C’è un dato che, forse più del film in sé, merita attenzione: Mercy è stato accolto con freddezza dalla critica, ma molto meglio dal pubblico. Su Rotten Tomatoes il film risulta attorno al 24–25% di gradimento critico, mentre il punteggio del pubblico verificato è intorno all’82%. Questo scarto non è un dettaglio secondario. È già, di per sé, una traccia di lettura.
In una Los Angeles futuristica, dove la criminalità è in costante aumento, il tribunale Mercy Capital Court affida il giudizio sui crimini violenti a magistrati basati su intelligenza artificiale. Il sistema promette rigore e trasparenza: agli imputati viene garantito accesso illimitato a tutte le risorse investigative disponibili, ma solo novanta minuti per dimostrare la propria innocenza. Se non riescono ad abbassare la probabilità statistica di colpevolezza oltre una soglia prestabilita, la sentenza è immediata: esecuzione tramite impulso sonico. Il detective della polizia di Los Angeles Christopher “Chris” Raven, convinto sostenitore di questo modello, si ritrova improvvisamente dall’altra parte del meccanismo. Accusato dell’omicidio della moglie Nicole, viene sottoposto al giudizio dell’AI Maddox. Le prove sembrano schiaccianti e l’algoritmo gli attribuisce una probabilità di colpevolezza del 97,5%; per evitare l’esecuzione deve abbassarla almeno al 92%.

Già qui si capisce che il cuore del film non è semplicemente fantascientifico. Non siamo davanti soltanto a una macchina che giudica. Siamo davanti a una società che ha accettato l’idea che la verità possa essere trattata come soglia statistica. Ed è questo il punto più interessante: Chris non deve dimostrare una verità piena, non deve ricostruire fino in fondo il senso umano di ciò che è accaduto. Deve ridurre una percentuale. Deve scendere sotto una soglia. È una differenza enorme. Perché sposta la giustizia dalla ricerca del vero alla gestione probabilistica del rischio.
Forse è proprio qui che il pubblico ha riconosciuto qualcosa che la critica cinematografica, almeno in parte, ha lasciato sullo sfondo. La critica fa il suo mestiere: giudica la struttura, la scrittura, il ritmo, la coerenza, il controllo stilistico. E spesso ha ragione a farlo. Il problema nasce quando questo sguardo si esaurisce lì, trasformandosi in una filosofia estetica dell’opera che ne valuta soprattutto la forma, ma approfondisce meno il messaggio culturale, simbolico e antropologico. In questi casi il film viene giudicato come costruzione, ma non interrogato abbastanza come sintomo. Eppure certe opere funzionano anche quando sono imperfette, perché non colpiscono anzitutto il gusto estetico, ma una zona più profonda: quella in cui una società avverte confusamente le proprie paure.
Il pubblico, molto spesso, non entra nel film chiedendosi anzitutto se sia una grande costruzione cinematografica. E in fondo spesso non gli importa neanche molto. Non perché sia superficiale, ma perché passa da un’altra soglia. La critica chiede: è fatto bene?
Il pubblico chiede prima di tutto: mi riguarda?
E questo, in realtà, non accade solo con Mercy. Lo scarto tra critica e pubblico si vede spesso anche in film molto diversi, per esempio in quelli di Checco Zalone. Lì non siamo nel territorio della distopia tecnologica, ma in quello della commedia popolare. Eppure il meccanismo è simile. Una parte della critica può fermarsi a valutare il film come costruzione cinematografica, qualità della scrittura o tenuta del linguaggio, mentre il pubblico vi trova soprattutto riconoscimento, rispecchiamento, liberazione collettiva. Con Zalone il pubblico ride perché si vede. Si vede deformato, smascherato, assolto e accusato nello stesso tempo. Non cerca per prima cosa la perfezione formale: cerca il punto in cui il racconto intercetta un modo di essere, una postura nazionale, un’abitudine mentale.
Con Mercy accade qualcosa di analogo, ma su un altro piano. Non il riflesso dei tic sociali dell’italiano medio, bensì il riflesso di una paura contemporanea: quella di essere osservati, profilati, classificati, valutati da sistemi che si presentano come neutri, oggettivi, efficienti. Il film porta questa sensazione a un estremo giudiziario e così facendo la rende visibile. Non mostra soltanto un futuro possibile. Mostra, in forma drammatica, qualcosa che molti percepiscono di avere già cominciato ad abitare.
Un altro aspetto che rende Mercy meno astratto di quanto sembri riguarda ciò che ho definito, in un mio precedente articolo, empatia cognitiva digitale: la capacità di un sistema di intelligenza artificiale di riconoscere, interpretare e rispondere ai bisogni cognitivi ed emotivi dell’utente attraverso modelli statistici, predizioni contestuali e analisi del comportamento.
Ne avevo scritto qui:
Riflessione sull’empatia cognitiva digitale dell’Intelligenza artificiale
Il punto decisivo è che l’AI, pur non provando emozioni né comprendendo nel senso umano del termine, può apparire sorprendentemente efficace nel costruire profili, anticipare bisogni, contestualizzare risposte e simulare forme di comprensione. È qui che si apre una questione cruciale: quando una macchina sembra “capirci”, siamo portati più facilmente ad attribuirle anche autorevolezza.
Mercy porta questa dinamica all’estremo. Se un sistema può già apparire capace di leggere il contesto umano, il passo successivo – sul piano simbolico – è che pretenda di leggere anche la colpa, di inferire la verità, di trasformare la complessità del giudizio in una probabilità. Ed è proprio questo slittamento, dalla comprensione simulata al giudizio algoritmico, a rendere il film così inquietante.
Ed è qui che analisi critica e lettura simbolica, in fondo, coincidono. Separarle troppo rischia di farci perdere il punto. Un film non è solo una costruzione formale da valutare. È anche un sintomo culturale da interpretare. E a volte proprio lì, nel punto in cui l’opera tocca una paura collettiva, critica e antropologia dello sguardo si incontrano.
Per questo lo scarto tra critica e pubblico smette di essere una semplice anomalia statistica e diventa un messaggio. Ci dice che esistono film magari goffi, imperfetti, persino discutibili sul piano dell’esecuzione, che però entrano nella pelle del loro tempo meglio di opere più raffinate. Perché toccano un nervo scoperto. Perché mettono in scena una paura reale. Perché danno immagine a qualcosa che è già presente nell’aria.
Il mondo di Mercy non nasce dal nulla. In forma meno estrema, il problema è già visibile nei sistemi di intelligenza artificiale applicati all’analisi criminale. Ne avevo scritto già nel 2023, soffermandomi su VALCRI (Visual Analytics for Sense-making in Criminal Intelligence Analysis), una piattaforma progettata per aiutare gli investigatori a leggere grandi masse di dati, individuare collegamenti, suggerire linee di indagine, costruire timeline, reti di contatti e ipotesi di lavoro:
Intelligenza artificiale anti crimine – Visual Analytics for Sense-making in Criminal Intelligence Analysis
Il punto decisivo, allora come oggi, non è soltanto tecnico. È cognitivo, culturale ed etico. Perché il rischio non comincia quando la macchina emette una sentenza. Comincia prima: quando inizia a strutturare il campo del sospetto, della rilevanza e dell’inferenza; quando orienta il modo in cui gli esseri umani leggono i fatti, collegano indizi, attribuiscono peso alle informazioni e costruiscono una plausibilità investigativa.
Nel caso di VALCRI, il problema era già evidente: l’AI promette di accelerare e potenziare il lavoro investigativo, ma può anche introdurre nuovi bias, rafforzare pregiudizi cognitivi e influenzare le conclusioni degli operatori proprio attraverso la forma apparentemente neutra delle sue visualizzazioni e correlazioni. Per questo la questione non riguarda solo l’efficienza dello strumento, ma il confine tra supporto analitico e delega del giudizio.
Mercy radicalizza precisamente questo passaggio. Porta all’estremo simbolico una traiettoria già presente nel reale: dall’AI che assiste l’analisi all’AI che pretende di amministrare la verità. E qui si apre la domanda più inquietante: fino a che punto possiamo chiedere a un sistema di aiutarci a leggere il reale senza finire, poco alla volta, per consegnargli anche il potere di definirlo?
Nel caso di Mercy, questa paura non è quella un po’ vecchia della macchina che si ribella all’uomo. È qualcosa di più sottile e più contemporaneo: la paura di un mondo in cui il giudizio umano, con tutta la sua fragilità e imperfezione, venga sostituito da un dispositivo che pretende di essere più rapido, più freddo, più giusto. E proprio per questo rischia di diventare più disumano.
Forse il pubblico non ha trovato in Mercy un grande film secondo i canoni della critica. Ma vi ha trovato uno specchio. Uno specchio deformante, certo, perché il cinema lavora anche per estremi. Eppure riconoscibile. Non la perfezione dell’opera, ma la verità dell’inquietudine.
In fondo, il pubblico a volte coglie prima della critica il valore sintomatico di un racconto. Non si sofferma tanto sulla qualità dell’architettura quanto sulla forza della risonanza. Non si chiede soltanto se il film sia ben costruito. Si chiede, magari senza dirselo: questa storia parla di me, del mio tempo, della mia paura?
Se la risposta è sì, il film passa. Anche con tutti i suoi difetti.
E forse Mercy è piaciuto proprio per questo: non perché sia un grande film in senso stretto, ma perché mostra in forma narrativa qualcosa che molti avvertono già senza saperlo formulare fino in fondo. La paura di vivere in un mondo in cui non conta più davvero la verità, ma la percentuale. Non lo sguardo umano, ma l’inferenza. Non il giudizio, ma il calcolo che pretende di sostituirlo.
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