Prima che esistesse l’industria musicale, Napoli aveva già capito tutto.
La canzone napoletana non è nata per caso. È nata perché qualcuno, in due momenti diversi, ha preso una decisione che oggi chiameremmo strategica: prima trascrivere la voce del popolo per renderla durevole; poi trasformare quelle trascrizioni in un sistema capace di produrre immaginario su scala globale.
Con la famiglia Cottrau, la musica di strada diventa repertorio scritto e comincia a viaggiare oltre la città, oltre la lingua, oltre il suo contesto originario. Con la famiglia Bideri, qualche decennio dopo, quella stessa energia si trasforma in sistema: editoria, promozione, racconto pubblico, mercato.
È una storia che parla di musica, ma in realtà racconta come una città riesce a trasformare la propria voce in immaginario globale.
Ci sono momenti, nella vita di una cultura, in cui la tradizione rischia di restare prigioniera della propria stessa forza: viva, potente, ma fragile. Perché affidata soprattutto alla memoria orale, all’interpretazione, alla presenza fisica di chi canta e di chi ascolta. È lì che avviene il passaggio decisivo: quando qualcuno capisce che quella voce va fissata. Non per imbalsamarla, ma per renderla attraversabile. Trasportabile. Ripetibile, senza dissolversi.
La famiglia Cottrau -Guillaume Louis (Guglielmo), francese di origine ma napoletano d’adozione, e poi Teodoro – entra in scena proprio in quel punto, nella prima metà dell’Ottocento. Non inventa la canzone napoletana, ma compie un gesto che oggi potremmo definire quasi antropologico: trascrive, armonizza, pubblica. In altre parole, prende un materiale popolare e lo rende repertorio. Gli dà una forma che può viaggiare, essere studiata, cantata altrove. È il momento in cui una cultura vissuta diventa anche cultura stampata e, con essa, comincia a costruire una memoria organizzata.
Prende forma in quegli anni il progetto dei Passatempi musicali: una prima, sistematica operazione di messa in pagina della voce di Napoli, pronta a viaggiare. E con essa, una delle prime vere operazioni di export culturale della città.
Dentro questa trasformazione, Santa Lucia diventa un simbolo perfetto. Una melodia legata alla Napoli di mare, al ritmo delle barche, a quella forma di nostalgia luminosa che sembra una specialità locale e invece è comprensibile ovunque. Il brano non è solo una canzone: è un dispositivo di trasporto dell’immaginario.
La Napoli cantata, quella che entra nei salotti europei e poi nel mondo, nasce anche così: non per decreto, ma per sedimentazione editoriale.
Poi accade un salto di scala.
Ed è qui che la famiglia Bideri segna un passaggio storico: dalla canzone come patrimonio alla canzone come sistema. Non più soltanto stampa di spartiti, ma costruzione di un ecosistema che tiene insieme autori, pubblico, circuiti, concorsi, narrazione mediatica. In questa fase la canzone napoletana non si limita a esistere: viene lanciata, raccontata, commentata; fatta circolare come evento culturale continuativo.
È anche il tempo in cui la festa di Piedigrotta smette di essere soltanto una celebrazione popolare e diventa un grande palcoscenico collettivo. Un luogo dove le canzoni nascono già con la vocazione di farsi strada nel mondo. È rito di massa e, insieme, laboratorio: la gente si riversa verso la chiesa e il tunnel che portano al mare, ma intanto nei caffè e nei teatri si gioca un’altra partita: quella delle nuove canzoni destinate a durare. Lì si sente chiaramente che la musica non è solo espressione. È racconto condiviso. È rito civile. È riconoscimento reciproco.
In questo contesto strumenti come La Tavola Rotonda – il periodico legato all’editore Bideri, animato da firme e intellettuali della città, tra cui Salvatore Di Giacomo – non sono dettagli: sono infrastrutture.
Una rivista non è solo carta. È un palcoscenico. È un dispositivo di legittimazione. È un amplificatore di reputazione. È il luogo in cui la canzone smette di essere soltanto “bella” e diventa “importante”, perché entra in un circuito che la riconosce, la rilancia, la stabilizza.
Fondata a Napoli nel 1891 dall’editore Ferdinando Bideri, La Tavola Rotonda fu uno dei principali settimanali letterari e musicali dell’Italia di fine Ottocento.
Nelle sue pagine e nel suo ambiente culturale gravitavano alcune delle figure più rappresentative della vita intellettuale italiana, tra cui Gabriele D’Annunzio, Salvatore Di Giacomo, Matilde Serao ed Edoardo Scarfoglio, contribuendo a definire un clima culturale in cui la canzone napoletana smetteva di essere soltanto espressione popolare per diventare fenomeno artistico riconosciuto.
Nel 1909 la rivista pubblicò anche il Manifesto del Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti, tra le prime diffusioni italiane del testo dopo la sua apparizione sulla stampa nazionale e prima della consacrazione internazionale sul «Figaro» di Parigi.
Più che un semplice periodico, fu un dispositivo di legittimazione culturale capace di amplificare autori, linguaggi e immaginario.
Non è un caso che proprio in questo clima maturino canzoni destinate a diventare patrimonio mondiale, come ’O sole mio (1898), che più di ogni altra racconta la capacità di Napoli di trasformare un sentimento quotidiano – la luce, il calore, la meraviglia semplice di un mattino – in un linguaggio universale. O come Torna a Surriento composta nel 1894 da Ernesto De Curtis su parole del fratello Giambattista, oppure Funiculì funiculà (1880), testo di Peppino Turco e musica di Luigi Denza, nata per celebrare la funicolare del Vesuvio e diventata in pochi anni un motivo conosciuto ovunque. Qui la canzone non è solo musica: è identità che si fa racconto. È città che impara a moltiplicarsi senza perdere il proprio accento.
A questo punto la differenza tra le due famiglie non è una contrapposizione, ma una sequenza evolutiva.
Cottrau è la fase in cui la città trasforma la propria voce in memoria culturale.
Bideri è la fase in cui quella memoria diventa industria, e l’industria diventa mito.
È come se una Napoli romantica e cantabile avesse prima trovato la sua grammatica e poi, decenni dopo, avesse costruito il suo apparato mediatico.
Ed è qui che la storia smette di essere soltanto musicale e diventa una lezione più grande: Napoli, senza chiamarlo così, stava già praticando soft power. Molto prima che si parlasse di branding territoriale, esportava una narrazione emotiva della città. Non un elenco di monumenti, non una brochure. Una sensazione. Un modo di stare al mondo: mare, luce, teatralità, malinconia, ironia, umanità. Un immaginario che attraversa classi sociali e confini geografici con una facilità che oggi invidierebbero molte strategie di comunicazione.
La cosa più interessante, vista da lontano, è che l’universalità non nasce solo dal talento. Nasce dalle infrastrutture narrative.
Una cultura diventa globale quando qualcuno crea canali per farla circolare, quando costruisce luoghi dove viene riconosciuta, quando organizza la memoria e la trasforma in linguaggio condiviso.
Cottrau e Bideri, ognuno a modo suo, hanno fatto esattamente questo: uno ha trasformato il canto in patrimonio; l’altro ha trasformato il patrimonio in sistema.
E allora la lezione per il presente è quasi inevitabile. Oggi parliamo spesso di “valorizzazione” culturale come se fosse un atto di volontà, o una questione di qualità intrinseca.
Ma il passato ci suggerisce un’altra verità: la cultura non si valorizza soltanto creandola.
Si valorizza costruendo infrastrutture che la rendono visibile, desiderabile, replicabile, raccontabile.
Senza quelle infrastrutture resta locale. Con quelle infrastrutture diventa universale.
E a un certo punto, se ci pensiamo, viene quasi da immaginare una scena semplice, senza retorica.
Una finestra aperta su un vicolo. Il rumore del mare che arriva come un respiro. Qualcuno che canta senza pensarci troppo, mentre fa qualcos’altro. Nessuno sta “producendo cultura”, eppure lì c’è tutto: la memoria, la voce, la voglia di raccontarsi.
Le canzoni nascono così. Come nasce il profumo del pane quando esce dal forno, o quel modo dei peperoni fritti di prendersi la cucina e restarti addosso. Non ti chiedono il permesso: entrano, si piazzano, e poi non se ne vanno più.
Napoli non ha mai avuto bisogno di spiegarsi troppo.
Ha sempre preferito cantarsi.
E forse è per questo che non si ascolta soltanto.
Si riconosce.
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