciuto, già presidiato, già codificato. Le regole del gioco sono definite, i confini del settore sembrano stabiliti, i concorrenti si affrontano per conquistare quote di mercato.
In questo scenario, la crescita di un’impresa viene spesso interpretata come perdita per un’altra. Il mercato appare come un gioco a somma zero: se uno guadagna spazio, qualcun altro lo perde.
La competizione diventa allora la variabile dominante della strategia.
Il problema è che, quando tutti guardano i concorrenti, pochi riescono ancora a guardare il valore.
E quando tutti cercano di vincere dentro lo stesso campo di gioco, diventa sempre più difficile immaginare un campo diverso.
Dall’oceano rosso all’oceano blu
La Blue Ocean Strategy, elaborata da W. Chan Kim e Renée Mauborgne, propone un cambio di prospettiva: non competere meglio dentro mercati saturi, ma creare nuovi spazi di valore dove la competizione diventa meno rilevante.
Navigare in un oceano blu non significa cercare un mercato facile, privo di difficoltà o di rischi.
Significa qualcosa di più profondo: imparare a vedere possibilità che la logica competitiva tradizionale tende a non vedere.
L’oceano blu è lo spazio della domanda ancora inesplorata, dei bisogni non ancora pienamente riconosciuti, delle combinazioni nuove tra prodotti, servizi, esperienze, tecnologie, linguaggi e modelli organizzativi.
Non è soltanto una strategia di marketing. È una diversa postura mentale.
In un oceano rosso l’impresa si domanda: come posso battere i miei concorrenti?
In un oceano blu la domanda cambia: quale valore non è ancora stato creato?
Questa differenza è decisiva.
Perché nel primo caso si resta dentro la grammatica della concorrenza.
Nel secondo si prova a ricostruire la grammatica stessa del mercato.
Oceano rosso e oceano blu
L’oceano rosso rappresenta i mercati esistenti: spazi affollati, regolati da confini già riconosciuti, nei quali le imprese competono per conquistare quote di domanda già presenti.
In questi mercati la strategia tende a essere basata sulla concorrenza. Si osservano i competitor, si analizzano le loro mosse, si cerca di superarli sul prezzo, sulla qualità, sulla comunicazione, sulla distribuzione o sulla differenziazione.
L’oceano blu, invece, indica uno spazio di mercato non ancora pienamente esplorato. Non si tratta semplicemente di “inventare qualcosa di nuovo”, ma di creare una nuova combinazione di valore capace di generare domanda aggiuntiva.
La differenza non è soltanto economica. È cognitiva.
Nell’oceano rosso si combatte dentro un ordine già dato.
Nell’oceano blu si prova a immaginare un ordine diverso.
La visione strutturalista e il limite della competizione
Molte aziende continuano a muoversi secondo una visione che potremmo definire strutturalista.
Secondo questa impostazione, il mercato appare come una struttura data: un ambiente esterno con regole, vincoli, confini e rapporti di forza che l’impresa deve accettare e dentro cui deve cercare la propria posizione difendibile.
In questa prospettiva, la strategia consiste soprattutto nel trovare un vantaggio competitivo all’interno dello spazio esistente.
Si studiano i concorrenti.
Si individuano le loro debolezze.
Si cerca di migliorare la propria offerta.
Si tenta di occupare una posizione più solida.
È una logica che ha avuto e continua ad avere una sua utilità. Ma diventa insufficiente quando i mercati si saturano, quando i prodotti si assomigliano, quando la comunicazione si inflaziona e quando la domanda non cresce più secondo le categorie abituali.
La visione strutturalista tende infatti a considerare il settore come qualcosa di già definito.
Se il settore è attraente, bisogna entrarci.
Se è poco attraente, bisogna difendersi o abbandonarlo.
Se la concorrenza è forte, bisogna rafforzare le proprie barriere.
Se i margini si riducono, bisogna comprimere i costi o differenziarsi meglio.
Tutto questo può funzionare entro certi limiti.
Ma non basta quando il problema non è più competere dentro un mercato, bensì ripensare il modo stesso in cui quel mercato viene immaginato.
La visione ricostruzionista
La teoria dell’Oceano Blu si colloca dentro una prospettiva diversa: la visione ricostruzionista.
Secondo questa visione, i confini del mercato non sono dati una volta per tutte. Sono anche costruzioni cognitive, interpretazioni condivise, abitudini mentali, convenzioni operative.
In altre parole: un mercato non è soltanto ciò che esiste fuori dall’impresa. È anche ciò che il management, gli imprenditori, i progettisti e gli attori economici sono abituati a vedere come mercato.
Questo punto è decisivo. Perché se i confini del mercato sono anche costruzioni mentali, allora possono essere ricostruiti.
La visione ricostruzionista non nega l’esistenza dei vincoli reali. Non dice che il mercato sia pura immaginazione. Ma afferma che la struttura di un settore può essere modificata attraverso un diverso modo di combinare elementi già esistenti.
Prodotti, servizi, tecnologie, esperienze, linguaggi, processi, canali, pubblici, bisogni e modelli di fruizione possono essere ricombinati in modo nuovo.
È qui che si apre l’oceano blu.
Non nel nulla.
Ma in una diversa organizzazione del possibile.
Schumpeter e la dinamica dell’innovazione
Questa prospettiva trova un riferimento importante nel pensiero di Joseph Schumpeter, economista che ha posto al centro della dinamica capitalistica il ruolo dell’innovazione.
Per Schumpeter, produrre non significa soltanto mettere sul mercato beni già esistenti. Significa combinare materiali, forze, risorse e conoscenze in modi nuovi.
L’imprenditore innovatore non si limita a ripetere ciò che già esiste. Introduce nuove combinazioni: nuovi prodotti, nuovi processi, nuovi mercati, nuove forme organizzative, nuove modalità di creare valore.
In una economia statica, i beni vengono prodotti e venduti secondo una domanda più o meno prevedibile. Il sistema si adatta, assorbe gli urti, ma tende a riprodurre se stesso.
Nella realtà, però, l’economia non è mai davvero statica.
Le innovazioni modificano gli equilibri. Aprono fasi espansive. Rendono obsolete alcune strutture. Ne fanno emergere altre. Producono trasformazioni che non riportano semplicemente il sistema al punto di partenza, ma lo riconfigurano.
Schumpeter definisce questo processo distruzione creatrice.
È una formula potente, perché mostra il lato dinamico dell’innovazione: qualcosa nasce, qualcosa scompare, qualcosa si trasforma.
Tuttavia, applicata alla strategia contemporanea, questa formula va letta con attenzione.
L’innovazione non deve essere pensata soltanto come distruzione. Può essere anche creazione di nuovi spazi senza necessariamente annientare quelli esistenti.
L’Oceano Blu non coincide semplicemente con la disruption. Non è la celebrazione ingenua della rottura per la rottura.
È piuttosto una forma di progettazione strategica capace di generare valore nuovo, domanda nuova e significati nuovi.
La questione non è distruggere il mercato precedente.
È uscire dalla sua grammatica competitiva.
Dalla distruzione creatrice alla creazione di valore
Schumpeter ha mostrato che l’innovazione modifica gli equilibri economici. Nuove combinazioni produttive possono sostituire modelli precedenti, aprire nuovi mercati e trasformare l’organizzazione della produzione.
La Blue Ocean Strategy riprende questa intuizione, ma la orienta verso un obiettivo specifico: non limitarsi a competere dentro mercati esistenti, bensì creare nuovi spazi di valore.
In questa prospettiva, l’innovazione non è solo tecnologia.
È anche ricombinazione.
Può nascere da un nuovo modo di usare risorse già disponibili, da un diverso rapporto con il cliente, da una nuova esperienza di consumo, da un linguaggio più efficace, da una forma organizzativa più adatta o da una domanda latente che nessuno aveva ancora saputo interpretare.
L’innovazione vera non consiste sempre nell’aggiungere complessità.
A volte consiste nel togliere ciò che non genera più valore.
Innovazione di valore
Il cuore della Blue Ocean Strategy è il concetto di innovazione di valore.
Questa espressione è importante perché tiene insieme due dimensioni che spesso vengono separate: innovazione e valore.
Non basta innovare per essere strategici.
Non basta introdurre tecnologia.
Non basta essere creativi.
Non basta differenziarsi.
Un’innovazione è strategicamente rilevante quando produce valore riconoscibile per qualcuno: clienti, utenti, comunità, imprese, territori, organizzazioni, istituzioni.
Allo stesso tempo, non basta creare valore secondo le regole già date. Perché se tutti producono valore nello stesso modo, la competizione torna rapidamente a comprimere margini, attenzione e possibilità di crescita.
L’innovazione di valore nasce quando un’organizzazione riesce contemporaneamente a differenziarsi e a rendere sostenibile quella differenziazione.
Non è solo “fare meglio”.
È fare diversamente ciò che conta davvero.
In questa prospettiva, la domanda fondamentale diventa: quali elementi del nostro settore sono considerati inevitabili, ma in realtà possono essere ripensati?
Molti mercati sono prigionieri di abitudini.
Si continua ad aggiungere ciò che non serve più.
Si mantiene ciò che il cliente non percepisce più come valore.
Si difendono procedure ereditate dal passato.
Si investe su caratteristiche che servono più a rassicurare l’impresa che a generare reale utilità per l’utente.
L’innovazione di valore chiede invece di rimettere in discussione la struttura stessa dell’offerta.
Eliminare, ridurre, aumentare, creare
Uno degli strumenti più utili della Blue Ocean Strategy è la griglia delle quattro azioni:
Eliminare – Ridurre – Aumentare – Creare
Questa griglia costringe a porsi quattro domande semplici solo in apparenza.
La prima: quali fattori che il settore considera indispensabili possono essere eliminati?
La seconda: quali fattori possono essere ridotti al di sotto dello standard abituale?
La terza: quali fattori devono essere aumentati oltre lo standard del settore?
La quarta: quali fattori completamente nuovi devono essere creati?
La forza di questo schema sta nel fatto che impedisce di pensare l’innovazione solo come accumulo.
Molte organizzazioni, quando vogliono innovare, aggiungono…:
Aggiungono funzioni.
Aggiungono servizi.
Aggiungono comunicazione.
Aggiungono tecnologia.
Aggiungono complessità.
Ma non sempre aggiungere significa creare valore.
A volte il valore nasce dal semplificare.
A volte dal ridurre.
A volte dall’eliminare ciò che il settore continua a considerare necessario solo per inerzia.
A volte dal creare un elemento nuovo che cambia la percezione complessiva dell’offerta.
Questa è una delle lezioni più interessanti dell’Oceano Blu: l’innovazione strategica non coincide con l’eccesso di prestazione.
Coincide con una diversa architettura del valore.
Le quattro domande strategiche
Per applicare la logica dell’Oceano Blu, una organizzazione dovrebbe porsi almeno quattro domande:
-
Che cosa possiamo eliminare?
Quali elementi del nostro settore vengono mantenuti per abitudine, ma non generano più valore reale? -
Che cosa possiamo ridurre?
Quali caratteristiche assorbono risorse, tempo e attenzione senza produrre un vantaggio percepibile? -
Che cosa possiamo aumentare?
Quali aspetti dell’offerta sono sottovalutati dal settore ma importanti per il cliente, l’utente o la comunità? -
Che cosa possiamo creare?
Quale elemento nuovo può aprire una domanda diversa, un’esperienza diversa, un significato diverso?
Queste quattro domande permettono di uscire dalla semplice imitazione competitiva e di entrare in una logica progettuale.
Non si tratta di migliorare ogni cosa.
Si tratta di capire che cosa conta davvero.
Il passaggio dall’offerta alla domanda
La visione ricostruzionista suggerisce uno spostamento decisivo: dall’offerta alla domanda.
Nella competizione tradizionale, l’impresa guarda soprattutto al proprio settore e ai propri concorrenti.
Nel modello Oceano Blu, invece, l’attenzione si sposta verso la domanda potenziale: chi non è ancora cliente? Chi non partecipa ancora? Chi resta fuori dal mercato perché l’offerta attuale non parla il suo linguaggio, non risponde ai suoi bisogni, non intercetta le sue condizioni di accesso?
Questa domanda è fondamentale.
Perché spesso gli spazi più interessanti non si trovano tra i clienti già conquistati, ma tra i non-clienti.
Persone, gruppi, comunità o organizzazioni che non usano un prodotto o un servizio non perché non ne abbiano bisogno, ma perché quel prodotto o servizio è stato pensato dentro categorie che li escludono, perchè:
– Può essere troppo costoso.
– Troppo complesso.
– Troppo distante culturalmente.
– Troppo tecnico.
– Troppo poco accessibile.
– Troppo simile a ciò che già esiste.
– Troppo legato a un linguaggio che non genera riconoscimento.
Creare un oceano blu significa allora sbloccare una domanda latente.
– Non manipolarla.
– Non forzarla.
– Non inventarla artificialmente.
Ma riconoscerla prima che diventi evidente.
Oltre la concorrenza: la strategia come progettazione culturale
Il punto più interessante dell’Oceano Blu è che può essere applicato ben oltre il campo strettamente aziendale.
Naturalmente nasce come modello manageriale. Ma la sua logica può essere estesa a molti ambiti: imprese, territori, istituzioni culturali, organizzazioni sociali, comunicazione pubblica, progettazione educativa, innovazione civica.
Ogni volta che un sistema si limita a competere dentro categorie già date, rischia di rimanere prigioniero del proprio oceano rosso. Dove accade?
– Accade nei mercati.
– Accade nella politica.
– Accade nella comunicazione.
– Accade nella cultura.
– Accade anche nei territori.
Per quale motivo? Perchè:
– Un territorio può competere imitando altri territori.
– Una città può provare a promuoversi usando gli stessi slogan di tutte le altre.
– Una organizzazione culturale può inseguire format già saturi.
– Una impresa può comunicare prodotti diversi con linguaggi tutti uguali.
– Un progetto sociale può cercare consenso dentro schemi già consumati.
In tutti questi casi il problema non è soltanto la concorrenza.
È l’incapacità di cambiare prospettiva.
La strategia, allora, non è più soltanto tecnica di posizionamento. Diventa progettazione culturale.
Significa leggere il contesto, riconoscere i bisogni latenti, ricombinare risorse, produrre significati, costruire nuove esperienze, creare valore economico ma anche sociale, simbolico e relazionale.
In questo senso, l’Oceano Blu può essere interpretato come una disciplina dello sguardo.
Non vedere solo ciò che già esiste.
Ma ciò che potrebbe esistere se venisse ricombinato diversamente.
Oceano Blu, cultura digitale e nuovi spazi di valore
Nella trasformazione digitale, la metafora dell’Oceano Blu assume un significato ancora più ampio.
Le nuove tecnologie non creano automaticamente innovazione. Possono anche rafforzare vecchi modelli, rendere più efficienti pratiche obsolete o accelerare forme di competizione già sature.
Il punto decisivo non è quindi la tecnologia in sé, ma il modo in cui viene integrata dentro una nuova visione del valore.
Intelligenza artificiale, ambienti immersivi, piattaforme digitali, dati, automazione, contenuti interattivi, esperienze ibride e modelli phygital possono aprire oceani blu solo se vengono usati per costruire nuove relazioni tra bisogni, linguaggi, comunità e sistemi produttivi.
In assenza di visione, la tecnologia resta strumento.
Con una visione ricostruzionista, può diventare infrastruttura di nuovi spazi
culturali, economici e sociali.
Creare nuova ricchezza invece di sottrarla
Uno degli aspetti più rilevanti della Blue Ocean Strategy è il superamento del gioco a somma zero.
Nella logica dell’oceano rosso, la crescita di uno sembra dipendere dalla perdita dell’altro.
Nella logica dell’oceano blu, invece, l’obiettivo è creare nuova ricchezza.
Questo non significa ignorare la competizione. Sarebbe ingenuo. Ogni spazio nuovo, se produce valore, prima o poi attirerà altri attori.
Ma significa non assumere la competizione come punto di partenza assoluto.
Il punto di partenza diventa la creazione di domanda.
Se riesco a creare un’offerta che prima non esisteva, o a rendere accessibile un valore che prima era bloccato, o a intercettare un pubblico che prima restava fuori, allora non sto semplicemente sottraendo quote ai concorrenti. Allora sto ampliando lo spazio del possibile !
Questa è la differenza tra competere e generare.
Competere significa muoversi dentro un campo già scritto. Generare significa contribuire a scrivere un campo nuovo.
Il rischio dell’imitazione
Naturalmente, anche l’Oceano Blu può essere frainteso.
Perchè può diventare una formula retorica. Un modo elegante per dire “cerchiamo qualcosa di nuovo”. Uno slogan da presentazione aziendale. Una metafora motivazionale.
Ma la sua forza non sta nell’immagine poetica del mare blu.
Sta nella disciplina strategica che impone.
Perché creare un oceano blu non significa improvvisare. Non significa seguire una intuizione vaga. Non significa inventare un prodotto eccentrico sperando che il mercato lo capisca.
Significa analizzare, ricostruire, scegliere, togliere, aumentare, ridurre, creare. Significa uscire dall’imitazione, ma non dalla realtà.
Anzi: richiede una comprensione ancora più profonda della realtà. Perché solo chi conosce bene un settore può capire quali elementi sono davvero essenziali e quali sono soltanto convenzioni ereditate. Solo chi osserva i non-clienti può intuire dove si nasconde una domanda inespressa. Solo chi sa leggere i mutamenti culturali può anticipare nuovi spazi di valore.
Oceano Blu e pensiero strategico
L’Oceano Blu è, prima di tutto, un esercizio di pensiero strategico.
E il pensiero strategico non consiste soltanto nel prevedere il futuro. Consiste nel riconoscere le forze che stanno già trasformando il presente, ma che non sono ancora diventate evidenti per tutti.
Molte innovazioni nascono così. Non perché qualcuno inventa dal nulla.
Ma perché qualcuno vede una connessione che altri non vedono ancora.
Cioè:
– Un bisogno che non ha ancora linguaggio.
– Una tecnologia che può essere usata in un modo diverso.
– Un pubblico che non viene riconosciuto.
– Un territorio che possiede risorse non ancora organizzate.
– Una pratica sociale che può diventare modello.
– Un’esperienza marginale che può diventare centrale.
Il pensiero strategico non guarda soltanto ai competitor. Guarda ai segnali deboli.
– Alle frizioni.
– Alle esclusioni.
– Alle domande non soddisfatte.
– Ai comportamenti emergenti.
– Alle nuove sensibilità.
– Ai cambiamenti culturali.
È qui che l’Oceano Blu diventa anche uno strumento di lettura della società.
Conclusione
Navigare in un Oceano Blu non significa cercare un luogo facile, privo di ostacoli o di rischi.
Significa assumere una prospettiva diversa.
L’impresa, l’organizzazione culturale, il progetto sociale o il territorio che ragionano in chiave Oceano Blu non si limitano a chiedersi: come posso battere gli altri?
Si domandano piuttosto:
– Quale valore non è ancora stato creato?
– Quale bisogno non è ancora stato riconosciuto?
– Quale spazio di senso, di utilità e di esperienza può essere aperto?
È qui che la strategia smette di essere soltanto competizione e diventa progettazione culturale.
Non più soltanto vincere dentro un gioco già scritto.
Ma contribuire a scrivere un gioco nuovo.
References
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