Il potere è il supremo afrodisiaco

Hybris, cecità empatica e lucidità manipolatoria

“Il potere è il supremo afrodisiaco”, ce lo diceva Henry Kissinger.

Una frase ruvida, cinica, quasi disturbante. Che ci fa riflettere. Il potere può rendere ciechi all’altro. Oppure può rendere capaci di leggerlo con freddezza manipolatoria. In entrambi i casi, il problema non è soltanto il potere in sé, ma la possibile perdita del limite morale.
Ma proprio per questo capace di aprire una domanda che ritorna continuamente nella storia:
perché molte persone, una volta raggiunte posizioni di potere, finiscono per assumere comportamenti contraddittori, arroganti, talvolta incomprensibili all’uomo comune?

Non si tratta soltanto di cattiveria individuale. E non si tratta neppure, necessariamente, di follia.
Il problema sembra più profondo: il potere può modificare il modo in cui una persona percepisce sé stessa, gli altri e il limite.

Lo storico Henry Adams descriveva il potere come “una sorta di tumore che finisce per uccidere le simpatie della vittima”.
È una formula dura, ma molto efficace. Dice che il potere non agisce solo sulle decisioni. Agisce sulla sensibilità, sulla capacità di riconoscere l’altro, sulla possibilità di restare in contatto con la realtà umana delle proprie scelte.

Qui può essere utile richiamare anche il concetto di dissociazione in psicologia.
La dissociazione viene generalmente descritta come un processo di disintegrazione mentale, nel quale la mente perde, in diversa misura, la capacità di integrare alcune funzioni superiori. Alcune osservazioni cliniche hanno stabilito un rapporto tra trauma e dissociazione, ma questo rapporto non va inteso in modo semplicistico. Come hanno osservato Liotti e Farina, la dissociazione non è soltanto una difesa dal dolore del trauma: può configurarsi come una disintegrazione della coscienza e dell’intersoggettività, compromettendo le relazioni, la regolazione emotiva e la capacità di mentalizzare.

Naturalmente, quando parliamo di potere, non dobbiamo usare il termine “dissociazione” in modo clinicamente improprio. Ma la metafora è utile: alcune forme di potere sembrano produrre una separazione progressiva tra ruolo e coscienza, tra decisione e conseguenza, tra comando e volto dell’altro.

È come se chi comanda potesse smettere, poco alla volta, di sentire pienamente ciò che le proprie decisioni producono negli altri.

Oggi anche la psicologia sociale ha indagato questo problema. Dacher Keltner, professore di psicologia all’Università della California, Berkeley, ha parlato di “paradosso del potere”.

Secondo questa prospettiva, le qualità che spesso permettono a una persona di conquistare influenza – empatia, attenzione agli altri, capacità relazionale, lettura del contesto – possono indebolirsi proprio quando il potere viene acquisito.

In altre parole: alcune persone arrivano al potere anche perché sanno comprendere gli altri; ma, una volta raggiunta una posizione dominante, rischiano di perdere proprio quella sensibilità che le aveva rese efficaci.

Keltner osserva che i soggetti sotto l’influenza del potere possono diventare più impulsivi, meno consapevoli del rischio, meno capaci di vedere le cose dal punto di vista altrui.

Non significa che il potere produca automaticamente mostri.

Significa però che il potere, quando non incontra limiti, contrappesi e responsabilità, può favorire disinibizione, narcisismo e isolamento percettivo.

La sindrome del pollo

Leggendo un articolo di Dacher Keltner su Harvard Business Review, in una mia vecchia riflessione di nove anni fa avevo già provato a ragionare su questo rischio: il potere che perde la testa simbolica, che corre più di quanto comprenda, che decide più di quanto ascolti.

Era il nodo che chiamavo sindrome del pollo, dentro una riflessione più ampia sul paradosso del potere: il potente che corre, decide, ordina, interviene, si agita continuamente, ma sembra aver smarrito la capacità di fermarsi, ascoltare, valutare e vedere le conseguenze delle proprie decisioni.

Naturalmente, il problema non è la velocità in sé. Esistono contesti in cui decidere rapidamente è necessario: un’emergenza, una sala operatoria, un’operazione militare, una crisi improvvisa. In quei casi la rapidità può essere il frutto di addestramento, metodo, disciplina e interiorizzazione dei limiti.

La sindrome del pollo riguarda invece un’altra cosa: la velocità senza riflessione, il comando senza ascolto, la decisione senza profondità, la sicurezza di sé senza verifica.

Il problema non riguarda soltanto manager e grandi organizzazioni. Può riguardare anche le istituzioni, la politica, gli apparati, perfino le nazioni. Quando il potere viene esercitato in una condizione di urgenza permanente, senza contraddittorio e senza capacità di decentrarsi, il rischio è che la decisione diventi pura reazione.

E una decisione reattiva, quando dispone di molto potere, può produrre conseguenze enormi.

Puoi leggere su: Ma il potere dà alla testa? Il paradosso del potere e la sindrome del pollo

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Anche alcune ricerche neuroscientifiche sembrano andare in questa direzione. Il neuroscienziato Sukhvinder Obhi, docente alla McMaster University in Ontario, ha studiato il rapporto tra potere e processi neurali collegati alla risonanza motoria, cioè a quei meccanismi che ci aiutano a rispecchiare interiormente le azioni degli altri.

In alcuni esperimenti, i soggetti indotti a sentirsi in una posizione di maggiore potere mostravano una riduzione di questi processi di rispecchiamento.

Ma questo punto va maneggiato con cautela.

Non è una prova che “il potere danneggi il cervello” in senso letterale. Non dimostra che ogni posizione dominante produca automaticamente perdita di empatia. Suggerisce piuttosto che il potere possa modificare, in determinate condizioni, il modo in cui una persona presta attenzione agli altri.

Il punto non è trasformare una intuizione politica in diagnosi neurologica. Il punto è riconoscere che il potere può alterare la relazione percettiva con l’altro.
E se l’altro viene percepito meno, se il suo punto di vista si allontana, se il suo volto smette di pesare nella decisione, allora il potere può diventare pericoloso.

C’è però un’altra cautela necessaria.
Il potere non trasforma tutti nello stesso modo. In alcuni casi può ridurre l’empatia. In altri può semplicemente disinibire tratti già presenti: narcisismo, impulsività, bisogno di controllo, freddezza, aggressività competitiva.

Per questo il problema non è solo ciò che il potere produce, ma anche ciò che il potere libera.

A volte non crea il carattere: lo autorizza.

È qui che torna una parola molto antica: hybris.

L’hybris, nella cultura greca, indica la tracotanza presuntuosa di chi supera il limite. Non è semplice arroganza. È la convinzione di poter stare oltre la misura comune, oltre la responsabilità, oltre il giudizio. Nel termine è implicita anche la possibilità della caduta: chi supera il limite finisce spesso per incontrare una punizione, divina o terrena.

La riflessione di Annamaria Testa coglie bene questo punto: l’hybris descrive la presunzione di chi, raggiunta una posizione eminente, comincia a sopravvalutarsi. È una parola antica, ma continua a parlarci perché descrive una dinamica attualissima.

Il potere può creare una bolla.
Chi comanda viene spesso circondato da persone che confermano, compiacciono, rispecchiano. La corte attorno al potente può diventare uno specchio deformante: invece di correggere, amplifica. Invece di contraddire, applaude. Invece di riportare alla realtà, protegge l’illusione.

Così la sicurezza di sé diventa ostinazione.
Il carisma scivola nel narcisismo. L’assertività si trasforma in prepotenza. Il pragmatismo si indurisce in cinismo. Il comando diventa incapacità di ascoltare.

Adrian Furnham, docente di psicologia all’University College di Londra, ha richiamato proprio questo paradosso: è facile ammirare le persone carismatiche e sicure di sé, ma non è sempre semplice distinguere il carisma dal narcisismo, che ne rappresenta spesso il lato oscuro.

Dove finisce la fiducia e dove comincia l’arroganza?
Dove finisce l’assertività e dove comincia la prepotenza?
Dove finisce il fascino e dove comincia la manipolazione?

Sono domande decisive, perché riguardano non solo i manager, i capi azienda o i leader politici. Riguardano ogni sistema in cui il potere non venga bilanciato da cultura del limite, responsabilità, contraddittorio, controllo, ascolto.

Il lato oscuro dell’empatia strategica

Non sempre il potere rende ciechi all’altro. In alcuni casi può produrre l’effetto opposto: una forma di iperattenzione strategica.

Non è empatia morale. Non è partecipazione al dolore altrui. È piuttosto una capacità fredda di leggere emozioni, paure, desideri, debolezze e bisogni degli altri per mantenere controllo, consenso o dominio.

Questa distinzione è importante. Esiste un’empatia che avvicina all’altro e ne riconosce la dignità. Ma può esistere anche una sensibilità manipolatoria: vedere bene l’altro non per comprenderlo, ma per usarlo meglio.

In questo caso il potere non produce anestesia morale, ma una lucidità ancora più inquietante. Il potente non smette di percepire l’altro. Lo percepisce con precisione, ma lo riduce a leva, ostacolo, risorsa, minaccia, strumento.

È forse questa la forma più pericolosa di hybris: non quella di chi non vede più l’umano, ma quella di chi lo vede benissimo e decide comunque di calpestarlo.

È anche il nodo che ritorna, in forma tragica, nella vicenda di Douglas Kelley e Hermann Göring: non il folle fuori dal mondo, ma l’uomo di potere che conserva lucidità, vanità, capacità scenica e volontà di dominio anche davanti al tribunale chiamato a giudicarlo.

Leggi anche: Kelley, Göring e l’hybris della normalità organizzata – Il segnale dimenticato di Norimberga

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Queste due forme non si escludono necessariamente. Un leader può essere impulsivo in alcune decisioni e manipolatorio in altre; cieco davanti alle conseguenze umane delle proprie scelte, ma ipersensibile ai segnali utili a conservare consenso e dominio.

È proprio questa combinazione a rendere l’hybris del potere così difficile da riconoscere e da contenere.

Il potere può quindi produrre due deformazioni opposte e complementari: può rendere ciechi all’altro. Oppure può rendere capaci di leggerlo con freddezza manipolatoria.
In entrambi i casi, ciò che si perde non è necessariamente la percezione.
È il limite morale.

Da qui nasce il lato più pericoloso del potere: la sua capacità di produrre una forma di anestesia, o di lucidità senza coscienza. Non necessariamente crudeltà esplicita, non sempre violenza dichiarata, ma progressiva separazione tra decisione e responsabilità.

E quando la sensibilità morale si riduce, il limite arretra. È in questo spazio che l’hybris diventa politica, organizzativa, sociale.

Non riguarda più soltanto il carattere di un individuo. Diventa forma di governo, stile di comando, cultura della decisione. Diventa l’idea che chi decide sia più reale di chi subisce. Che chi comanda abbia una visione superiore. Che chi dissente sia un ostacolo. Che chi soffre sia un dettaglio.

Per questo ogni sistema di potere avrebbe bisogno di anticorpi.
Ma gli anticorpi non sopravvivono da soli.

Devono essere protetti da regole, procedure, cultura del dissenso, limiti istituzionali, rotazione degli incarichi, trasparenza, controllo esterno, possibilità reale di dire no senza essere espulsi dal sistema.

Il dissenso leale non basta evocarlo. Bisogna renderlo praticabile.
Perché quando il potere ha già prodotto hybris, tende a neutralizzare proprio ciò che potrebbe correggerlo: il dubbio, il contraddittorio, la lentezza, la verifica, la voce scomoda.

Il punto più difficile, però, è che il potere già conquistato dalla propria hybris tende a respingere proprio gli strumenti che potrebbero correggerlo.

Il dissenso viene vissuto come tradimento. Il limite come ostacolo. La verifica come sfiducia.
Il contraddittorio come sabotaggio.

Per questo gli anticorpi non possono dipendere soltanto dalla buona volontà del potente. Devono essere costruiti prima, quando il sistema è ancora sano abbastanza da accettarli. Devono diventare cultura, procedura, abitudine, architettura istituzionale.

Una volta che la corte ha già imparato ad applaudire, diventa molto più difficile chiederle di tornare a dire la verità.

In fondo, il problema non è il potere in sé. Senza potere non esiste azione collettiva, non esiste governo, non esiste organizzazione. Il problema è il potere che dimentica il proprio limite.

Il potere senza limite produce hybris.

L’hybris produce cecità, oppure lucidità manipolatoria. La cecità produce caduta.
La lucidità manipolatoria produce dominio. E spesso, prima della caduta o del dominio, produce danni agli altri.

Forse è questa la ragione per cui l’antica parola greca continua a essere così attuale. Perché ci ricorda che ogni posizione di forza contiene una tentazione: credere di essere diventati più grandi della misura umana.

Ma nessuno lo è. Nemmeno chi comanda. Nemmeno chi vince. Nemmeno chi viene applaudito dalla propria corte.

Il potere può essere davvero un afrodisiaco. Può sedurre chi lo esercita, può renderlo dipendente dalla propria immagine, può fargli credere che il mondo esista per confermarlo.
Ma proprio per questo dovrebbe essere sempre accompagnato da una disciplina del limite.
Perché il vero problema non è soltanto conquistare il potere.

È non esserne conquistati.

Approfondimenti e percorsi collegati

Questo articolo riprende e aggiorna una riflessione avviata anni fa sul rapporto tra potere, empatia, narcisismo, overconfidence e perdita del limite. I riferimenti che seguono non vanno letti come una “bibliografia chiusa”, ma come tracce di approfondimento per proseguire il percorso.

Riferimenti scientifici e divulgativi

  • Dacher Keltner, The Power Paradox: How We Gain and Lose Influence.
  • Dacher Keltner, Don’t Let Power Corrupt You, Harvard Business Review.
  • Berkeley Social Interaction Laboratory / Dacher Keltner Lab: https://bsil.berkeley.edu/
  • Jeremy Hogeveen, Michael Inzlicht, Sukhvinder S. Obhi, Power Changes How the Brain Responds to Others: leggi il paper
  • Adrian Furnham, studi sul narcisismo manageriale, leadership e fallimento dei leader.
  • Giovanni Liotti e Benedetto Farina, lavori su trauma, dissociazione, intersoggettività e mentalizzazione.

Rimandi interni al blog

Il filo comune è la domanda sul limite: come impedire che il potere, quando si chiude nella propria bolla, trasformi la sicurezza in cecità, l’intelligenza in manipolazione e la decisione in hybris.

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