C’è un paradosso che attraversa il discorso pubblico sullo sport, e diventa ancora più evidente quando si incrocia con il Terzo Settore. Da una parte, lo sport viene raccontato dalle istituzioni come una leva di inclusione sociale, salute, educazione civica, prevenzione del disagio e rigenerazione dei territori. Dall’altra, gli impianti sportivi pubblici che dovrebbero rendere possibile questa promessa vengono spesso governati dentro logiche di sostenibilità economica, concessione, tariffazione e copertura dei costi. Il punto non è scandalizzarsi: una piscina comunale, un campo, una palestra, un palazzetto costano davvero. Il punto è capire quale logica prevale quando le risorse sono scarse: quella dell’accesso o quella del rendimento, quella dell’inclusione o quella dell’equilibrio contabile.
I numeri spiegano subito perché il tema non è marginale. In Italia la quota maggioritaria degli impianti sportivi resta pubblica: secondo le rilevazioni ISTAT, oltre il 70% degli impianti è riconducibile alla sfera pubblica locale, soprattutto comunale. Questo significa che la pratica sportiva, almeno nella sua infrastruttura di base, dipende in larga misura dalle scelte amministrative degli enti territoriali.
Lo stesso quadro nazionale mostra però un patrimonio spesso vecchio, diseguale e bisognoso di riqualificazione, con un fabbisogno che pesa di più proprio nei territori più fragili. Questo significa che il problema dello sport non riguarda solo l’offerta di tempo libero: riguarda l’accesso a una vera infrastruttura di cittadinanza.
C’è poi un dato che dovrebbe far riflettere più di molte enunciazioni di principio: secondo ISTAT, circa il 22% dei ragazzi tra 6 e 17 anni non pratica sport. Dietro questa cifra non c’è solo un deficit di attività fisica, ma spesso anche l’assenza di uno spazio di socializzazione, di una routine ordinata, di una possibilità educativa in più. E non si tratta di una distribuzione casuale. Il fenomeno tende a concentrarsi dove le famiglie dispongono di meno risorse economiche e dove l’infrastruttura sportiva pubblica è più fragile, più carente o meno accessibile. È in questi contesti che il tema dello sport smette di essere un capitolo marginale del tempo libero e diventa una questione concreta di disuguaglianza.
Secondo ISTAT, circa il 22% dei ragazzi tra 6 e 17 anni non pratica alcuna attività sportiva. Nelle analisi di Openpolis e Con i Bambini, in Campania, Calabria e Puglia la pratica in impianti pubblici si colloca attorno al 30% o meno dei rispondenti, mentre in Sicilia, nel campione considerato, il ricorso alle strutture private raggiunge livelli molto elevati. A Napoli, inoltre, i Neet tra 15 e 29 anni arrivano al 29,7%, gli abbandoni scolastici precoci al 17,6% e le famiglie con figli in potenziale disagio economico al 6%. Presi insieme, questi numeri dicono una cosa semplice: nelle aree più fragili l’accesso allo sport pubblico non è un tema accessorio, ma parte dell’ecosistema educativo e sociale.
Il secondo dato è ancora più politico. Le analisi di Con i Bambini e Openpolis mostrano che l’offerta di impianti sportivi è fortemente squilibrata e che nel Mezzogiorno il ricorso alle strutture pubbliche è molto più debole. In Sicilia, ad esempio, nel campione considerato, il ricorso alle strutture private raggiunge quote altissime; in Campania, Calabria e Puglia la pratica in impianti pubblici riguarda circa il 30% o meno dei rispondenti. Tradotto: nelle aree dove il bisogno di accesso sociale sarebbe maggiore, l’infrastruttura pubblica conta meno o arriva peggio. È qui che il discorso sull’inclusione smette di essere astratto e diventa una questione di geografia sociale.
Il terzo dato riguarda Napoli e rende il quadro ancora più netto. Secondo l’indagine 2025 di Openpolis e Con i Bambini sulla condizione giovanile nelle periferie urbane, a Napoli gli abbandoni scolastici precoci riguardano il 17,6% dei giovani tra 18 e 24 anni, mentre i Neet tra 15 e 29 anni arrivano al 29,7%. In più, le famiglie con figli in potenziale disagio economico sono il 6%, tra le quote più elevate tra le città metropolitane. Anche senza forzare conclusioni meccaniche, il messaggio è chiaro: quando in una città si concentrano vulnerabilità educative, inattività giovanile e fragilità economica, lo sport accessibile non è un lusso ricreativo, ma un presidio territoriale.
Detto questo, bisogna essere seri fino in fondo anche sull’altro versante: non basta dire “sport” per dire automaticamente prevenzione della devianza. La letteratura scientifica è più prudente di molta retorica politica. Una meta-analisi molto citata di Spruit e colleghi ha rilevato che, in generale, non esiste una relazione automaticamente significativa tra semplice partecipazione sportiva e delinquenza giovanile. In altre parole, mandare un ragazzo a fare sport, di per sé, non garantisce automaticamente un effetto anti-devianza. Questo passaggio è fondamentale, perché ci protegge da semplificazioni facili e rende il ragionamento più solido. Ma proprio qui arriva il punto decisivo. Se la pratica sportiva generica non basta sempre, i programmi sportivi strutturati, rivolti a giovani a rischio e accompagnati da obiettivi educativi, life skills, mentoring e comunità adulta, mostrano risultati più promettenti.
L’UNODC, nel suo policy guide del 2024 sulla prevenzione di crimine e violenza attraverso lo sport, afferma che i programmi sportivi mirati possono agire sui fattori di rischio e di protezione associati a violenza, criminalità e uso di sostanze, soprattutto tra i giovani più vulnerabili. Anche gli studi quasi-sperimentali sugli adolescenti a rischio mostrano effetti positivi quando lo sport è inserito in un modello intenzionale e non lasciato a se stesso. Quindi il punto non è “più sport” in astratto, ma quale sport, con quale accesso, in quale contesto, con quali adulti e con quale progetto educativo.
La ricerca più seria non sostiene che lo sport, da solo, riduca automaticamente la criminalità giovanile. La meta-analisi di Spruit et al. mostra che la semplice partecipazione sportiva non basta, in modo generalizzabile, a produrre questo effetto. Ma proprio per questo il punto decisivo diventa un altro: quando lo sport è strutturato, continuativo, accessibile e accompagnato da mentoring, life skills e presenza educativa adulta, può trasformarsi in una leva di prevenzione e protezione sociale. Il problema, dunque, non è fare sport in astratto, ma come lo sport viene organizzato, per chi, dove e con quale finalità.
È per questo che l’impianto sportivo pubblico non può essere trattato come un semplice contenitore neutro o, peggio, come un cespite da valorizzare solo economicamente. Se un quartiere periferico ha alta vulnerabilità educativa, forte presenza di giovani inattivi, famiglie fragili o incapienti e scarsi spazi di aggregazione, un campo sportivo o una palestra comunale possono diventare una delle poche infrastrutture capaci di generare routine, relazione, disciplina, senso di appartenenza e tempo sottratto all’abbandono. Non perché lo sport abbia poteri magici, ma perché può offrire contesto, regole e legami, a condizione che resti accessibile e orientato.
Napoli, in questo quadro, è un caso molto istruttivo. Il Comune afferma nel proprio regolamento che gli impianti sportivi sono destinati all’uso pubblico per la diffusione della pratica sportiva nelle sue forme educative, ricreative e agonistiche. Però gli stessi impianti vengono anche inseriti nella cornice dei servizi a domanda individuale, con tariffe, assegnazioni e discipline d’uso. Non c’è una contraddizione giuridica in questo; c’è però una tensione politica molto chiara. Lo sport viene riconosciuto come bene pubblico, ma la sua infrastruttura concreta vive anche sotto il segno della tariffa, della sostenibilità e della gestione amministrativa.
Il caso dello stadio Collana rende questa doppia natura ancora più visibile. Nel 2021 la Regione Campania ha presentato l’affidamento della gestione all’ARUS insistendo sulla promozione dell’attività sportiva per la comunità, con attenzione a giovani, anziani e persone con disabilità. Ma sullo stesso complesso, nel 2024, è stata avviata una procedura di concessione pluriennale per la gestione del campo da calcio secondo il Codice dei contratti pubblici. La funzione sociale dichiarata e la logica concessoria convivono nello stesso impianto, ed è proprio questa convivenza il punto da discutere.
Il paradosso si fa ancora più forte quando entrano in scena gli enti del Terzo Settore. In teoria, l’incontro dovrebbe essere perfetto: infrastruttura pubblica e missione sociale. La riforma del Terzo Settore riconosce tra le attività di interesse generale l’organizzazione e la gestione di attività sportive dilettantistiche; la riforma dello sport ha ridefinito il sistema sportivo dilettantistico e il ruolo degli enti che lo animano. Dunque, almeno sul piano dei principi, affidare spazi sportivi pubblici a soggetti non profit sembra la soluzione più coerente con la funzione inclusiva dello sport.
In pratica, però, è qui che il paradosso si esplicita quasi in forma pura. Le associazioni, le cooperative sociali, le realtà civiche e sportive senza scopo di lucro vengono chiamate a garantire accesso, inclusione, presidio educativo e comunità. Però, per farlo, devono misurarsi con bollette, manutenzione, personale, adempimenti, sicurezza, servizi accessori, rendicontazione, capacità gestionale e, talvolta, anche con logiche competitive simili a quelle del mercato. In altre parole, al non profit si chiede di restare non profit nella missione, ma di funzionare quasi come un operatore economico nella gestione.
Qui il problema non è la sostenibilità economica in sé, che è inevitabile. Il problema nasce quando la sostenibilità smette di essere uno strumento e diventa il criterio dominante. Quando accade, il rischio è doppio. Da un lato, si alzano le soglie d’accesso per le famiglie più fragili; dall’altro, si selezionano a monte i gestori più forti economicamente, non necessariamente quelli più radicati socialmente. E allora il pubblico continua a parlare di inclusione, mentre la macchina concreta del sistema tende a favorire chi ha più struttura finanziaria, più servizi collaterali, più capacità di stare nel gioco amministrativo.
A questo punto la domanda vera non è se un impianto sportivo pubblico debba avere una gestione sostenibile. Certo che sì. La domanda vera è un’altra: una città considera ancora lo sport pubblico una politica sociale, oppure lo considera ormai soprattutto una gestione patrimoniale con qualche ricaduta sociale? Perché tra queste due impostazioni cambia tutto: cambia il modo di scrivere i bandi, di definire le tariffe, di costruire le agevolazioni, di misurare l’impatto, di scegliere chi gestisce e per conto di chi.
Se guardiamo alle periferie, il punto diventa ancora più netto. Dove ci sono più Neet, più abbandono scolastico, più disagio economico e meno opportunità educative, lo sport pubblico accessibile può diventare una delle poche infrastrutture capaci di tenere insieme tempo, regole, appartenenza e relazione. Ma questo avviene solo se il sistema non si limita a concedere spazi: deve progettare intenzionalmente accesso, accompagnamento e funzione educativa. La letteratura e le agenzie internazionali sono abbastanza concordi su questo: non è lo sport in sé a fare la differenza, è lo sport pensato come dispositivo educativo e comunitario.
A questo punto il paradosso dello sport pubblico appare in tutta la sua complessità.
Il primo paradosso riguarda le infrastrutture. Lo sport viene riconosciuto come un bene pubblico, ma gli impianti che dovrebbero renderlo accessibile sono spesso gestiti dentro logiche economiche che inevitabilmente introducono filtri, tariffe e criteri di sostenibilità.
Il secondo paradosso riguarda la geografia sociale. Nei territori dove lo sport potrebbe avere la funzione più forte di presidio educativo e comunitario – periferie urbane, aree economicamente fragili, contesti con alto tasso di dispersione scolastica e inattività giovanile – l’infrastruttura pubblica è spesso più debole o meno accessibile.
Il terzo paradosso riguarda il lavoro sportivo. Lo sport viene spesso raccontato come attività sociale e volontaria, ma nella realtà quotidiana funziona grazie a istruttori, allenatori, preparatori e educatori che svolgono un lavoro vero e proprio. La riforma del lavoro sportivo ha fatto emergere con maggiore chiarezza questo aspetto, riconoscendo diritti e tutele. È un passaggio necessario, ma rende ancora più evidente che la sostenibilità economica degli impianti non riguarda solo le strutture: riguarda anche la remunerazione dignitosa delle persone che tengono in piedi l’attività sportiva.
Quando questi tre livelli si sovrappongono – infrastruttura pubblica, fragilità sociale dei territori e lavoro sportivo da sostenere – il sistema entra inevitabilmente in tensione.
Ed è proprio qui che emerge la vera domanda politica.
Una città considera ancora lo sport pubblico una politica sociale, oppure lo considera soprattutto una gestione patrimoniale con qualche ricaduta educativa?
La differenza non è teorica. Cambia il modo di costruire i bandi, di definire le tariffe, di sostenere le associazioni, di progettare l’accesso per le famiglie più fragili e di riconoscere il valore del lavoro sportivo.
In altre parole, cambia il modo in cui una comunità decide se lo sport debba essere semplicemente un servizio tra gli altri oppure una delle infrastrutture civiche attraverso cui si costruiscono relazioni, opportunità e futuro.
Ed è per questo che il paradosso dello sport pubblico e del Terzo Settore non è solo una questione amministrativa.
È una scelta culturale e politica che riguarda il tipo di Città e di Società che vogliamo costruire.
Per i dati sugli impianti sportivi e sulla pratica sportiva giovanile: ISTAT, Impianti sportivi e pratica sportiva (2022) e Aspetti della vita quotidiana (2023). Per le disuguaglianze territoriali nell’accesso allo sport e la condizione giovanile nelle periferie: Openpolis – Con i Bambini, Sport e disuguaglianze (2023) e La condizione dei giovani nelle periferie di Napoli (2025). Per il rapporto tra sport e devianza minorile: Spruit A. et al., Sports participation and juvenile delinquency: A meta-analytic review (2016). Per il ruolo dello sport nei programmi strutturati di prevenzione: UNODC, Policy Guide: Sport for Crime Prevention (2024). Per il caso Napoli: atti del Comune di Napoli sugli impianti sportivi comunali e documentazione regionale sullo Stadio Arturo Collana (2021–2024).
Questa è la prima parte di una riflessione più ampia che nasce anche da un’esperienza personale. Dopo trent’anni di sport agonistico, e dopo aver vissuto una parte di quel percorso come atleta azzurro d’Italia, il mio ritorno allo sport avviene oggi con un sentimento diverso: quello della generatività sociale.
Non più solo lo sport come competizione, ma lo sport come possibile innesco di nuove politiche culturali, come presidio educativo, dispositivo relazionale e forma concreta di restituzione per l’innovazione sociale.
Non più soltanto spazio della performance, ma luogo in cui l’esperienza può trasformarsi in cura del legame sociale e in costruzione di futuro per le nuove generazioni.
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