Trump, l’ambiguità strategica e il confine sempre più sottile tra calcolo, percezione e deformazione del potere
Trump alza i toni, poi apre. Minaccia, poi negozia. E una vecchia categoria della strategia torna improvvisamente utile per leggere il presente: la teoria del pazzo. Non a caso Reuters l’ha richiamata esplicitamente per interpretare le recenti mosse sull’Iran.
Ma qui non c’è in gioco soltanto Trump. C’è una domanda più ampia: stiamo osservando una strategia dell’imprevedibilità, una forma di ambiguità deliberata o una deformazione del potere dentro un mondo sempre più volatile, ambiguo e teatrale?
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Ci sono concetti che sembrano appartenere ai manuali, agli archivi della Guerra Fredda, alle note a margine della storia. Restano lì, quasi immobili, finché il presente non li richiama all’improvviso sulla scena.
La teoria del pazzo è uno di questi.
Per molto tempo è sembrata una formula da studiosi di strategia: utile forse per capire Nixon, la deterrenza, la diplomazia muscolare di un’altra epoca. E invece basta guardare certi passaggi della politica internazionale di oggi per accorgersi che quella vecchia categoria non è affatto morta. Anzi. In certi momenti sembra tornare più viva che mai.
Le ultime mosse di Donald Trump verso l’Iran lo mostrano bene. Reuters ha richiamato esplicitamente proprio l’8 aprile 2026 la “madman theory” per leggere l’approccio di Trump ai negoziati con Teheran, collegandolo all’uso dell’imprevedibilità, dell’esagerazione tattica e della pressione psicologica sull’avversario. Nelle stesse ore, Trump è passato da minacce molto dure contro l’Iran a dichiarazioni sull’intenzione di lavorare “a stretto contatto” con Teheran e discutere possibili alleggerimenti delle sanzioni.
Ma, a ben vedere, questa chiave di lettura non nasce oggi dal nulla. La madman theory è studiata da decenni e appartiene da tempo al lessico dell’analisi strategica, ben oltre la sua recente riemersione mediatica.
Chi segue questo blog ritroverà qui un’eco di riflessioni già proposte mesi fa, a partire da La teoria del pazzo, dove il tema dell’imprevedibilità come leva strategica era già emerso prima che l’attualità lo riportasse in primo piano.
E non solo. In un altra mia riflessione, L’ambiguità è potere. Sun Tzu, (Trump) e l’arte di dominare il campo senza combattere, il punto era stato spostato ancora più chiaramente sul terreno della percezione: l’ambiguità cercata, l’instabilità calcolata, la “follia percepita” come tecnica di pressione e di dominio del campo cognitivo.
Il fatto che oggi anche una grande agenzia internazionale torni a richiamare esplicitamente quel frame, ipotizzando dietro le mosse del presidente americano una precisa strategia dell’imprevedibilità, non crea il tema: semmai conferma che quella chiave di lettura è tornata improvvisamente utile per interpretare il presente.
A colpire, però, non è solo Trump. A colpire è il meccanismo.
Perché la teoria del pazzo non riguarda semplicemente la follia.
Riguarda la messa in scena della possibilità dell’eccesso.
Funziona quando l’avversario, davanti a te, non è più sicuro di dove finisca il calcolo e dove cominci l’impulso. E allora si trattiene, arretra, ricalcola. In questo senso, l’imprevedibilità diventa essa stessa una risorsa strategica.
Ma forse, oggi, questo non basta ancora. Perché il punto non è solo l’imprevedibilità. È anche l’ambiguità.
Non solo apparire capaci di tutto, ma lasciare l’altro in una condizione di incertezza costante su intenzioni, limiti, obiettivi reali. In questo senso l’ambiguità non è un effetto collaterale della comunicazione del potere: può diventarne uno strumento. E quando ciò accade, il potere non cerca necessariamente di convincere.
Cerca di disorientare, di costringere l’altro a muoversi su un terreno percettivo instabile.
È un punto che spesso sfugge a chi legge la politica internazionale come se fosse una scacchiera perfettamente razionale. Non lo è. O meglio: non lo è mai del tutto.
I rapporti di forza contano, certo. Gli interessi contano. Le alleanze contano.
Ma contano anche le percezioni, i simboli, il clima psicologico, la gestione dell’incertezza.
In certi frangenti, non vince chi appare più lucido, ma chi riesce a far credere di poter oltrepassare il limite.
Non è un caso che già nel febbraio 2024 Putin avesse dichiarato di preferire Biden a Trump perché lo considerava più esperto e soprattutto più prevedibile: qualità che, in diplomazia, significano anche maggiore leggibilità dell’interlocutore.
Quella frase, letta allora come semplice schermaglia diplomatica, oggi suona quasi come un piccolo trattato di psicologia strategica: in geopolitica, la prevedibilità non è noia. È stabilità. Ed è proprio per questo che l’imprevedibilità, quando viene usata consapevolmente, può trasformarsi in arma.
Ma qui si apre anche un’altra pista, forse ancora meno rassicurante. Perché non sempre ciò che appare imprevedibile è necessariamente l’effetto di una strategia di deception.
Ed è qui che torna utile un altro vecchio articolo di questo blog: Ma il potere dà alla testa? Il paradosso del potere e la sindrome del pollo.
Lì il problema che ponevo non era l’uso tattico dell’instabilità, ma l’effetto deformante del potere su chi lo esercita: l’erosione dell’empatia, l’eccesso di sicurezza, la perdita di freni, la difficoltà crescente a percepire il limite.
Detto altrimenti: ciò che dall’esterno leggiamo come ambiguità calcolata o follia strategica potrebbe essere, almeno in parte, anche il riflesso di un potere che altera chi lo detiene e produce comportamenti percepiti come lucidi e intenzionali, pur nascendo da una deformazione.
Il punto, allora, diventa ancora più sottile. Stiamo osservando una recita negoziale costruita con freddezza, oppure gli effetti cognitivi e psicologici del potere su chi lo esercita troppo a lungo? Siamo davanti a una strategia dell’imprevedibilità, a un uso deliberato dell’ambiguità, oppure a una forma di auto-intossicazione del potere che dall’esterno finisce per assomigliare a una strategia?
Ed è qui che il tema smette di riguardare solo Trump, o l’Iran, o l’America. Riguarda il nostro tempo.
Viviamo in un’epoca in cui anche la politica internazionale è sempre più esposta alla logica della performance, alla teatralizzazione del potere, alla velocità emotiva dell’ecosistema mediatico. Le dichiarazioni non parlano più solo ai governi, ma anche ai mercati, alle opinioni pubbliche, agli alleati, agli algoritmi, alle piattaforme. In fondo, è uno degli aspetti di quel mondo V.U.C.A. – volatile, incerto, complesso e ambiguo – su cui avevo riflettuto già anni fa: un ambiente in cui l’instabilità non è più l’eccezione, ma il contesto normale entro cui si muovono potenze, leader e opinioni pubbliche. Non sorprende allora che la tregua annunciata il 7 aprile abbia avuto effetti immediati anche sui mercati, contribuendo al calo del petrolio sotto i 100 dollari e a un forte rialzo delle borse europee.
È per questo che queste chiavi di lettura tornano utili oggi. Non perché una sola di esse spieghi tutto, né perché basti da sola a decifrare il presente. Servono, semmai, a nominare una scena in cui il potere non si limita a esercitare forza, ma costruisce percezioni di forza; non si limita a minacciare, ma mette in scena la possibilità di essere incontrollabile.
Il punto, però, è che questa messinscena può nascere da due matrici diverse: da una strategia lucida dell’imprevedibilità oppure da quella deformazione cognitiva del potere che altrove ho evocato come sindrome del pollo.
Forse il punto non è decidere troppo in fretta se Trump sia davvero un “pazzo strategico”, un attore lucido dell’ambiguità o piuttosto un uomo deformato dal potere e dalla propria stessa messinscena.
Forse il punto è un altro.
Capire che viviamo in un tempo in cui l’imprevedibilità non è più soltanto un incidente della politica internazionale, ma una delle sue forme di comunicazione.
E in cui l’ambiguità non è solo un difetto di trasparenza, ma può diventare una tecnica di dominio del campo percettivo. E in cui il potere, per farsi sentire, non cerca sempre di apparire ragionevole: a volte cerca di apparire abbastanza instabile da farsi temere.
È per questo che una vecchia teoria torna a parlarci. Non perché il passato si ripeta identico, ma perché alcune sue ombre cambiano nome, cambiano volto, cambiano piattaforma, eppure restano lì, davanti a noi, a ricordarci che la politica non si gioca solo sul terreno dei fatti, ma anche su quello delle percezioni.
E oggi, forse più che mai, è proprio lì che si decide una parte del destino del mondo.
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