La sintassi del conflitto … come le parole decidono chi è il colpevole

Da mesi ormai questa immagine qui sotto circola in rete, rilanciata con stupore e indignazione. Mostra due titoli del New York Times, affiancati e annotati: uno su Gaza, l’altro sull’Ucraina. I commenti si moltiplicano, ma quasi nessuno si prende la briga di spiegare davvero cosa succede, e perchè, nei processi di elaborazione di una notizia.
Eppure, il punto non è solo cosa viene scritto, ma come viene costruito il racconto. Perché tra voce passiva, soggetto omesso e lessico emotivo o neutro, non stiamo semplicemente leggendo due notizie: stiamo osservando due modi opposti di inquadrare la realtà.
E quindi, due modi diversi di farci pensare.


Il New York Times riporta due notizie. Due guerre. Due tragedie.
Ma il modo in cui le racconta non è affatto lo stesso.
Da una parte Gaza, 25 morti in una scuola: nessun colpevole nominato, voce passiva, tragedia sospesa.
Dall’altra l’Ucraina, la Russia colpisce un ospedale pediatrico: soggetto esplicito, linguaggio attivo, indignazione chiara.

Non sono solo le bombe a cambiare il corso di una guerra.
A volte, basta una virgola. Un verbo al passivo.
Un soggetto omesso.
Quella che sembra una semplice scelta stilistica è, in realtà, un atto politico.
I media non mostrano mai il mondo così com’è, ma così come scelgono di raccontarlo.
E in quel racconto, la sintassi diventa geopolitica.

È il principio del framing: incorniciare un fatto in modo da orientarne la lettura, la comprensione, e persino il giudizio morale.
Le guerre non si combattono solo con le armi.
Si combattono anche con le frasi.

Ci sono guerre che fanno più rumore. Non perché siano più sanguinose, ma perché vengono raccontate con un linguaggio diverso. E nella guerra dell’informazione, la differenza tra “ucciso” e “colpito”, tra “attacco” e “crisi”, vale quanto un missile.

Una foto circolata in rete mette a confronto due titoli del New York Times. Stessa testata. Stesso periodo. Due teatri bellici diversi: Gaza e Ucraina.
Ma soprattutto: due scelte sintattiche opposte.

Il primo titolo, del 9 luglio 2024, recita:
“At least 25 reported killed in strike on school building in Southern Gaza”.
Voce passiva. Nessun colpevole. Solo una tragica contabilità.
Il bombardamento è raccontato come una fatalità, una tragedia astratta. Israele non è nominato. La responsabilità è sfumata, silenziata, dispersa tra le righe.

Il secondo titolo, lanciato il giorno precedente, invece è esplicito:
“Russia strikes children’s hospital in deadly barrage across Ukraine”.
Voce attiva. Russia soggetto dell’azione. Linguaggio diretto e accusatorio.
Non c’è ambiguità: l’aggressore è nominato, il gesto è condannato, l’empatia è orientata.

Stesso tipo di evento (un bombardamento su civili). Due narrazioni completamente diverse.
Perché il modo in cui scrivi una frase decide chi è il colpevole e chi è la vittima.
È lì che agisce il framing: nella struttura della frase, nella scelta del verbo, nella presenza o assenza del soggetto.


Il potere dei titoli
quando leggere si ferma al primo rigo

Nell’ecosistema dell’informazione digitale, il titolo non è più solo un’apertura: è spesso l’unico contenuto che viene realmente letto.
A dirlo non è una sensazione soggettiva, ma una serie crescente di ricerche accademiche.

Uno studio pubblicato dalla Pennsylvania State University e apparso su Nature Human Behavior ha analizzato milioni di link condivisi su Facebook.
 Il dato è chiaro:
oltre il 75% degli utenti condivide un articolo senza mai cliccarci sopra.
Il titolo diventa così la notizia intera, l’unico input da cui scaturisce opinione, emozione, giudizio.

Non è solo questione di tempo o distrazione: il titolo agisce come una lente cognitiva.
La ricerca
The effects of subtle misinformation in news headlines(Ullrich Ecker et al.) ha dimostrato che i titoli influenzano non solo il comportamento di click, ma anche la memoria: chi legge un titolo fuorviante tende a ricordare male anche ciò che ha letto dopo, se lo ha fatto.
Anche gli esperimenti A/B condotti dal Washington Post, da Upworthy e dalla Harvard Kennedy School mostrano che:

  • i lettori preferiscono titoli più semplici e diretti, con parole comuni e struttura chiara;
  • i titoli con curiosity gap (quelli che alludono ma non spiegano) funzionano solo in ambienti di scarsa informazione, mentre diventano inefficaci o fastidiosi in contesti informativi densi.

Un’altra meta-analisi pubblicata-When curiosity gaps backfire: effects of headline concreteness on information selection decisions -pubblicata su Scientific Reports ha esaminato oltre 9.000 esperimenti e conferma che:
La struttura del titolo orienta il modo in cui le persone attribuiscono senso e intenzione a un fatto.

In sintesi:

  • Un titolo con voce passiva e soggetto omesso può diluire la responsabilità.
  • Un titolo attivo, emotivo, diretto può polarizzare l’opinione ancora prima che venga letto un solo paragrafo.
  • Il framing sintattico e semantico di un titolo non è forma: è contenuto che plasma la realtà percepita.

Dunque, non è una semplice questione giornalistica. È la costruzione stessa della realtà. Alcuni morti diventano “simboli”. Altri restano numeri.
Alcuni aggressori sono denunciati, altri non nominati.

E noi, lettori, finiamo per assorbire inconsapevolmente questa mappa delle colpe selettive.

Per questo imparare a leggere la sintassi è oggi un gesto politico.
Decifrare le frasi è un atto di resistenza culturale.
Perché la guerra non si combatte solo sul terreno. Si combatte anche nella grammatica invisibile delle notizie.

Nota tecnica
Quando parliamo di voce attiva o passiva, ci muoviamo nel campo della sintassi, non semplicemente in quello della grammatica. La sintassi è la parte della lingua che stabilisce chi compie un’azione, chi la subisce e come viene narrata.
È lì che si gioca il vero potere del framing.
E spesso, proprio lì, si nasconde chi ha premuto il grilletto.


Un approfondimento
Framing sintattico e semantico: leggere oltre le parole

Quando leggiamo una notizia, ci lasciamo spesso guidare dal contenuto, dai numeri, dai fatti dichiarati.
Ma a ben vedere, non è solo il “cosa” viene raccontato a fare la differenza.
È il “come”
.
Dietro ogni frase, ogni titolo, ogni costruzione linguistica, si nasconde una scelta: una direzione interpretativa, una sfumatura voluta, a volte impercettibile, ma tutt’altro che neutra. È qui che entra in gioco il concetto di framing.
Nella teoria della comunicazione,da Erving Goffman a George Lakoff,  il framing viene definito come l’insieme delle cornici interpretative che ci aiutano a dare senso a ciò che accade.
Una notizia non arriva mai “nuda”: è sempre inserita dentro una struttura narrativa che orienta il nostro sguardo, suggerendoci, spesso in modo implicito, cosa pensare e come sentirci.
Ma questa cornice non è monolitica. Si costruisce su più livelli.
E tra questi, due sono fondamentali: il livello sintattico e quello semantico.
In termini semplici, possiamo dirlo così:

  • Il framing sintattico influenza il modo in cui una notizia è raccontata.
  • Il framing semantico influenza il modo in cui quella notizia viene compresa.

Il primo agisce sulla struttura della frase: sceglie se usare la voce attiva o passiva, se nominare o omettere il soggetto, se mettere in evidenza l’azione o l’effetto.
Il secondo costruisce il significato complessivo: ci dice, spesso senza dirlo, chi ha torto, chi ha ragione, chi è il carnefice, chi la vittima, se ciò che leggiamo è una tragedia evitabile o una fatalità insensata.
Prendiamo le due frasi che raccontano lo stesso fatto:

  • “Ospedale colpito nel sud della Striscia di Gaza.”
  • “Israele bombarda un ospedale a Gaza.”

La differenza è lampante.
La prima frase omette il soggetto, usa una forma passiva, neutralizza l’evento.
La seconda è diretta, esplicita, costruisce un frame chiaro: c’è un autore dell’azione, c’è un bersaglio, c’è un impatto morale.
Ecco perché il framing sintattico non è mai solo una scelta stilistica. È una leva strategica che costruisce, frase dopo frase, il framing semantico, ovvero la nostra percezione di ciò che è giusto o sbagliato, grave o accettabile, reale o sfumato.
Una stessa tragedia può apparire inevitabile o scandalosa, colpevole o impersonale, a seconda del modo in cui viene scritta.
la sintassi è il codice. La semantica è l’effetto.
E chi sa manipolare il codice, sa anche orientare l’effetto.

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