… Ma allora gli Gnostici lo avevano già capito?


Se negli Uomini – nel modo di relazionarsi tra di loro, che si manifesta attraverso i linguaggi (verbali e non-verbali) – esiste un minimo comune denominatore,  allora è vero che esiste un Logos una “Lingua Materna Universale” che autodetermina gli elementi comuni di una Coscienza universale, capace di mettere in Connessione gli Uomini tra di loro spiritualmente nel ‘Regno non Materiale’.

Alla ‘Scuola di Filosofia’ mi è stato dato il compito di ‘tracciare’ una riflessione sul ‘Concetto di Logos’ nell’ambito degli studi sugli Gnostici. Logos,  solo nel senso più banale e topico significa ‘parola’ (oppure, meglio, ‘orazione’ o ‘parola parlata’), queste sono definizioni a me – che mi occupo per professione di Comunicazione – ovviamente care. Tuttavia in una visione più specifica, appunto Filosofica (e quindi per gli Gnostici) , il Logos assume altri significati.

Gnosticismo (che, nel greco antico, significa “aver conoscenza”) è il nome ‘moderno’ coniato per identificare una varietà di antiche idee e di sistemi religiosi secondo i quali si credeva che il mondo materiale fosse stato “Creato da un’emanazione del Dio supremo,  che intrappolò la ‘Scintilla divina’ all’interno del Corpo Umano”, scintilla che però  poteva ‘essere liberata’ dalla Gnosi, cioè dalla Conoscenza. Alcuni degli insegnamenti fondamentali dello Gnosticismo ci dicono che “Tutta la materia è cattiva, e solo il Regno non materiale cioè quello spirituale è buono”, dunque che contrariamente a quanto si possa credere “Il Creatore dell’Universo Materiale non è il Dio supremo, ma uno Spirito Inferiore” quindi “Per raggiungere la Salvezza, è necessario mettersi in contatto con Conoscenze segrete” pertanto “Lo Gnosticismo non si occupa del ‘Peccato’, piuttosto solo dell’Ignoranza”. Nello Gnosticismo il ‘Concetto di Logos’ fu ampiamente usato. Ad esempio, per Filone di Alessandria,  il Logos, tra le varie sue funzioni,  “mette in Ordine le menti umane”, “è la giusta Ragione, legge infallibile fonte di ogni altra Legge”, “ha la funzione di essere difensore dell’Umanità pervadendo il Mondo con un manifestazione che è nell’Angelo che agisce come Coscienza dell’Uomo”. 

Ho scelto queste definizioni di Logos declinate dallo gnostico Filone perché, sebbene generalmente si pensi che le credenze gnostiche fossero originate negli ambienti ebraico-cristiani nel primo e secondo secolo d.C., tuttavia non è nuovo pensare che la “Dottrina del Logos” possa essere fatta risalire ad altre Culture più antiche.

Come nell’antico Egitto,  in particolare riferendosi al culto di Thoth:  ‘Dio Patrono della Parola, della Scrittura, della Saggezza, dell’Astronomia, della Matematica, della Musica, della Medicina ed infine, della Magia; quando veniva invocato veniva appellato come “Signore di Ma’at (la Dea che impersonava l’Ordine, la Verità, Equilibrio, Moralità, Legge e Giustizia) e “Signore delle Parole divine  e della “Lingua di Ra”, associandolo al processo di ‘Ordinazione della Creazione’ poiché nella cosmologia egiziana il Dio del Sole, Ra, pronunciando i divini nomi degli Dei, creò e mise in moto l’Universo.

Più tardi, per tutti i filosofi Greci la parola Logos diventa essenziale,  assumendo diversi significati tra cui ‘ordine, schema, rapporto, ragione, mediazione e armonia’: inequivocabilmente concetti il cui senso ha similitudini con quelli che gli Egizi associavano a Thoth.

Dunque il Logos esprime il concetto, condiviso tra gli antichi Egizi e i Greci, di “un ordine universale di base incarnando l’idea di ciò che è giusto, buono e vero, di ciò che è morale e che porta all’ordine.”

Ma se guardiamo ad altre dottrine ci rendiamo conto che i concetti di armonia, equilibrio ed ordine sono condivisi tra molte altre Culture: potremmo dire che esiste una connessione di base a livello universale di ciò che rappresenta il simbolismo del Logos (appunto l’ordine, lo schema, il rapporto, la ragione, la mediazione e l’armonia) tra le molte altre Religioni  (come ad esempio  l’Ashi zoroastriano, il Tao cinese o il Dharma indiano) e/o molte antiche mitologie simboliche.

Ci possiamo rendere conto che Carl Jung aveva ragione con la sua ‘Teoria degli archetipi e l’inconscio collettivo’. “Nessun archetipo è riducibile a semplici formule. L’archetipo è come un vaso che non si può svuotare né riempire mai completamente. In sé, esiste solo in potenza, e quando prende forma in una determinata materia, non è più lo stesso di prima. Esso persiste attraverso i millenni ed esige tuttavia sempre nuove interpretazioni. Gli archetipi sono elementi incrollabili dell’inconscio, ma cambiano forma continuamente (C. Jung) ” (…)  “questi originano dall’istinto e, al contempo, presentano una dimensione spirituale. Sono elementi che costituiscono una categoria a priori della conoscenza. Gli archetipi si manifestano nell’inconscio collettivo attraverso quelle risposte automatiche e ancestrali che l’uomo continua a riproporre. Ma l’uomo ha anche il desiderio e la spinta ad essere libero, quindi cerca di liberarsi dalla coazione a ripetere conquistando una propria coscienza individuale, che si può raggiungere solo se si è in grado di integrare gli archetipi con la coscienza (…) Gli archetipi sono più che simboli: sono l’essenza che dà vita al simbolo e sono la potenza che permette al simbolo di esistere nel tempo. Gli archetipi si manifestano in ogni cultura, prendendo voce nei miti, nelle favole, nelle leggende che racchiudono in sé i principali temi dell’uomo dall’origine dei tempi (M.Fattiroso) ”

Gli antichi Egizi – quindi Noi, Uomini – abbiamo inventato il ‘Metu Neter’ per raffigurare con i nostri simboli il linguaggio degli Dei, cioè per rappresentare e comprendere non solo la Realtà, ma Noi stessi; poichè “siamo gli Dei della nostra Coscienza” .

Secondo alcuni studiosi gli antichi Egizi chiamavano la loro lingua Metu Neter, che significa Parola del Neter (Dio). I 'Dialoghi' di Platone rivelano l'obiettivo della lingua degli antichi Egizi nel 'Filebo' (18-d): "egli, Thoth, denominò 'lettera' tutte e ciascuna ... che in qualche modo le unifica tutte, che pronunciò perchè ci fosse per esse un'unica tecnica, designandola come grammatica" . Thoth stabilì il principio della lingua scritta, le lettere, come rapprsentazione grafica( immagine /illustrazione) delle vibrazioni pronunciate del suono. Questo punto illustra l'intimo rapporto tra il suono e le forme visive.

Questo dunque potrebbe essere il LOGOS?  Che come assumono i Teosofici è “presso tutte le nazioni e tutti i popoli la Divinità manifestata”, cioè la nostra Coscienza.

La Dottrina della Gnosi insegna che: “siamo tutti figli di Dio”, che tutti possiamo condividere allo stesso modo esperienze intime di base con la Divinità senza un’Istituzione mediatrice. 

Dunque secondo antiche credenze, sebbene i Popoli delle diverse Nazioni della Terra  parlino lingue differenti,  esisterebbe nella specie Umana, negli Uomini, un Logos Universale, una Grammatica Universale, che, alcuni Gnostici della nostra epoca definiscono: la “Lingua Materna Universale” (R. Ruyer).

Ma non sono solo gli Gnostici i filosofi o i metafisici a disquisire su questo concetto. Anche moderni ed accreditati scienziati ortodossi argomentano e studiano concetto analoghi.

Come ad esempio accade con la ‘Linguistica’, che è la disciplina scientifica che studia il linguaggio umano inteso come la capacità dell’Uomo di comunicare, che tratta l’analisi della forma del linguaggio, il significato del linguaggio e il contesto in cui un linguaggio è usato per comunicare con le sue manifestazioni attraverso le lingue parlate nel mondo. Gli studiosi della Linguistica hanno elaborato naturalmente delle teorie per spiegare i fenomeni che regolano il linguaggio. La ‘Grammatica Universale’ è la teoria della componente genetica della facoltà del linguaggio. Il postulato di base della Teoria della Grammatica Universale (teoria elaborata da Noam Chomsky) è che un certo insieme di regole strutturali del linguaggio sono innate per gli umani, ed indipendenti dall’esperienza sensoriale. Con più stimoli linguistici ricevuti nel corso dello sviluppo psicologico, secondo questa teoria, i bambini di qualsiasi cultura adottano regole sintattiche specifiche conformi alla Grammatica Universale, questa a volte viene anche definita come “Grammatica mentale”.

Questa forma di Grammatica (Universale) si trova in contrasto con ‘altre Grammatiche’ come ad esempio quelle prescrittive, descrittive o pedagogiche; i sostenitori della Teoria di Chomsky enfatizzano sull’esistenza di alcune proprietà universali dei ‘linguaggi umani’, proprietà dunque ritenute ‘naturali’. La Teoria della Grammatica Universale propone l’esistenza di una facoltà linguistica innata e geneticamente determinata, che rende più facile e più veloce per i bambini imparare a parlare di quanto non sarebbe altrimenti. Questa facoltà non si riferisce all’esistenza di un vocabolario proprio di una particolare lingua (quindi le parole e i loro significati devono essere appresi),  ed assume anche l’esistenza di diversi parametri descrittivi che possono variare liberamente tra le diverse lingue (ad esempio: gli aggettivi che precedono o seguono nomi) che devono essere appresi dal bambino con l’esperienza, che svilupperà il suo linguaggio con determinate proprietà (ad esempio, distinguendo i nomi dai verbi o distinguendo le parole di funzione dalle parole di contenuto ). Elaborando questa teoria, Chomsky guarda alla facoltà del linguaggio come a un ‘carattere universale’ di una “proprietà caratterizzante qualsiasi individuo indipendentemente dalla cultura di appartenenza”. Egli definisce le regole della Grammatica Universale “una componente Innata della Mente Umana” (cioè, “che non si imparano attraverso l’esperienza”) e le associa, per similitudine, alle regole della Matematica: come in effetti già arrivò a pensare nel XVII secolo il filosofo e matematico Leibniz che tentò di creare la ‘Characteristica Universalis’ un linguaggio formale e universale che si esprimeva tramite concetti matematici e con una serie di simboli.

Negli ultimi anni la ricerca inter-transdisciplinare nelle Scienze Cognitive sembra voler confermare le teorie universaliste ed innatiste del linguaggio verbale di Chomsky,  così come quella di Paul Ekman nella Cinesica che studia invece il Linguaggio del Corpo nella Comunicazione non verbale.

Nello studio della linguistica però, non esistono solo le teorie innatiste. Alcuni studiosi come Benjamin Whorf ed Edward Sapir studiando le lingue mesoamericane (in particolare dell’etnia amerinda Hopi) hanno contrariamente elaborato le ‘ipotesi della relatività linguistica’ introdotta  nel 1800 dal filosofo linguista Wilhelm von Humboldt  che vedeva il linguaggio come espressione dello spirito di una nazione. Secondo questo assioma i linguaggi sono ancorati al pensiero, ovvero la struttura di una lingua influisce sulla visione o sulla cognizione del mondo dei suoi parlanti.

Negli anni '80 del secolo scorso il linguista chomskiano Daniel Everett si imbattè in Amazzonia nella tribù indios Pirahã. Quando Everett iniziò, con grandi difficoltà,  a comprendere le particolari ed uniche caratteristiche della lingua di questi indigeni, le sue convinzioni sulle teorie innatiste di Chomsky sono andate in crisi. Così Everett iniziò a rileggere il lavoro di linguisti che avevano preceduto Chomsky, tra cui quello di Edward Sapir, un influente studioso di origine prussiana morto nel 1939. Studente dell'antropologo Franz Boas, Sapir aveva insegnato a Yale e studiato le lingue di dozzine di tribù nelle Americhe. Sapir era affascinato dal ruolo della cultura nel dare forma ai linguaggi, e sebbene anticipasse la preoccupazione di Chomsky per gli universali linguistici, era più interessato alle variazioni che rendevano ogni lingua unica. Nel suo libro del 1921, "Lingua",  Sapir affermava che il linguaggio è un'abilità acquisita, che "varia come ogni sforzo creativo varia - non in modo consapevole, forse, ma comunque come le religioni, le credenze, le usanze, le religioni e le arti di popoli diversi. Con le sue riflessioni, Everett,  cominciò a mettere in discussione il primo principio della linguistica chomskyana: cioè quella che assume che i bambini non possono imparare la lingua se i principi della grammatica non sono stati 'preinstallati nel cervello'. Invece, "i bambini sono immersi nella lingua dal momento in cui acquisiscono la capacità di ascoltare nel grembo materno", ragionò Everett;  "i genitori e gli educatori  pedagogici spendono enormi energie per insegnare ai bambini come dire parole e riunirle in frasi, in un processo che dura anni". "E' davvero vero che il linguaggio" - come sostiene Chomsky - semplicemente "cresce come qualsiasi altro organo del corpo"? Everett non nega l'esistenza di una dotazione biologica per il linguaggio: "gli umani non potrebbero parlare se non possedessero l'architettura neurologica necessaria per farlo". Ma, è anche convinto che la cultura abbia un ruolo molto più importante di ciò che si assume nella teoria di Chomsky

Ecco dunque che nasce una domanda fondamentale. Le facoltà psicologiche umane sono per lo più innate oppure sono per lo più un risultato dell’apprendimento, e quindi soggette a processi culturali e sociali come il linguaggio?

Pertanto dove è la verità?  E’ nella visione innata (o non E’) che sostiene che gli esseri umani condividono lo stesso insieme di facoltà di base, e che la variabilità dovuta alle differenze culturali è meno importante perché  la mente umana è una costruzione prevalentemente biologica, quindi ci si può aspettare che tutti gli esseri umani condividano la stessa configurazione neurologica nei modelli cognitivi?

Io credo che gli Gnostici abbiano risposto,  inconsapevolmente ante litteram ,  a questa domanda.

Come? Assumendo che: “Tutta la Materia è Cattiva, e solo il Regno Non Materiale, cioè quello Spirituale,  è Buono”.  Assunto Gnostico che potrebbe essere spiegato con le visioni moderne elaborate dalla Scienza fino ad ora descritte.  Infatti, se seguiamo il ragionamento metafisico degli Gnostici sostenuto dalle teorie scientifiche fin qui introdotte, potremmo spingersi a pensare con un ‘paradossismo’, cioè che ambedue le visioni scientifiche, quella innatista  e quella relativistica, sono vere.

Se negli Uomini – nel modo di relazionarsi tra di loro, che si manifesta attraverso i linguaggi (verbali e non-verbali) – esiste un minimo comune denominatore,  allora è vero che esiste un Logos una “Lingua Materna Universale” che autodetermina gli elementi comuni di una Coscienza universale, capace di mettere in Connessione gli Uomini tra di loro spiritualmente nel ‘Regno non Materiale’. Tuttavia è anche inequivocabile l’esistenza nell’Umanità di significative differenze antropologico-culturali  dovute alle differenze comportamentali influenzate dall’ambiente, dal contesto culturale di riferimento di ogni singolo Uomo.

E’ in questo caso, nella ‘Materialità’ del vivere umano che il Demiurgo agisce per corrompere l’Uomo spingendolo verso il ‘male’, cioè mantenendolo nell’Ignoranza.

References
- Raymond Ruyer, "La Gnosi di Princeton", 2011, Mimesis
- Moustafa Gadalla, "I Mistici Egizi, Cercatori della via", 2017, Tehuti Research Foundation
- E. A. Wallis Budge, "From Fetish to God in Ancient Egypt", 1934, new ed. 2004 - Routledge
- C. Gustav Jung, "Gli Archetipi dell'Inconscio Collettivo", 1934, new ed. 1977 - Bollati Boringhieri
- Marc D. Hauser\Noam Chomsky\W. Tecumseh Fitch, "The Faculty of Language: What Is It, Who Has It, and How Did It Evolve", 11/2002, Department of Psychology, Harvard University, Cambridge - Department of Linguistics and Philosophy, Massachusetts Institute of Technology, Cambridge
- Daniel L. Everett, "Cultural Constraints on Grammar and Cognition in Piraha", 2005, Current Anthropology Volume 46, Number 4, August–October

 

4 risposte a "… Ma allora gli Gnostici lo avevano già capito?"

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  1. Il linguaggio è la rappresentazione culturale di un’attività mentale che precede il linguaggio stesso ed è formato da immagini, non da parole. Quello che si definisce “linguaggio universale” non è insito nella grammatica e nelle parole delle diverse lingue, ma è costituito da immagini; quelle sì, universali (vedi il “concetto” platonico). La mente umana ragiona per immagini, non con parole. L’abbinamento delle parole alle immagini avviene col tempo e grazie alla cultura, l’educazione, l’esperienza. I geroglifici egiziani, per fare un esempio concreto, esprimono concetti con l’immagine, simboli e disegni, non con le parole. Il bambino, prima che cominci ad usare il linguaggio, non è che non ragioni e non formuli pensieri. Pensa, ragiona, ma lo fa attraverso le immagini. Poi con l’imitazione e l’apprendimento comincia ad abbinare la parola “mamma” alla figura materna, la parola “cane” all’immagine del cane e “gatto” all’immagine del gatto. Così ci abituiamo ad usare le parole per esprimere i nostri pensieri e dimentichiamo che quei pensieri nascono non come parole, ma come immagini. Forse sbaglio, ma questa è la mia modesta opinione in merito.

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