Kelley, Göring e l’hybris della normalità organizzata- Lezioni dal passato, episodio 11

Il segnale dimenticato di Norimberga

C’è la Norimberga dell’aula: giudici, prove, capi d’accusa, nascita del diritto internazionale. Necessaria. È la Norimberga che il cinema e la televisione hanno raccontato più spesso fino ad oggi: il processo come grande rito pubblico della giustizia, il diritto che reagisce all’orrore, la civiltà che tenta di dare forma alla responsabilità dopo la catastrofe.

Ma c’è anche un’altra Norimberga, più inquieta: quella delle celle, dei colloqui con gli alti gerarchi del nazismo, degli sguardi tra Douglas Kelley, psichiatra militare americano, e Hermann Göring, il più teatrale e seduttivo tra gli imputati nazisti.
Per quasi ottant’anni questa Norimberga è rimasta ai margini. Forse perché non ci chiede solo come giudicare il male, ma come riconoscerlo quando non appare folle, quando sa parlare, sorridere, ragionare, sedurre.

Oggi Norimberga, il film di James Vanderbilt, sposta il fuoco dal tribunale alla cella. Non soltanto il processo al nazismo, ma il processo alla normalità del male.

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Per decenni Norimberga è stata il grande processo del Novecento: il diritto che reagisce all’orrore, la civiltà che tenta di giudicare la barbarie.
Cinema e televisione hanno privilegiato l’aula: il confronto tra giustizia e crimine, tra prove e responsabilità, tra diritto internazionale e violenza di Stato.

Ma mentre il mondo guardava l’aula, Kelley osservava nelle celle. Cercava di capire se quei criminali fossero folli. Scoprì qualcosa di più scomodo.
Göring non era un relitto psichico. Era teatrale, intelligente, narcisista, lucido. Non offriva alla coscienza pubblica il conforto della mostruosità clinica.

Kelley cercava la patologia. Trovò un uomo capace di ragionare, sedurre, difendersi. Il male non coincideva necessariamente con la follia.

Poteva abitare uomini apparentemente normali, sistemi efficienti, burocrazie obbedienti, linguaggi ordinati.


Kelley e la domanda rimossa

Douglas M. Kelley pubblicò nel 1947 22 Cells in Nuremberg, raccontando la sua esperienza con i principali imputati nazisti. Il punto inquietante della sua osservazione era questo: molti di loro non apparivano clinicamente folli, ma lucidi, responsabili, capaci di comprendere ciò che avevano fatto e il processo che li attendeva.

La domanda non era più soltanto:
“Perché il male è accaduto?”

Ma:
“Come può il male abitare la lucidità?”

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Forse è proprio per questo che la storia Kelley-Göring — impersonata nel film da Rami Malek nel ruolo di Douglas Kelley e da Russell Crowe nel ruolo di Hermann Göring — è rimasta così a lungo nell’ombra.

Il dopoguerra aveva bisogno di condannare, documentare, fondare un ordine nuovo. Non di entrare troppo nell’interiorità del carnefice.

C’era un timore comprensibile: che “umanizzare” il criminale significasse attenuarne la colpa.
Ma è l’opposto.
Se Göring non era folle, era più responsabile. Se era capace di capire, scegliere, difendersi, manipolare, allora la sua colpa non diminuiva: aumentava.

Il male umanizzato non diventa meno grave.
Diventa più vicino.
E più insopportabile.

Kelley cercava una chiave diagnostica. Trovò una normalità deformata dal potere, dall’ideologia, dall’obbedienza, dalla vanità e dalla capacità di disattivare il senso morale.

Non un mostro alieno all’umano.
Ma la possibilità che il male sappia ancora parlare con voce umana.

C’è poi un altro elemento che rende questa vicenda ancora più forte: la vanità di Göring.
Kelley capì un punto essenziale: Göring voleva ancora dominare la scena. Anche da prigioniero. Anche da sconfitto. Anche davanti al tribunale che lo avrebbe giudicato.

Trasformava il processo in palcoscenico. Voleva apparire come il capo rimasto in piedi quando tutto il Reich era crollato.

La sua vanità non era un dettaglio caratteriale. Era la base strutturale della sua hybris: il bisogno di dominare la scena, di essere riconosciuto, di restare personaggio anche quando la Storia lo aveva già trasformato in imputato. Una dinamica che non appartiene solo al nazismo, ma attraversa molte forme di potere: nel passato remoto, nel passato prossimo e nel presente attuale.

L’uomo dell’hybris non sopporta soltanto di essere giudicato. Sopporta ancora meno di essere riportato alla misura.
Contro Göring, infatti, non bastava il documento. Bisognava disinnescare il personaggio.

Robert H. Jackson costruì l’architettura morale e giuridica dell’accusa. Ma fu Sir David Maxwell Fyfe, procuratore britannico, a condurre uno dei controinterrogatori più efficaci, colpendo Göring nell’arroganza, nella lealtà al Führer, nella distanza tra la rappresentazione di sé e la realtà dei crimini.

Kelley diede la chiave psicologica.
Maxwell Fyfe la tradusse in tecnica processuale.
Göring non fu sconfitto solo dai documenti. Fu colpito nel punto più fragile della sua forza: la vanità dell’uomo che voleva dominare anche il tribunale chiamato a giudicarlo.


La cautela storica

Il film può comprimere tempi, ruoli e funzioni, come spesso accade nel cinema storico. Kelley non va trasformato senza cautela nel regista occulto del controinterrogatorio.

La formula più corretta è questa:

Kelley fornì una chiave psicologica.
Jackson costruì l’impianto giuridico e morale dell’accusa.
Maxwell Fyfe tradusse quella battaglia anche in tecnica processuale.

Questa distinzione rafforza la lettura: Norimberga fu insieme processo, teatro, psicologia, diritto e battaglia simbolica.

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Nella tragedia greca, hybris è la tracotanza di chi supera il limite. L’uomo che si crede oltre la misura, oltre la legge, oltre il confine che rende umano l’umano.
Applicata a Göring, è la convinzione di poter stare oltre il giudizio morale.

Ma il nazismo non fu solo hybris individuale.
Fu hybris organizzata: uno Stato che si attribuì il diritto di classificare gli esseri umani, una burocrazia che rese amministrabile la persecuzione, una modernità efficiente che trasformò l’abisso in procedura.

Qui il film diventa più interessante di quanto molte letture critiche abbiano forse riconosciuto.
Se lo si guarda solo come legal drama storico, può sembrare imperfetto, derivativo, persino meno potente di opere precedenti. Ma se lo si legge come tragedia psicologica, acquista un’altra funzione: mostrare il rapporto tra il male lucido e lo sguardo che tenta di comprenderlo.

Kelley guarda Göring pensando di poterlo classificare, contenere, spiegare.
Ma il male non è solo oggetto di studio. Quando assume forma umana, diventa anche una forza relazionale. Parla, seduce, resiste, restituisce lo sguardo.

Göring mostra l’hybris del potere.
Kelley rischia l’hybris dello sguardo: la pretesa di fissare il male senza esserne toccato.

La frase potrebbe essere questa:
Kelley cercava la patologia. Norimberga gli mostrò l’hybris lucida della normalità organizzata.

Il presente non è identico al passato. La storia non ritorna come fotocopia.

Ma alcune dinamiche tornano: disumanizzare il nemico, invocare l’emergenza permanente, promettere ordine, desiderare l’uomo forte, confondere efficienza e coscienza.
La lezione di Kelley e Göring parla al presente perché ci ricorda che il male politico non comincia sempre con la follia.

Comincia spesso con la perdita progressiva del limite.
Comincia quando l’inaccettabile scivola lentamente dentro la normalità.

Abbiamo bisogno del mostro perché il mostro ci rassicura.
È altro da noi.
È fuori dalla comunità morale.

Ma Kelley incontrò qualcosa di più disturbante: l’uomo che aveva sospeso il limite restando capace di parola, intelligenza, fascino e controllo.

Il male più pericoloso non è sempre quello che urla.
A volte è quello che compila moduli, firma ordini, ripete formule, parla di efficienza, invoca sicurezza, dice di non avere scelta.

Norimberga non era finita.
Non perché il processo non abbia avuto luogo. Ma perché la domanda che Kelley incontrò resta aperta: che cosa accade quando l’uomo, senza perdere la lucidità, perde il senso del limite?

Ogni epoca produce la propria hybris.
Ogni epoca deve imparare a riconoscerla prima che diventi sistema.

Norimberga non ci insegna solo a giudicare il male dopo.
Ci insegna a riconoscerne la grammatica prima.

Un ammonimento? – Dopo Norimberga: obbedienza, disimpegno morale e normalità del male

Le ricerche successive a Norimberga hanno allargato il problema intuito da Douglas Kelley.

Non è emersa una spiegazione semplice, né una “personalità nazista” unica e facilmente diagnosticabile. I materiali psicologici raccolti sugli imputati – colloqui, test, osservazioni cliniche – hanno alimentato per decenni una domanda scomoda: i criminali del Reich erano uomini patologicamente anomali, oppure individui lucidi inseriti in un sistema capace di disattivare progressivamente la responsabilità morale?

Gli studi sull’obbedienza all’autorità e sul disimpegno morale hanno mostrato come individui e gruppi possano compiere azioni disumane continuando a percepirsi come giustificati. Giustificazione morale, linguaggio eufemistico, spostamento della responsabilità, diffusione della colpa, deumanizzazione della vittima, obbedienza al ruolo: sono meccanismi che non spiegano da soli il nazismo, ma aiutano a comprendere come il male politico possa diventare procedura, apparato, normalità.

In questa prospettiva, Kelley non trovò semplicemente una diagnosi. Trovò un problema ancora aperto: il male politico non ha sempre bisogno della follia per agire. Può organizzarsi dentro uomini lucidi, funzionari efficienti, ordini eseguiti, formule amministrative, obbedienze progressive e razionalizzazioni morali.

È questa la lezione più scomoda: la mostruosità morale può presentarsi senza una mostruosità clinica immediatamente riconoscibile.

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