Ho incontrato per la prima volta il concetto di cyberception di Roy Ascott leggendo “e-Learnig. Electric extended embodied, testo universitario per il quale la mia amica docente e ricercatrice Maria D’Ambrosione è stata co-autrice.
La cyberception è un concetto sviluppato da Ascott per descrivere l’espansione della percezione umana attraverso l’uso della tecnologia digitale.
Derivato dalla fusione dei termini “cybernetics” e “perception“, questo termine indica una trasformazione della coscienza che avviene grazie all’interazione con ambienti digitali e virtuali.

Approfondendo in Telematic Embrace il pensiero di Ascott, artista e teorico della cibernetica, mi ha colpito per il modo in cui riformula l’idea di coscienza in rapporto alla tecnologia.
Secondo Ascott, la cyberception non si limita a estendere le capacità sensoriali umane, ma ridefinisce il modo in cui interagiamo con la conoscenza e la realtà, creando nuove modalità di apprendimento, comunicazione e creatività.
In un mondo sempre più connesso, la mente non è più un’entità isolata, ma un nodo in una rete di intelligenza distribuita, in cui l’informazione diventa fluida e interattiva.
Egli descrive la cyberception come l’ampliamento della percezione umana grazie alla continua interazione con reti digitali.
Non si tratta soltanto di aggiungere nuovi “strati” sensoriali, ma di ripensare radicalmente il nostro rapporto con la realtà e con la conoscenza.
Da anni, nel campo dell’educazione digitale, si può notare che molti corsi online si limitano a trasferire i contenuti di un testo tradizionale in forma digitale, fenomeno che ben si evidenzia nel succitato testo “e-Learnig. Electric extended embodied.
Tuttavia, secondo Ascott, l’apprendimento basato sulla cyberception dovrebbe trasformare l’esperienza stessa dello studente, integrando l’aspetto embodied della conoscenza: i gesti, la collaborazione, la possibilità di co-creare il sapere, in tempo reale.
Un esempio significativo è l’uso di piattaforme di realtà virtuale (come Mozilla Hubs o FrameVR), in cui gli studenti possono “incontrarsi” in spazi 3D, interagire con oggetti virtuali e costruire insieme progetti che vanno oltre i limiti dello schermo piatto.
Ho sperimentato la forza immersiva di ambienti virtuali frequentando il metaverso di Second Life.
Qui, già un decennio fa (proprio quando Ascott pubblicava il suo pensiero), oltre a contesti didattici creativi interattivi, ho osservato – e non ho timore di confessarlo, pur mosso dalla curiosità del ricercatore – anche dinamiche di “intimità” virtuale: un’area ancora poco esplorata ma estremamente rivelatrice di come la percezione di sé e dell’altro possa trasformarsi radicalmente quando il corpo fisico si intreccia con un avatar digitale.
In tali contesti, la cyberception mostra tutta la sua potenzialità: la sensazione di presenza e di “tangibilità” dell’esperienza (pur essendo mediata da dispositivi digitali) si fa sorprendentemente intensa. Alcuni studi hanno infatti evidenziato come le piattaforme VR possano enfatizzare la dimensione emotiva ed empatica, trasformando l’interazione – anche intima – in un’esperienza multisensoriale.
Questa prospettiva si ricollega all’idea di sinestesia potenziata dalla tecnologia, dove l’utente può “vedere”, “toccare” e “ascoltare” i contenuti in modo sincronizzato.
Le possibili implicazioni pedagogiche di questo fenomeno sono evidenti: se la percezione si arricchisce di segnali plurisensoriali, l’apprendimento diventa non solo cognitivo, ma anche emotivo ed esperienziale. Nel caso delle esperienze erotiche virtuali, se analizzate con uno sguardo sociologico o psicologico, possono fornirci ulteriori chiavi di lettura su come la presenza in rete e l’interattività stiano ridefinendo la nostra identità e la nostra percezione corporea.
È in questo contesto che emerge l’aspetto più affascinante della cyberception: la mente, secondo Ascott, non è più un’entità isolata, ma un nodo in una rete di intelligenza distribuita. Lo constatiamo ogni giorno quando ci informiamo su Google, partecipiamo a forum o collaboriamo su documenti condivisi.
La conoscenza, dunque, non ha più un luogo fisso: esiste in uno spazio fluido di persone, strumenti e infrastrutture che si trasformano costantemente.
Questa trasformazione porta con sé questioni etiche e metodologiche, specialmente in ambiti più sensibili come la sfera intima o relazionale.
In un’epoca di informazioni “liquide”, per citare Zygmunt Bauman, il rischio di superficialità o sovraccarico sensoriale è reale.
In definitiva, la cyberception offre un orizzonte di possibilità in cui la formazione, l’arte e persino la quotidianità possono essere riconfigurate – includendo anche le dimensioni più private e sensibili dell’esistenza. Se la prima alfabetizzazione ci ha insegnato a leggere e scrivere il mondo, questa nuova alfabetizzazione digitale (o “cibernetica”) ci invita a navigarlo, manipolarlo e, soprattutto, co-crearlo. È una prospettiva che richiede responsabilità, creatività e collaborazione, poiché la conoscenza – oggi più che mai – non è un fatto individuale, bensì un processo condiviso capace di rinnovarsi con il contributo di ogni singolo partecipante alla rete.
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